venerdì, Settembre 24

Afghanistan: ora Draghi deve darsi da fare L'Europa non ha nè la forza economica né la forza militare per fare politica estera sullo scenario internazionale in questa fase in cui gli Stati Uniti sono in difficoltà. Ma ha la terza arma, l’autorevolezza, l’affidabilità, ovvero ha Mario Draghi

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Scorsa settimana ho cercato di mettere a fuoco la questione Afghanistan in punta di diritto internazionale. Partendo dalla politica estera italiana e la politica europea nei giorni in cui cadeva Kabul, ho parlato della questione di fondo del potere assunto illecitamente, prima dagli americani e dai loro alleati, poi, oggi, dai Talebani, dei Talebani che sono nulla di più e nulla di meno di una sorta di partito politico che non rappresenta il ‘popolo afgano’, del falso problema del riconoscimento dell’Afghanistan dei talebani, e infine del fatto che nessuna politica può negare il diritto senza negare sé stessa. Ora la conclusione ci obbliga a parlare, ora e qui, di politica italiana, politica internazionale, politica europea.
Non senza dimenticare che nei giorni precedenti, subito dopo i fatti del 15 agosto, avevo cercato di chiarire la nostra funzione e le nostre responsabilità nell’avventura americana in Afghanistan, come e perchè quella in Afghanistan fu occupazione, e fu incosciente da parte italiana, il fatto che ora la politica estera italiana è tutta da ristudiare e rifare, mentre il cosa fare ora in Afghanistan lo deve decidere la Comunità internazionale partendo dal principio della eguaglianza dei popoli e dell’autodeterminazione.

 

Prendiamo per buone le affermazioni di Joe Biden circa il fatto che d’ora in avanti gli USA non si interesseranno più di certe situazioni. Invero, le affermazioni sono molto generiche e aperte a qualunque interpretazione. Non si impegneranno nella ‘ri-costruzione democratica’ di altri Stati o territori, vuol dire tutto e nulla. Lo vedremo, del resto a breve, con l’Iraq e con la Siria. Non si può dimenticare che il primo atto di politica estera del Democratico Biden è stato il bombardamento di una presunta base terroristica in Siria. Non esistono confini alla potenza americana, si direbbe; ma i confini esistono e sono in quel Diritto internazionale sistematicamente e scientemente violato, salvo invocarlo quando serve.

 

Ma non dimentichiamo nemmeno, che la politica estera statunitense è sempre stata, e pare continuerà ad essere, la politica dell’OK Corral’: da qua noi e i nostri vassalli, di là gli altri, che sono nemici. Ieri la Russia, oggi la Russia e la Cina, domani forse anche l’India. Il fatto è che la storia dei rapporti tra i Paesi europei e gli USA è una storia di continui tentativi, per lo più riusciti, di imporre la volontà e gli interessi statunitensi a quelli altrui.
Nel caso dell’Italia, non per caso si parlò a suo tempo diPaese a sovranità limitata‘. Cosa che sarebbe apparsa tramontata se non vi fosse stato l’improvvido trattato di sudditanza firmato dall’inconscio Luigi Di Maio, su ordine del ben conscio Mario Draghi, che, come ho scritto più volte, in poche settimane ha rivoltato come un guanto la politica estera italiana.
Il che andrebbe benissimo, anzi, sarebbe andato benissimo fino a meno di un mese fa. Anche perché, accanto alla sudditanza, Draghi, molto abilmente, poneva l’autonomia, per cui quella sudditanza poteva essere un passaggio obbligato verso una diversa politica. Non tanto italiana, quanto -ecco il punto- europea. Era, poteva essere interpretata, come una sorta di escamotage: mi dichiaro fedele e ubbidiente, e intanto lavoro per l’autonomia. Se è così, o dovrei dire se fosse così, sarebbe buona politica.
Ma la vicenda afghana ha cambiato bruscamente e profondamente le cose.

 

L’ipotesi che avevo fatto io, ma non solo io, era che Draghi puntasse ad una sorta di ribellione europea soft, che desse all’Europa una propria autonomia. Sulla base di due assunti. La assunzione da parte di Draghi, in tempi relativamente brevi, della guida non solo sostanziale (che ha già conquistato, direi) ma anche formale dell’Europa, in particolare attraverso una serie di modifiche ai trattati e alle prassi comunitarie che portasse la guida dell’Europa alla possibilità di coordinare realmente le politiche economiche, ma non solo, dei Paesi europei. Insomma, una assunzione di poteri e responsabilità ad una Europa più vicina alla tanto agognata confederazione. Progetto tutt’altro che irrealizzabile, specie se si tiene conto che in Europa non ci sono più altri ‘leader’ oltre lo stesso Draghi.
Il cuiprezzo‘ -l’altro punto di cui parlavo- sarebbe stato il progressivo isolamento (fino alla fuoriuscita) dei Paesisovranistidel cosiddetto est-europeo, e, perché no, la riduzione alla ragione di talunifenomenieuropei, tipo Olanda e Austria.
La questione afghana non esclude affatto questo progetto, meglio, questa linea. Però, obbliga ad accelerarla.

 

Gli USA cercheranno di fare il possibile, dopo la sconfitta attuale, per rinsaldare i rapporti bilaterali con alcuni Paesi europei, specie quelli sovranisti, per indebolire l’Europa come entità autonoma e concorrenziale, e per ribadire, come dice esplicitamente Biden, la loro leadership. La necessità di rispondere operativamente allarinunciastatunitense, impone, però, una presenza attiva in Europa, sia per accelerare le eventuali misure di cambiamento dei trattati, sia per creare la ormai indispensabile forza armata europea.
Non si tratta di realizzare quella ridicola cosa proposta dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell di 5.000 uomini pronti a scattare. Ma nemmeno, per carità, di continuare sulla strada statunitense degli eserciti mercenari, per nobilitarli chiamati ‘contractors’ … cioè, appunto, pagati. Lo ricordate? È stata, se non sbaglio, un’idea di Ronald Reagan!
È un dato di fatto innegabile: in politica estera si ottiene qualcosa con due solearmiusate in contemporanea. L’arma economica, sostenuta da quella militare.
Non dico di usare la forza militare, ma di averne una credibile, capace di fare credere che, all’occasione, l’economia si può sostenere anche con le armi. Tanto più che i conflitti non sono ormai quasi più quelli tra Stati, ma tra Stati e strutture evanescenti, terroristiche e non, con le quali è necessario essere credibili.
Per capirci: se lo fossimo (e non vogliamo, ma potremmo) i libici si guarderebbero bene dallo spararci addosso e dal mandarci barconi semi affondati, perché saprebbero che le nostre navi hanno i cannoni e, all’occorrenza, li sanno pure usare. Ma, se le navi restano in porto … hai voglia!
C’è una terza arma, più difficile da usare e non sempre usabile: quella che hanno clamorosamente perso gli USA, l’autorevolezza, l’affidabilità.
L’Europa non ha oggi nessuna delle tre. Non ha l’arma militare, forse ha quella economica, ma succube com’è degli USA non fa molto effetto -basti vedere la guerra dei vaccini, vinta a tavolino dagli USA e da Pfizer! Forse, però, la terza arma l’Europa potrebbe averla, ed è Draghi.
Draghi ha la faccia ‘pulita’ di chi ha fatto le cose che ha promesso e con successo, di chi ha idee e competenza, di chi ha calma e capacità di riflessione non priva di quel tanto di cinismo che non guasta e che ha mostrato di saper fare la faccia dura quando ha detto, nella conferenza stampa del 2 Settembre, che ‘nessuno aveva le idee chiare’ rispetto all’Afghanistan («Non è ancora il momento in cui qualcuno può dire di avere strategie chiare per l’Afghanistan, è il momento in cui si studia il futuro»), uno schiaffo sonoro a Biden.
Ma, a parte ciò, Draghi deve darsi da fare, perché non si tratta solo di accogliere rifugiati per fare dispetto a Matteo Salvini, anche se, sempre a muso duro, si è detto scandalizzato per il rifiuto preliminare di accogliere rifugiati di fronte alla tragedia afghana («Come si fa a dire ‘noi non vogliamo rifugiati afghani’ davanti a quelle immagini di Kabul?»). Però ciò non basta, occorre razionalizzare e coordinare.
Deve creare una struttura competente e attenta che lo aiuti nella politica internazionale; deve riuscire a rendere iservizi segreti utili al Paese e non agli USA, e se il prezzo fosse fare fuori Elisabetta Belloni, ben venga, ha fallito in modo talmente clamoroso che nessuno potrebbe avere da ridire; deve costringere (convincere non è possibile … tra Conte, Salvini, Renzi e il ‘dotto Letta’ è perdita di tempo) glialleatia smetterla di giocare a boccette e, preferibilmente, tacere; deve farci capire dove sta andando, questo è fondamentale. Continuare nei misteriosi e pensosi silenzi, fa perdere credibilità.

Certo, avrà il problema, scabrosissimo, della Presidenza della Repubblica, dove i candidati oggi in piazza sono fuori gioco già prima di partire, Marta Cartabia inclusa, anche se quest’ultima potrebbe contare sulla ‘domanda di riserva’, è donna, ma dovrebbe anche evitare altre figuracce.
Anche qui, però, se ce lo dice oggi capiremmo tutti, e, specialmente, capirebbero in Europa e, forse, negli USA, se non sono troppo presi dalla lucidatura dei ‘lunghi coltelli’.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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