sabato, Settembre 25

Afghanistan: nessuna politica può negare il diritto senza negare sé stessa Affermare 'io combatto il terrorismo' bombardando, è contro le norme del Diritto internazionale; affermare di voler portare un territorio e il suo popolo alla 'democrazia', è la contraddizione della democrazia, il contrario del principio dell'autodeterminazione dei popoli

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Ieri, concludevo il mio intervento dicendo che Joe Biden non ha una strategia sull’Afghanistan, piuttosto non manca di arroganza, e di rassegnazione. Quando dice, nel discorso del 31 Agosto 2021: «This decision about Afghanistan is not just about Af-ghanistan. It’s about ending an era of major military operations to remake other countries» e proseguendo dice che gli USA sono andati in Afghanistan per combattere il terrorismo, ma … la missione già che c’erano l’hanno trasformata (lui dice che «si è trasformata» … da sola?) in una «counterinsurgency nation building, trying to create a democratic cohesive and unified Afghanistan, something that has never been done over the many centuries of Afghanistan’s history».
L’ho spiegata l’altro ieri: l’idea è di trasformare un Paese in una cosa diversa, corrispondente alle idee che ha il … trasformatore! Come in Iraq, dove prima o poi la situazione dell’Afghanistan potrebbe ripresentarsi identica, compresa la nostra insulsa presenza lì. ‘Trasformarenon solo è illecito da ogni punto di vista giuridico, interno o internazionale che sia, ma, posto che lo si voglia fare (e non riesce storicamente mai), non basta insediare amministrazioni di un certo tipo, aprire cinema e teatri, dire alle donne di vestire come vogliono -magari senza curarsi che in qualche caso sono loro stesse e volere quegli indumenti- e così via. Questa è la logica deldecido io cosa devi fare tu‘: oltre che ingiusto, è impossibile che riesca.

Chiunque abbia visto anche una sola volta laSfida all’O.K. Corral‘ o, meglio ‘Pulp fiction‘, può comprendere più facilmente la logica che sta dietro queste parole e gli atti che ne sono seguiti: due omicidi mirati (comprensivi di molti civili) diterroristi‘, e la rivendicazione orgogliosa di avere ucciso altriterroristiin passato, senza processo, senza l’onere delle prove o, come in Iraq, con prove inventate. La stessa logica con cui agiscono da anni gli israeliani e qualche altro, molto più sporadicamente. La domanda da porsi è come si fa ad esportare la democrazia ammazzando la gente senza accusa, senza processo, senza giudici?
Wyatt Earp, l’ammazzasette di ‘Sfida all’O.K. Corral‘, spara e poi dice mani in alto: lui è dalla parte del giusto, lui è ‘il buono’, gli altri sono i cattivi. E quando i suoi concittadini (proprio perfino loro!) gli dicono che forse sbaglia, lui, prima di andarsene sdegnato fa fuori tutti i cattivi di turno, lamentandosi pure per il fratello ucciso. Una logica che va bene in un film western, non a caso ‘imitata’ nei western all’italiana, dove la violenza è brutalità pura, fine a sé stessa. Quella violenza che in ‘Pulp fiction‘, diventa la ‘vita quotidiana’, quasi addirittura noiosa. Anche Bruce Willis, che pure si ribella ad una imposizione, poi ‘contratta’ con chi vuole ucciderlo la propria salvezza in cambio della uccisione di altri.
Per carità, non voglio dire che questa sia la sola logica imperante nei circoli governativi statunitensi, non esageriamo. Ma le parole di Biden, non a caso badate un Democratico, rivelano esattamente questa mentalità, tanto che cita gli omicidi mirati fatti prima e ora, senza curarsi delle vittime civili.

Dico non a caso un Democratico, perché se pensiamo ad un Democratico USA osannato da tutti, italiani in testa, John Fitzgerald Kennedy, dimentichiamo sempre che Kennedy ordinò l’operazione della Baia dei Porci contro Fidel Castro (che aveva fatto la rivoluzione a casa sua e aveva vinto a casa sua) e contro i cubani, cui impose un embargo mai cessato, che ci portò sull’orlo di una guerra nucleare perché, avendo i propri missili al confine con la Russia, non tollerava che ce ne fossero a Cuba contro gli USA, che autorizzò l’inizio di quella lunga guerra del Vietnam, conclusa grazie al premio Nobel Henry Kissinger, Ministro degli Esteri di un Presidente Repubblicano, al prezzo di mesi di bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile.

Non ne sto facendo un discorso politico, non è questo il punto.
Il punto, invece, è proprio giuridico.
Affermareio combatto il terrorismobombardando, è contro le norme del Diritto internazionale moderno; affermare di voler portare un territorio e il suo popolo allademocrazia‘, è la contraddizione della democrazia, ed è il contrario del principio sacrosanto sulla autodeterminazione dei popoli.
L’oggetto del discorso è questo e solo questo. Su tali idee e su tali meccanismi è difficile concordare, ma specialmente è impossibile non constatarne l’assoluta contrarietà alle norme vigenti del Diritto internazionale.
Quando poi, queste affermazioni, si concludono con una dichiarazione esplicita di non volontà per il futuro di farsi coinvolgere in situazioni analoghe, il problema diventa politico, strettamente politico, credibile o meno che quella dichiarazione sia.
Ma anche giuridico perché, al di là della cosiddetta Realpolitik che tanto piace alle anime belle di qualche politicante nostrano,
nessuna politica può negare il diritto senza negare sé stessa. Nessuna politica è politica se non tiene conto che il diritto è fatto dagli uomini per servire gli uomini, e gli uomini non sono soltanto i potenti, né le grandi imprese, ecc… e dunque è agli uomini tutti che si deve rispondere nel rispetto delle regole, per fastidioso che possa essere rispettarle.
Certo, in un Paese come il nostro, dove la politica è la prima a spingere per violare le regole, ad adoperarsi a coprire chi lo fa abitualmente -pensiamo alla storia invereconda del passaporto verde- un discorso del genere difficilmente può essere compreso. Ma ciò non toglie che sia vero e che richieda che ci si pensi.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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