venerdì, Dicembre 3

Afghanistan: ora per i talebani il gioco si fa duro Dopo la conquista e l'insediamento del governo, ora per i talebani viene in difficile. Tre ordini di problemi: capacità di effettivo controllo del Paese, e prima ancora controllo da parte della leadership degli uomini sul campo e di gestione della pubblica amministrazione; soldi, perchè le casse del Paese sono vuote; alleanze internazionali funzionali ai loro interessi immediati e a lungo termine

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L’11 settembre, mentre gli Stati Uniti piangevano i loro 2.977 morti nel 20° anniversario degli attacchi al World Trade Center, i talebani hanno innalzato la loro bandiera sul palazzo presidenziale afgano, a segnalare l’avvio del loro nuovo governo. Simbolicamente, la bandiera talebana è stata issata dal mullah Mohammad Hassan Akhund, il Primo Ministro del governo di transizione appena nominato. La cerimonia di insediamento del nuovo governo, invece, è stata rinviata a data da definirsi.
Ora per i talebani viene il difficile.

I problemi di fondo sono riassumibili in tre: capacità di effettivo controllo del Paese, e prima ancora controllo da parte della leadership degli uomini sul campo (quelli che sul terreno dovrebbe ‘tenere’ il Paese) e di gestione della pubblica amministrazione; soldi, visto che le casse del Paese sono ora vuote; alleanze internazionali funzionali ai loro interessi immediati (e i quattrini sono in cima alla lista, per altro in maniera affannosa, il che potrebbe far compiere loro scelte funzionali nell’immediato, ma per nulla convenienti a lungo termine).

La forza dei talebani, prima della presa di Kabul, era stimata in circa 60.000 uomini in servizio permanente e 90.000 uomini occasionali. Secondo alcuni osservatori, come Jean-Marc Huissoud, docente di relazioni internazionali e strategie di internazionalizzazione alla Grenoble École de Management, una forza così composta sembra insufficiente per controllare il Paese. «Il controllo delle città e dei valichi di frontiera non ha mai assicurato il controllo del Paese, come hanno dimostrato tutti i moderni tentativi di stabilire il potere nazionale in Afghanistan. Gli unici poteri leggermente funzionali si sono sempre basati sull’arbitrato di interessi tribali e regionali e sulla capacità dello Stato di accordarsi con i capi locali, le cui mutevoli alleanze e faide fanno la realtà del conflitto. I talebani riusciranno a soddisfare i capi clan?». La capacità o meno di soddisfare le tribù, spesso, per altro, in competizione tra loro, sarà dirimente per il futuro dei talebani.

La multietnicità del Paese mette in difficoltà i talebani. La Nazione pluralistica e multietnica che l’Afghanistan fondamentalmente è, sfida l’autorità dei talebani nel loro rivendicare ‘la’ verità religiosa. Huissoud fa sinteticamente il quadro di questa tradizione indigena che mette in difficoltà i talebani. «Una parte dei tagiki -un gruppo etnico che rappresenta circa il 25% della popolazione totale del Paese- si è radunata nel nord intorno ad Ahmad Massoud. Una parte significativa dei tagiki sono ismailiti, una forma di Islam incompatibile con il rigorismo talebano. Anche se di recente hanno subito battute d’arresto militari, i tagiki settentrionali continueranno a rappresentare una minaccia per la sicurezza del potere talebano».
Per quanto la resistenza tagika della valle del Panjshir sia in forte difficoltà e i talebani dichiarino di averla sconfitta,
il Fronte Nazionale di Resistenza dell’Afghanistan, guidato da Ahmad Massud, figlio del ‘Leone del Panshir’, afferma di «controllare ancora il 65% della provincia del Panshir, le valli laterali e tutte le posizioni strategiche», e Ali Maisam Nazary, responsabile delle relazioni internazionali del Fronte, in una intervista a ‘Repubblica‘, denuncia che «i talebani stanno espellendo migliaia di cittadini dal Panjshir con un’operazione di pulizia etnica. Centinaia di giovani sono stati arrestati e portati in una località sconosciuta e non conosciamo il loro destino». E lancia un appello: «Abbiamo bisogno di ogni tipo di aiuto: umanitario, politico e militare. Se l’Occidente vuole davvero combattere il terrorismo dovrebbe aiutare gli ultimi alleati che gli sono rimasti in Afghanistan». Tagiki, Panjshir
La resistenza pare tutt’altro che vinta, per quanto in difficoltà, l’opposizione attiva al nuovo regime afghano continuerà. Nei giorni scorsi Massud ha lanciato un appello agli afghani per un’insurrezione nazionale, ora Nazary, che con una delegazione del Fronte sarà prossimamente in Europa e anche in Italia per incontrare i leader politici, ha annunciato che «
il Fronte Nazionale di Resistenza dell’Afghanistan insedierà a breve un governo democratico nelle aree liberate. Chiediamo ai Paesi liberi di non riconoscere il regime talebano».
E’ evidente che questa resistenza per i talebani sarà molto insidiosa. Anche perchè, secondo alcuni osservatori, come Thomas Waldman, docente senior di studi sulla sicurezza internazionale presso la Macquarie University di Sydney, e Rory Cormac, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Nottingham, nel Regno Unito,
gli Stati Uniti potrebbero decidere una azione segreta, «perchè alcuni a Washington sostengonoche è ora di rispolverare il copione dell’azione segreta degli anni ’80», quando gli USA armarono e finanziarono i mujahidin che combattevano i sovietici. I protagonisti della resistenza di oggi sono i figli dei mujahidin di allora. Una qualche forma di azione segreta in Afghanistan è considerata «una possibilità reale». Perchè «c’è chiaramente una pressione da parte di alcuni politici americani» a sostenere la resistenza, e «c’è una tendenza all’interno dei circoli di intelligence e militari a credere che un’azione positiva sia possibile». Quella ipotizzata non è una azione paramilitare su larga scala, piuttosto gli USA, che avranno probabilmente ancora alcuni contatti in atto nel Panjshir e una discreta attività in atto sul campo, almeno in termini di raccolta di informazioni e collegamento, potrebbero fornire armi e soldi, come, invece, «potrebbero identificare e sfruttare divisioni o contraddizioni all’interno dei talebani e del loro nuovo governo, comprese quelle tra moderati e intransigenti, tra la leadership politica precedentemente esiliata e la sua ala militare, e tra le diverse fazioni terroristiche che compongono il regime. Il governo degli Stati Uniti potrebbe anche prendere in considerazione sforzi volti a sfruttare gli attriti tra i talebani e Stati come Pakistan,Iran, Russia o Cina. La guerra politica o le operazioni di influenza sono una forma molto più comune di azione segreta rispetto ai grandiosi tentativi di cambio di regime». Altresì gli Stati Uniti «potrebbero incoraggiare iniziative private o facilitare le azioni segrete di altri Stati, come la Francia -che ha stretti legami con Massoud- o l’India, che ha molto da perdere dall’alleanza tra talebani e Pakistan. Il direttore della CIA ha già avuto colloqui con il consigliere per la sicurezza nazionale indiano per discutere degli sviluppi in Afghanistan».
Dunque, i talebani hanno ‘cantato troppo presto vittoria’, o più semplicemente la loro dichiarazione circa la fine della resistenza è stata propaganda. Di certo il
Panjshir promette di essere una spina nel fianco dei talebani molto perniciosa e forse senza una fine.


Una parte della popolazione
sciita hazara si è rifugiata nel Panjshir, e si ritiene che potrebbe entrare nella resistenza. Gli hazara oggirappresentano tra il 10% e il 20% della popolazione afgana, sono il terzo gruppo etnico del Paese, dunque una minoranza significativa, la loro ‘patria’ tradizionale è la regione centrale chiamata Hazarajat, appartengono alla minoranza sciita, sono l’altra minoranza problematica per i talebani. Sono «anch’essi ‘ereticiagli occhi dei talebani perché sciiti, e temono di subire l’etnocidio. Anche se questo rischio non sembra immediato a causa dei contatti presi dai talebani con l’Iran», afferma Jean-Marc Huissoud. Questa minoranza si sente comunque in pericolo «e i talebani, che hanno già commesso numerosi abusi nei loro confronti, faticheranno a convincerli a fidarsi di loro». Infatti, dopo il ritiro americano, migliaia di hazara sono fuggiti, molti hanno cercato rifugio in Pakistan, altri, nel Panjshir.


Poi ci sono i produttori di oppio. Se anche molti di loro sono alleati dei talebani, «non sono completamente sotto il loro controllo. Possiamo presumere che i talebani avranno difficoltà a farne a meno, visto il ruolo dell’oppio come risorsa finanziaria per il Paese», per quanto, il 18 agosto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid abbia dichiarato «Non ci sarà più produzione o contrabbando. L’Afghanistan non sarà più un Paese dove si coltiva l’oppio».
Insomma,
l’Afghanistan è più una regione, afferma Huissoud, «con un particolare ecosistema politico, che uno Stato in senso pieno, nato solo perché inglesi e russi volevano una zona cuscinetto tra le rispettive zone di influenza in Asia (Trattato di San Pietroburgo, 1907)». Lo Stato è debole e il potere risiede nelle tribù e comunità che cooperano o competono per il potere. Controllare Kabul non implica controllare il Paese, se non simbolicamente. «Tanto più che è necessario controllare anche una popolazione della città molto giovane, istruita, connessa e moderna, che difficilmente accetterà divieti religiosi che implicano un passo indietro». E questo in qualche modo lo stiamo già vedendo: le donne da giorni scendono in strada a protestare contro la loro segregazione malgrado le azioni di contrasto, più o meno violente, dei talebani.
L’altro grosso problema di tenuta è rappresentato dallo Stato Islamico, i cui militanti in Afghanistan restano attivi, come si è visto nel sanguinoso attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto. I due gruppi si sono combattuti ferocemente negli ultimi anni. Stato Islamico e Al Qaeda potrebbero fare del Paese la loro base e per i talebani sarà molto difficile contrastarli efficacemente come la comunità internazionale si attende.

Inoltre, Jean-Marc Huissoud pone il problema identitario. I talebani idealizzano una visione particolare dellapurezzaislamica della tradizione sunnita -che riconosce il compagno di Maometto, Abu Bakr, come suo legittimo successore, mentre i musulmani sciiti credono che il cugino e genero del profeta, Ali, avrebbe dovuto succedere a Maometto dopo la sua morte nel 632 d.C.- e cercano di imporla attraverso le loro rigide regole. Il fatto è che «nessun regime la cui base dottrinale sia la purezza (religiosa, etnica o morale) è mai sopravvissuto. La realtà degli uomini, la necessità di pragmatismo e compromesso, ha sempre trasformato questi tentativi in regimi totalitari inefficaci, o ha rafforzato l’ostilità internazionale, o ha portato alla graduale scomparsa delle sue pretese», afferma Huissoud. I leader talebani, sostengono i valori ‘non negoziabili’ dell’Islam, ma «questa posizione non è sostenibile nel tempo». E Huissoud mette in guardia: «Non passeranno sei mesi prima che il nuovo potere affronti contraddizioni che saranno estremamente difficili da superare. Per reggere,dovrà perdere parte della sua identità, o vedere le sue capacità indebolite, il che minaccerebbe i compromessi appena stabiliti con gli stakeholders nazionali».


E poi, sempre in fatto di controllo del Paese e stabilizzazione del potere,
c’è il problema interno. Il controllo della leadership delle proprie truppe è difficile: «l’ebbrezza della vittoria, la tentazione del saccheggio, lo zelo di alcuni e la struttura stessa dell’apparato militare talebano portano ad atti di violenza che rischiano l’alienazione duratura della popolazione, e rendono poco credibili i discorsi di pacificazione dei leader del Paese». La leadership ha dimostrato di essere consapevole del problema, si tratta fare il passaggio da movimento insurrezionale a governo funzionante, per tanto c’è un problema culturale, e concretamente si tratta di convertire, riqualificare, riaddestrare innanzitutto i 60mila uomini sul terreno, per non parlare della forza part-time di 90mila soggetti ancora meno intercettabili. Brian Castner, consigliere anziano di Amnesty International, ha dichiarato al ‘New York Times’: «Non puoi avere un movimento come i talebani che ha operato in un certo modo per 25 anni e poi, solo perché prendi il governo, tutti i combattenti, tutti nella tua organizzazione fanno qualcosa di diverso». Si tratta di convincerli alla non violenza, e poi di addestrarli alle nuove pratiche. Una impresa colossale.
Prima e dopo la presa di Kabul si sono susseguite le denunce di violenze contro oppositori politici (l’ultima è di queste ore e riguarda la resistenza nella valle del Panjshir, dove, secondo
BBC‘, 20 civili sarebbero stati uccisi dalle forze talebane per rappresaglia), ex collaboratori degli americani e dei loro alleati, minoranze (Amnesty International ha denunciato il massacro, all’inizio di luglio, di diversi membri della minoranza hazara), donne impegnate socialmente o politicamente frustratesulla pubblica pizza, giornalisti (gli ultimi episodi in queste ore, botte e pallottole). Difficile stabilire se si tratti di azioni condotte da singoli o gruppi non allineati alla nuova politica che i leader hanno dichiarato, oppure se queste azioni siano frutti di ordini arrivati dal centro.

L’altro problema che i talebani si troveranno ad affrontare, e che riguarda sempre la capacità di tenuta del Paese, è l’incompetenza in termini di amministrazione, la non familiarità con gli aspetti tecnici del governo.
Il governo talebano dovrebbe poter ricorrere ai funzionari e tecnici della vecchia amministrazione -non a caso subito dopo la presa di Kabul i talebani avevano detto ai lavoratori della pubblica amministrazione di restare al loro posto- ma, a parte il fatto che molti di loro sono donne e alle donne è stato vietato lavorare, è molto difficile che questi accettino di operare, considerando in particolare la loro educazione occidentale, la loro mentalità oramai molto lontana dal rigorismo talebano. «La paura e la violenza non permetteranno di metterli al servizio del potere in modo duraturo ed efficace. Pertanto, la capacità dei talebani di fornire servizi pubblici -sanità, cibo, acqua, elettricità, ecc…- sembra compromessa» già alla radice, annota Jean-Marc Huissoud.

E veniamo al secondo grande problema: i soldi. Scorsa settimana, la Cina ha annunciato che fornirà cibo, forniture per il clima invernale, vaccini e medicine per un valore di quasi 31 milioni di dollari all’Afghanistan. Saranno una boccata d’ossigeno, ma il problema rimane. Come manterranno a galla finanziariamente il Paese e la sua economia?
Gli Stati Uniti fornivano ogni anno circa 4 miliardi di dollari in aiuti per la sicurezza e circa 500 milioni di dollari in aiuti civili. E interventi finanziari arrivavano anche da altri Paesi.
Circa il 75% della spesa pubblica dell’Afghanistan ogni anno dipendeva da donazioni internazionali. Ora, gli aiuti americani sono sfumati e miliardi di riserve estere della banca centrale sono congelati. 9,4 miliardi di dollari delle riserve internazionali dell’Afghanistan sono stati congelati subito dopo che i talebani hanno preso il controllo di Kabul. Il Fondo monetario internazionale ha sospeso oltre 400 milioni di dollari di riserve di emergenza e l’Unione europea ha interrotto i piani per 1,4 miliardi di dollari in aiuti all’Afghanistan fino al 2025.

Come faranno i talebani a pagare gli stipendi, mantenere le infrastrutture, e sostenere i cittadini? che per il 50% circa vivono al di sotto della soglia di povertà. Il Congressional Research Service haosservato quest’anno che il 90% della popolazione afgana vive con meno di 2 dollari al giorno. L’Afghanistan sta attualmente sopportando una grave siccità che minaccia oltre 12 milioni di persone -un terzo della popolazione- a livelli di ‘emergenza’ in termini di insicurezza alimentare. I prezzi del cibo e altri beni di prima necessità sono aumentati vertiginosamente, mentre la maggior parte delle banche ha iniziato a riaprire con disponibilità di contanti limitata.

Hanif Sufizada, Coordinatore del programma di educazione e sensibilizzazione del Center for Afghanistan Studies dell’Università del Nebraska, che per molti anni ha studiato sia le finanze dei talebani che quelle del governo sostenuto dagli americani come analista di politica economica, parte da lontano, da 20 anni fa, quando per la prima volta i talebani erano al potere.
«Negli anni ’90, l’Afghanistan era un Paese molto diverso. La
popolazione era sotto i 20 milioni e faceva affidamento su gruppi di aiuto internazionali per i pochi servizi che potevano fornire. Nel 1997, ad esempio, il governo talebano aveva un budget di appena 100.000 dollari, appena sufficiente per gli stipendi dei funzionari governativi, per non parlare delle esigenze amministrative e di sviluppo dell’intero Paese. Oggi l’Afghanistan è notevolmente cambiato. La popolazione è cresciuta in modo significativo e i suoi cittadini si aspettano sempre più servizi, come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e i servizi di base. Nel 2020, ad esempio, l’Afghanistan aveva un budget non militare di 5,6 miliardi di dollari. Di conseguenza, Kabul è stata trasformata da una città devastata dalla guerra in una capitale moderna, con un numero crescente di grattacieli, internet café, ristoranti e università. La maggior parte della spesa per lo sviluppo e le infrastrutture del 2001 proveniva da altri Paesi. Gli Stati Uniti e altri donatori internazionali hanno coperto circa il 75%della spesa non militare del governo in quegli anni. Inoltre, gli Stati Uniti hanno speso 5,8 miliardi di dollaridal 2001 per lo sviluppo economico e le infrastrutture».
Poi qualcosa è cambiato, e «
negli ultimi anni le entrate del governo hanno iniziato a coprire una quota crescente della spesa interna». Erano fondi che provenivano da dazi doganali, tasse, tasse su servizi, telecomunicazioni e strade, nonché entrate dalla sua vasta ma per lo più non sfruttata ricchezza mineraria». E «le entrate sarebbero state molto più alte se non fosse stato per la corruzione endemica del governo, che alcuni esperti e funzionari citano come una delle ragioni principali della caduta del vecchio governo. Secondo un rapporto del maggio 2021 «ogni giorno venivano sottratti 8 milioni di dollari portati fuori dal Paese, il che equivarrebbe a circa 3 miliardi di dollari all’anno», afferma Sufizada.
Per parte loro i talebani avevano i loro flussi d’entrate. «Nel solo anno fiscale 2019-2020, i talebani hanno raccolto 1,6 miliardi di dollari da un’ampia varietà di fonti. In particolare, sempre in quell’anno, i talebani hanno guadagnato 416 milioni di dollari dalla vendita di oppio, oltre 400 milioni di dollari dall’estrazione di minerali come ferro, marmo e oro e 240 milioni da donazioni di donatori e gruppi privati. Le agenzie di intelligence statunitensi e altri credono che vari Paesi, tra cui Russia, Iran, Pakistan e Cina, abbiano contribuito a finanziare i talebani». Ingenti risorse che hanno permesso ai talebani di acquistare molte armi e di pagare i loro uomini.
Secondo Hanif Sufizada,
per rimpinguare le casse dello Stato, i talebani hanno alcune possibilità, si tratta di percorsi non particolarmente agevoli, ma sono gli unici sui quali possono contare.
«
Dogana e tassazione. Ora che i talebani hanno il pieno controllo dei valichi di frontiera e degli uffici governativi dell’Afghanistan, possono iniziare a riscuotere tutte le tasse di importazione e di altro tipo», posto che il controllo del territorio sia effettivo e si riesca stabilizzare, e posto che la pubblica amministrazione abbia gli uomini e le strutture per funzionare.
«I talebani hanno affermato
che non permetteranno ai coltivatori afgani di coltivare papaveri da oppio mentre cercano il riconoscimento internazionale per il loro dominio. Ma potrebbero cambiare idea se quel riconoscimento non arriva, nel qual caso potrebbero essere in grado di continuare a generare una fonte significativa di entrate dal traffico di droga. Si dice che l’Afghanistan sia responsabile di circa l’80% delle forniture globali di oppio ed eroina». Come detto, l’oppio è stata una delle principali fonti di guadagno dei talebani in tutti questi 20 anni, si tratterebbe per loro di riconvertire il business a loro ben noto a beneficio delle casse dello Stato.
L’altra fonte di potenziale introito sono i minerali. «Si stima che l’Afghanistan abbia 1 trilione di dollari di minerali nelle sue montagne e in altre parti del Paese. La Cina in particolare si è dimostrata stata ansiosa di estrarre questi metalli, che includono quelli che sono fondamentali per la moderna catena di approvvigionamento, come litio, ferro, rame e cobalto. Tuttavia, ciò potrebbe non essere possibile nel breve periodo», afferma Sufizada. Tutti gli esperti sostengono infatti che perchè una miniera inizi a produrre ci vogliono molti anni, ancor di più per quanto riguarda i minerali strategici.
I Paesi non occidentali potrebbero sostenere il governo talebano. La Cina, come abbiamo visto, lo sta già facendo. «Secondo quanto riferito, diversi governi hanno aiutato finanziariamente i talebani, tra cui Russia, Qatar, Iran e Pakistan, e questi Paesi potrebbero continuare a farlo. Dopo il crollo del precedente governo afghano ad agosto, mi è stato detto da ex funzionari della banca centrale, che un Paese della regione, probabilmente il Qatar, ha iniettato milioni di dollari per sostenere l’economia afghana. La Cina in particolare si distingue per i suoi potenziali legami con il nuovo governo, i talebani hanno recentemente dichiarato il Paese il loro ‘partner principale’. Oltre all’estrazione di minerali, la Cina è interessata ad estendere la suaBelt and Road Initiative in Afghanistan».
In ultimo,
si potrebbe, sia pure non a brevissimo, riaprire il capitolo degli aiuti dei Paesi occidentali, Stati Uniti in testa. I talebani stanno cercando il riconoscimento internazionale proprio per la questione fondi. E l’Occidente, USA e UE in primis, sembrano intenzionati usare gli aiuti e le riserve congelate come leva per costringere i talebani a mantenere le loro promesse in fatto di diritti umani e non cooperazione con i gruppi terroristici.

E così si apre il terzo grande problema dei talebani: la proiezione internazionale, le alleanze strategiche. Se è vero che l’isolamento non è quello di 20 anni fa, e che le grandi potenze, a partire da Cina e Russia, come tutte le potenze regionali -i Paesi dell’Asia centrale, il Pakistan, l’Iran, l’India, i Paesi del Golfo- stanno osservando da vicino i talebani, stanno dialogando con loro, e sono nelle condizioni di non poterli ignorare -se non altro per il rischio jihadista-, anzi, tutte sono interessate a posizionarsi nel Paese, il quadro resta complicato.
Il nuovo governo talebano dimostra l’ottimo piazzamento dei pachistani a Kabul, ma lascia insoddisfatti l’Iran in primis, e anche la Russia. Insieme al Pakistan -vero artefice della vittoria talebana- Iran e Russia hanno aiutato in maniera decisiva i talebani ad arrivare al potere. E’ improbabile che accettino lo strapotere del Pakistan. Soprattutto Teheran guarda con preoccupazione l’attenzione dei suoi tradizionali ‘nemici’, ovvero dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti verso i talebani. Emirati che starebbero conducendo una campagna anti-Qatar, accusando il Qatar di aver trasferito centinaia di elementi dell’ISIS e di Al-Qaeda dalla Siria all’Afghanistan, di aver risvegliato Al-Qaeda in Afghanistan, di voler trasformare la guerra al terrore nello scenario siriano, in un conflitto di interessi geopolitici tra Stati, il tutto a beneficio dell’Iran.
Doha, che da dieci anni svolge il ruolo di mediatore, ambisce a consolidare questo ruolo ed essere considerato comeil mediatoreper tutti coloro che vogliano rapportarsi con i talebani. Inoltre, Doha potrebbe sostenere finanziariamente i talebani -sia pure probabilmente non in termini di assistenza finanziaria diretta, bensì attraverso organismi multilaterali come le Nazioni Unite, onde evitare di innervosire gli Stati Uniti e attirare le ire di Emirati e Arabia Saudita.
I talebani si trovano ora a gestire questo intreccio di interessi, che insieme sono una grande opportunità e un grande rischio.
«È sempre più difficile gestire la pace che ottenere la vittoria con le armi, afferma Jean-Marc Huissoud . «I talebani dovranno trarre conclusioni dalle lezioni apprese da coloro che si vantano di aver sconfitto: gli americani, che alla fine si stanno ritirando tanto per realismo quanto per scoraggiamento».

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