martedì, Ottobre 19

Afghanistan: passi in avanti o passi indietro? Dopo l' attentato all' Hotel Intercontinental, nuovo raid aereo americano, emblema, insieme alla pressione sul Pakistan, della nuova strategia di Donald Trump per uscire dallo stallo del conflitto

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Contemporaneamente alla visita delle Nazioni Unite a Kabul, una delegazione di negoziatori talebani con sede in Qatar, tra cui Shababuddin Dilawar, Jan Mohammad Madani nonché il cognato del mullah Jacoob, figlio del defunto fondatore dei talebani, il mullah Mohammad Omar, è giunta a Islamabad per discutere del riavvio dei negoziati di pace. La Reuters ha altresì riferito che di una seconda riunione, in Turchia, tra affiliati al movimento talebano e i rappresentanti di Hizb-i Islami, il partito di un ex comandante alleato dei talebani che l’anno scorso ha deciso di unirsi alle autorità governative. Vertice, però, negato da tutti. «Due elementi sono necessari:una discussione completa tra l’Afghanistan e il Pakistan come due stati, una relazione tra stato e stato, quindi i problemi ereditati degli ultimi 40 anni possono essere affrontati. Senza pace tra Afghanistan e Pakistan, la soluzione politica in Afghanistan da sola non è sufficiente. E in secondo luogo, spero e invito – tendo la mia mano ai gruppi talebani e li invito a una discussione politica. Quindi possiamo avere un dialogo diretto che porrà fine alla violenza come mezzo di conversazione. Il conflitto è una relazione, ma non è una relazione produttiva. Ciò che ho indicato in precedenza e che accolgo molto la strategia, è basato sulle condizioni e non sul tempo» aveva commentato Mohammad Ashraf Ghani, Presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan.

Molteplici esperti, sia americani che della NATO oltre che esponenti del governo di Kabul, sono arrivati alla conclusione che una vittoria militare è difficile. Dopo il rifiuto ai colloqui di pace di Bush junior e dopo l’ embrionale apertura di Obama, Trump, è sembrato aperto a trovare un accordo, così come lo è il Segretario di Stato Rex Tillerson. Anche se possono essere controproducenti nell’ ottica del consenso, la propensione al dialogo e alla pace costituisce, forse, l’ unica via d’ uscita dal pantano. Vicini a questa posizione sembrano anche Mosca e Pechino.

I Talebani hanno spesso resistito a negoziati formali con il governo afghano, considerato illegittimo come quando il portavoce Zabiullah Mujahid, a fronte del discorso di presentazione della nuova strategia americana di Donald Trump disse: «Fin quando ci sarà un solo soldato americano nel nostro Paese, l’Afghanistan sarà il cimitero di questa superpotenza nel 21° secolo e i combattenti islamisti continueranno con determinazione e solennità la jihad». Ma hanno anche espresso posizioni opposte come quella del leader dei Talebani Haibatullah Akhundzada che ha dato una giustificazione coranica alla necessità dei colloqui.

Dall’ altra parte, rafforzando il governo centrale, gli Stati Uniti possono indebolire  i Talebani, che da sempre combattono per il ritiro delle truppe internazionali dall’ Afghanistan e, bramosi di un riconoscimento dalla comunità globale, per la formazione di un proprio governo alla guida del Paese, magari facendo leva proprio su questi elementi. Forte l’ impegno contro lo Stato Islamico mentre inesistenti possono essere definiti i rapporti con al-Qaeda, memori di quanto cara sia costata l’ alleanza con Osama Bin Laden e ritardare l’ impostazione di un dialogo di pace, potrebbe finire per ottenere una maggiore radicalizzazione.

Del resto, l’ elenco delle vittime non fa che allungarsi così come aumentano il numero di afghani, secondi solo ai siriani, che richiedono asilo in Europa. Ecco perché anche i partner della NATO danno priorità alla pace e sostengono  un processo di pace con l’ Afghanistan. Ad esempio l’ Italia, così ha sostenuto dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti, ha deciso di «diminuire l’impegno (in Afghanistan), chiedendo agli alleati di contribuire a compiti oggi affidati a noi», riducendo, da 900, il numero di militari impegnati in quel teatro. «L’attività degli istruttori italiani, oltre a un contributo concreto nella fase di pianificazione delle operazioni, sta mostrando i propri effetti sul campo, con i successi ottenuti dall’Esercito nazionale che hanno portato alla disarticolazione di alcune cellule terroristiche ed alla dislocazione di nuove basi avanzate, utili per un maggiore controllo del territorio». Queste le parole con cui il comandante del 207° Corpo d’armata afghano ha​ ringraziato un team di istruttori militari italiani affiancati ai reparti dell’Esercito Nazionale Afghano effettuata da nel distretto di Kushk-e Kohna, meno di 80 km a nord di Herat.

Bisogna, inoltre, rammentare che, oltre il Pakistan, anche Russia e Iran sono stati sospettati di fornire sostegno finanziario ai talebani e il protrarsi del conflitto potrebbe esser letto da molti attori regionali come un piano per prolungare la propria presenza nel contesto mediorientale.

Ma, come avvertì due anni fa, in testimonianza al Comitato dei servizi armati del Senato degli Stati Uniti, il Generale John Campbell, allora comandante delle missioni di supporto e esercito USA (USFOR-A), almeno il 70% dei problemi affrontati dalle forze di sicurezza afghane erano il “risultato di una cattiva leadership”. Secondo l’ Ispettorato Speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan, sono due le principali sfide di stabilizzazione interconnesse: discordia interna al governo di Unità Nazionale e la carenza di leadership nell’ esercito e nelle forze di sicurezza: nel suo primo anno, il governo di unità non riuscì nemmeno a nominare i capi dei ministeri della sicurezza chiave, compresa la difesa e gli interni, minando così le strutture di comando. Dopo le nomine, le spaccature insite al governo hanno penetrato l’apparato di sicurezza fino alle sue direzioni, ostacolando la sua capacità di contrastare le minacce alla sicurezza. In quest’ottica, anche l’ esito delle prossime elezioni politiche previste per quest’ estate, potrebbe fare la differenza. Certamente influirà sulla buona riuscita della strategia di Trump.

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