domenica, Ottobre 24

Afghanistan: la scelta obbligata di Joe Biden La fine del sostegno diretto alle autorità di Kabul è frutto da una parte della sottovalutazione di quello che esso avrebbe significato in termini di tempo e di risorse, dall’altra dell’incapacità di comprendere appieno la molteplicità di dimensioni che si cela dietro l’insorgenza ‘talebana’

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Con il graduale ritiro degli ultimi contingenti dal Paese, l’impegno occidentale in Afghanistan sta volgendo al termine, vent’anni dopo il suo inizio, sull’onda degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Per gli Stati Uniti, è stato un impegno costoso, sia dal punto di vista umano, sia materiale. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento della difesa, le forze statunitensi hanno perso in totale 2.349 uomini nel corso dell’operazione Enduring Freedom (OEF: 7.10.2001-31.12.2014) e 94 nella successiva operazione Freedom’s Sentinel (OFS: 1.1.2015-), mentre i feriti in azione sono stati, rispettivamente, 20.149 e 573. In termini economici, secondo i dati del Council on Foreign Relations, Washington ha erogato, in questi anni, aiuti per un controvalore di 18,8 miliardi di dollari al fine di sostenere il governo di Kabul e avviare l’Afghanistan sulla strada della stabilità e della modernizzazione. Formalmente, il disimpegno in corso rappresenta l’esito dell’accordo firmato dall’amministrazione Trump con le fazioni talebane il 29 febbraio 2020, accordo che, secondo quanto negoziato, avrebbe dovuto portare a un cessate il fuoco ‘permanente e generale’ (‘a permanent and comprehensive ceasefire’) fra le fazioni afgane. Tuttavia, sulla possibilità di giungere a tale risultato, vi sono parecchi dubbi.

A fronte di un ritiro delle truppe statunitensi che ha raggiunto il 90% del totale, le ultime settimane hanno assistito, infatti, a un’escalation della violenza soprattutto nei confronti delle forze di sicurezza afgane (ASF – Afghan Security Forces) e al parallelo estendersi del controllo esercitato dalle milizie talebane. Allo stesso tempo, aliquote crescenti delle ASF hanno lasciato le proprie posizioni in varie parti del Paese, favorendo la rapida rioccupazione di molti distretti da parte degli insorti, che si sarebbero appropriati delle armi e degli equipaggiamenti abbandonati dalle truppe regolari. È uno scenario che ha sollevato i timori degli analisti, secondo cui – con un quarto dei distretti ormai sotto controllo talebano il collasso dell’autorità centrale sarebbe solo questione di tempo. La proliferazione delle milizie anti-talebane fra le componenti etniche non pashtun spinge nella stessa direzione, rendendo concreta la prospettiva di un ritorno a una situazione di violenza generalizzata come quella ha seguito il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989. Né sembra destinata a maggiore successo l’ipotesi di un ‘azzeramento’ dell’attuale governo in vista dell’attivazione di un processo condiviso di riconciliazione nazionale, ipotesi che sarebbe stata caldeggiata almeno da parte dell’amministrazione statunitense.

Per Washinton è una sconfitta cocente anche se in buona parte annunciata. Il ridimensionamento dell’impegno sul campo con il passaggio da OEF a OFS aveva già rappresentato un primo, implicito riconoscimento, da parte dell’amministrazione Obama, dell’impossibilità di giungere a una soluzione militare del problema afgano. Successivamente, l’avvio dei primi colloqui con i Talebani aveva confermato questa impressione, mentre il dialogo con l’opposizione proseguiva anche dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, in linea con la sua politica di ridimensionamento del profilo internazionale degli Stati Uniti. Di fatto, quella annunciata da Joe Biden è stata, quindi, una scelta obbligata. La conferma che il generale Austin Miller, comandante di OFS e della missione NATO Resolute Support (anch’essa in fase di ritiro), rimarrà in Afghanistan ancora alcune settimane con un piccolo contingente di forze statunitensi e che fino a settembre saranno sempre possibili ‘surgelimitati ove la situazione li rendesse necessari cambia poco questo stato di cose. Allo stesso modo, cambia poco questo stato di cose l’impegno dell’amministrazione a continuare a sostenere finanziariamente le autorità di Kabul e a sorvegliare ‘a distanza’ lo svolgersi delle vicende afgane attraverso le unità schierate nel Golfo.

L’idea che il ritiro dall’Afghanistan possa liberare risorse per contenere l’ascesa globale della Cina spiega solo in parte queste scelte. La fine del sostegno diretto alle autorità di Kabul è, piuttosto, frutto da una parte della sottovalutazione di quello che esso avrebbe significato in termini di tempo e di risorse, dall’altra dell’incapacità di comprendere appieno la molteplicità di dimensioni che si cela dietro l’insorgenzatalebana’ e di trovare interlocutori credibili nel complesso panorama politico afgano. La stanchezza crescente dell’opinione pubblica è un altro elemento che ha spinto in questa direzione, soprattutto dopo che è stato chiaro il fallimento dello sforzo, avviato dell’amministrazione Obama nel 2009, per rilanciare l’impegno internazionale nel Paese. Da questo punto di vista, uno degli interrogativi che apre lo scenario attuale riguarda chi potrà – o vorrà – riempire il vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti. La centralità dell’Afghanistan nel teatro regionale attira ‘naturalmente’ gli interessi sia degli Stati confinanti, sia di player globali come Russia e Cina: tutti attori che hanno avuto un ruolo di peso nella guerra civile che ha travagliato il Paese negli anni Novanta e che, con ogni probabilità, torneranno, nel prossimo futuro, ad avere un ruolo nella definizione dei suoi nuovi equilibri.

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