domenica, Agosto 1

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi

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Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani).

Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT) rappresentato dallo Stato islamico (IS/Daesh) si impone sempre più come minaccia concreta che va a sommarsi alle dinamiche conflittuali interne a un movimento talebano che, dopo la morte del leader storico mullah Mohammad Omar, è a rischio di frammentazione. Data la situazione è evidente che i soldati sul terreno non bastano per garantire una reazione efficace a supporto delle forze di sicurezza afghane.

Nulla, dunque, di cui sorprendersi, il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) aveva annunciato con un anno di anticipo, attraverso la periodica analisi predittiva (Prospettiva 2015), entità e tipologia di impiego delle truppe ed evoluzione delle dinamiche conflittuali interne al Paese. Ma ciò che, pur essendo evidente, è sfuggito all’opinione pubblica e alla classe politica in genere, è il fatto che una presenza statunitense su suolo afgano – e verosimilmente anche di alcuni Paesi della Nato – è confermata sino a tutto il 2024 (ancora nove anni) e addirittura oltre; questo è quanto prevede il ‘Security and Defense Cooperation Agreement’ firmato dal Presidente Ashraf Ghani, come primo atto della sua presidenza nel settembre dello scorso anno.

Dunque, a fronte delle dichiarazioni formali da parte di un Obama in dirittura di arrivo che annuncia il ritiro definitivo per il 2016, la realtà è molto diversa: le forze di sicurezza internazionali rimarranno in Afghanistan per molto tempo, l’assistenza alle forze afgane non verrà interrotta, il processo negoziale con i talebani – che acquisiranno sempre più potere e capacità operativa – ha l’ambizione di ottenere un sostanziale power-sharing con i movimenti insurrezionali. Una realtà che, però, è molto amara: indipendentemente dal numero di unità militari e dal sostegno che verrà dato al Governo e alle sue forze di sicurezza, l’Afghanistan è destinato a fallire e a soccombere alla crescente e inarrestabile pressione delle forze insurrezionali, precipitando in una nuova fase di guerra civile.

E allora si tratta di una scelta di opportunità politica limitata al breve periodo? È così, e il Presidente ‘uscente’ Obama, la cui strategia non ha ottenuto i risultati dichiarati, si sta preparando a passare la decisione (e la responsabilità) al suo successore -chiunque possa essere- con la certezza di una presenza militare a medio-lungo termine ormai assodata, sebbene limitata a tutelare gli interessi di Washington nell’area.

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