martedì, Settembre 28

Afghanistan: per Biden non è finita Il ritiro americano ha provocato la prima grande crisi di politica estera della presidenza Biden. Uno stravolgimento della linea in politica estera con il quale l'Amministrazione dovrà fare i conti, se non altro per confermarlo, certificarlo.

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Con il messaggio del Presidente Joe Biden agli americani di ieri pomeriggio, la guerra più lunga d’America è finita. Per Biden no, è tutt’altro che finita.
Nel lungo discorso i punti chiave sono stati: il «successo straordinario» dell’operazione di evacuazione degli americani e dei loro collaboratori afghani; il fatto che «Questa decisione sull’Afghanistan non riguarda solo l’Afghanistan. Si tratta di porre fine a un’era di grandi operazioni militari per ricostruire altri Paesi»; si volta pagina nella politica estera, «dobbiamo stabilire missioni con obiettivi chiari e raggiungibili, non quelli che non raggiungeremo mai. E in secondo luogo, dobbiamo rimanere chiaramente concentrati sull’interesse fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America»; «cosa fondamentale da capire, dice sempre il Presidente, «il mondo sta cambiando. Siamo impegnati in una seria competizione con la Cina. Abbiamo a che fare con le sfide su più fronti con la Russia. Siamo di fronte ad attacchi informatici e proliferazione nucleare»; a ISIS-K il messaggio è: «non abbiamo ancora finito con te», sottolineando che «la minaccia del terrorismo continua nella sua natura perniciosa e malvagia. Ma è cambiato, esteso ad altri Paesi. Anche la nostra strategia deve cambiare. Manterremo la lotta al terrorismo in Afghanistan e in altri Paesi. Non abbiamo bisogno di combattere una guerra terrestre per farlo. Abbiamo quelle che vengono chiamate capacità oltre l’orizzonte, il che significa che possiamo colpire terroristi e bersagli senza stivali americani a terra, o molto pochi, se necessario».

Il ritiro americano ha provocato la prima grande crisi di politica estera della presidenza Biden. Una crisi così importante che di fatto ha messo in dubbio la linea che in questi mesi ha cercato di imporre, all’interno ma soprattutto all’esterno, verso quegli alleati che avevano vissuto la presidenza Trump come un lutto, quella dell’America è tornata‘. Questa crisi ha piuttosto richiamato quello che si riteneva solo un brutto ricordo, quello della ‘America First’. Il discorso di ieri, per altro, in più di un passaggio sembra confermarlo. Uno stravolgimento della linea in politica estera con il quale l’Amministrazione Biden dovrà fare i conti, se non altro per confermarlo, certificarlo. Il che significherebbe buttare a mare tutto quanto è stato fatto da gennaio a poche settimane fa e riformulare il rapporto in primo luogo con gli alleati. Alleati che (a partire dall’Europa) saranno centrali proprio in quello che Biden ha dichiarato ancora ieri essere la nuova priorità, la competizione con la Cina e il difficile rapporto con la Russia.
Se inveceAmerica Firstnon ha preso il sopravvento suAmerica is back‘, anche in questo caso dovrà fare chiarezza, precisarne dettagliatamente i termini, e convincere degli alleati che a questo punto sono disorientati e diffidenti. Biden non può ignorare questa urgenza.
Così come non può ignorare il fatto che negli Stati Uniti si è riacceso potentemente il dibattito sulla politica estera americana, in particolare in Medio Oriente, e sui presupposti che ne sono alla base. E’ vero che il dibattito si svolge nei diversi think tank e resta sostanzialmente estraneo all’americano medio, ma è altrettanto vero che questi ‘serbatoi’ del pensiero sono molto influenti a Washington, Congresso e Amministrazione sono solitamente attenti a qualsiasi frusciare di foglie che venga da questi ambienti.

A ciò si aggiunga che Biden ieri ha detto «Questa decisione sull’Afghanistan non riguarda solo l’Afghanistan. Si tratta di porre porre fine a un’era di grandi operazioni militari per ricostruire altri Paesi». Questo concretamente che significherà? Se questo è solo l’inizio, quale è il prosieguo?

Andrew Mumford, docente di studi sulla guerra all’Università di Nottingham, afferma che «la logica dietro la decisione di Biden di ritirarsi dall’Afghanistan si basa sulla sua convinzione di vecchia data che la guerra in Afghanistan non sarebbe mai stata vinta», e rientra nella «più ampia revisione della politica estera che sta cercando di generare».
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el gennaio 2008, il Presidente eletto Obama, una settimana prima dell’insediamento, ha inviato Biden in una missione di accertamento dei fatti in Afghanistan per valutare lo stato della guerra che la nuova Amministrazione avrebbe ereditato. In quel viaggio Biden si sarebbe convinto che era una guerra dalla quale uscire il prima possibile, diventando il ‘pessimista interno sull’Afghanistan, e cercò modi per ridurre al minimo il coinvolgimento americano. Dunque Biden è stato coerente, «dal 2008 che credeva che gli Stati Uniti stessero buttando soldi male in Afghanistan».
Ritirandosi dall’Afghanistan con tanta determinazione, afferma Mumford, «Biden ha premuto con decisione il pulsante diresetdella politica estera americana. È desideroso di dimostrare che l’era dellaguerra al terrore‘, come stabilita da George W. Bush sulla scia degli attacchi dell’11 settembre, è finita. Biden non ha pazienza per le esercitazioni a tempo indeterminato di costruzione della Nazione intraprese dai soldati statunitensi che perseguono le operazioni di contro-insurrezione. La sua missione è ricalibrare le priorità della politica estera degli Stati Uniti per il prossimo secolo e liberarsi da una risposta a un attacco terroristico di 20 anni fa». Il terrorismo prosegue, come lo stesso Biden ieri ha sottolineato, «ma l’attenzione sugli attori violenti non statali è stata ora spostata nel più ampio regno delle relazioni internazionali dal ritorno della politica delle grandi potenze. Rispondere alle ricadute militari e politiche dell’ascesa della Cina è ora l’unico gioco nella città di Biden. In effetti, la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha intrapreso un tour in Asia mentre si svolgeva la crisi di Kabul, durante la quale ha intensificato la retorica sulla Cina. La direzione di marcia della politica estera americana per i prossimi anni è già chiara».

Stephen Collinson, oggi, sulle colonne della ‘CNN‘, mette bene in chiaro gli ‘appuntamenti’ che Biden non può ignorare con l’Afghanistan da ora in avanti. Perchè, «le implicazioni geopolitiche e di sicurezza nazionale di uno Stato anarchico fallito e brulicante di radicali significano che andare avanti sarà molto più complicato che dichiarare il ventennale conflitto finito».
Biden è terribilmente vulnerabile a ciò che accadrà in Afghanistan, e scoperto perchè dopo il ritiro ha una capacità di incidere sugli eventi molto ridotta, non solo politicamente ma anche per il quasi azzeramento dell’intelligence americana a Kabul.
Intanto,
fin da subito, Biden si dovrà occupare del destino dei circa 200 americani che vogliono andarsene e non sono stati in grado di essere salvati prima della fine dell’evacuazione. Questi americani rappresentano un rischio significativo per il Presidente. La morte di uno di loro diventerebbe immediatamente un caso politico nazionale. La condizione di decine di migliaia di afgani che hanno lavorato con gli Stati Uniti ma non sono riusciti a raggiungere l’aeroporto di Kabul e ora temono di essere uccisi dai talebani rappresenta un problema politico meno visibile per la Casa Bianca, afferma Collinson, ma rimane una potenziale macchia sulla coscienza americana.
Per quanto la CIA in questi giorni abbia portato avanti dialoghi con il vertice dei talebani,
non è detto che Biden riesca evitare incidenti per gli americani ancora nel Paese e ancor di più riesca convincere i talebani a non portare avanti ritorsioni contro coloro che hanno supportato i suoi militari.

Altro grave problema per Biden è se, contravvenendo alle promesse, i talebani tornano fare del Paese un rifugio per i terroristi islamici. E ancor peggio se non riusciranno avere il controllo di questi gruppi, da al Qaeda all’ISIS-K, e questi acquisiscono una forza tale da minacciare gli interessi americani o dei loro alleati. In quel caso gli americani potrebbero essere costretti a tornare, e per Biden sarebbe quanto meno di forte imbarazzo, sottolinea Collinson. Inoltre il Presidente presterebbe ulteriormente il fianco all’area trumpiana dei repubblicani, che già in queste settimane hanno fatto di tutto per massacrarne la credibilità, intanto in funzione delle elezioni di medio termine del prossimo anno. Biden ha dichiarato: «Manterremo la lotta al terrorismo in Afghanistan e in altri Paesi», assicurando che «Non abbiamo bisogno di combattere una guerra di terra per farlo». Nei prossimi mesi si vedrà se questa fiducia non sarà mal riposta.

Tra le risposte fino ad ora non date dai talebani, c’è quella a come pensano di risolvere il problema delle casse vuote di uno Stato afghano già fallitoSe i talebani non avranno a breve una soluzione,la situazione, fa notare Collinson, potrebbe precipitare nell’anarchia e nella fame, nella crisi umanitaria gravissima che già le Nazioni Unite hanno preconizzato. A quel punto scatterebbe l’emergenza rifugiati, e massicci flussi migratori potrebbero lasciare il Paese e minacciare la stabilità degli Stati vicini dell’Asia centrale o addirittura causare problemi in Europa simili all’esodo dei siriani in fuga dalla guerra civile. Uno dei Paesi più a rischio è il Pakistan. «Qualsiasi frattura dell’Afghanistan che destabilizzi anche il Pakistan dotato di armi nucleari e renda più probabile un’acquisizione islamica radicale potrebbe far sembrare semplice la lotta del Presidente per gestire il ritiro afghano. E si aggiungerebbe alle già pericolose sfide nucleari dell’Iran e della Corea del Nord».

«Vivere con i talebani comporta grandi rischi e incertezze, e sarà più che difficile anche se avrà successo», afferma Anthony H. Cordesman, Arleigh A. Burke Chair in Strategy presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS). Qualsiasi forma di cooperazione, mette in guardia Cordesman, «significherà accettare una parte sostanziale delle restrizioni dei talebani sui diritti umani e sull’autoritarismo. Implica anche affrontare un movimento che opera con dinamiche politiche diverse e imprevedibili». Ciò non di meno Biden deve correre il rischio di trattare. Gli Stati Uniti «non devono sacrificare i propri valori per vivere con i talebani, e trattare con il ‘diavolo’ è l’essenza della diplomazia nel mondo reale. La chiave sarà legare ogni passo che gli Stati Uniti intraprendono nel trattare con i talebani al tipo di condizionalità che serve gli interessi sia degli Stati Uniti che del popolo afghano, nonché dei talebani». Limitare le sanzioni, consentire ai talebani di avere pieno accesso alle riserve afghane del FMI e al sistema finanziario internazionale è possibile legandolo a condizionalità precise. E anche questo non sarà facile per Biden, a partire dal trovare il giusto equilibrio.
Isolare i talebani «potrebbe incoraggiare i suoi peggiori estremisti a fare un cambiamento nel sostenere attivamente il terrorismo internazionale e l’estremismo. È molto più probabile che i cambiamenti di basso livello nel comportamento dei talebani siano moderati se gli Stati Uniti riconoscono i talebani, li aiutano gradualmente a entrare nel sistema economico globale e forniscono alcune forme di aiuto attentamente mirate. Ciò sarebbe particolarmente vero se gli Stati Uniti lavorassero con i loro alleati e partner per creare un qualche tipo di approccio internazionale. Ciò darebbe a tali sforzi una maggiore influenza, amplierebbe il livello di possibile condizionalità». «Lavorare con i principali partner commerciali europei e asiatici dell’America attraverso un altro paese guida potrebbe offrire grandi vantaggi». E qui Biden dovrà prima risolvere le preoccupazioni degli alleati sorte in queste ultime settimane.

Se poi i talebani «non negozieranno su basi ragionevoli, gli Stati Uniti e i loro alleati guadagneranno molta più credibilità con gli elementi più moderati che sopravvivono nella politica afghana, con il popolo afghano e con il mondo esterno. Sarà fin troppo chiaro per il resto del mondo che gli Stati Uniti hanno offerto un’opzione e un’opportunità valide, che l’hanno mantenuta aperta e che qualsiasi futura crisi o azione militare statunitense per affrontare il terrorismo è legittima. Le giuste forme di convivenza con i talebani -legami con limiti chiari e condizionalità- non saranno una forma di debolezza, saranno un modo per costruire forza».
Insomma, l’Afghanistan nello studio ovale è destinato a restarci parecchio ancora.

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