lunedì, Ottobre 18

Afghanistan: la fame e il riconoscimento Che si chiami riconoscimento o in altro modo, probabilmente l'Occidente salverà dalla fame l'Afghanistan per evitare conseguenze alla sua sicurezza

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Il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), a settembre, ha avvisato: l‘Afghanistan è sull’orlo della povertà universale. Ben il 97 per cento della popolazione rischia di sprofondare al di sotto della soglia di povertà a meno che non venga lanciata con urgenza una risposta alla crisi politica ed economica del Paese. Lo studio ha analizzato quattro potenziali scenari di crescente intensità e isolamento, che prevedono come il Pil del Paese diminuirà tra il 3,6% e il 13,2% nel prossimo anno fiscale a partire da giugno 2022, a seconda dell’intensità della crisi e di quanto il mondo si impegnerà con i talebani. Stime in netto contrasto con la prevista crescita del Pil del 4% prima della presa di potere dei mullah. «L’Afghanistan dovrà affrontare la povertà universale entro la metà del prossimo anno», ha spiegato Kanni Wignaraja, direttore per l’Asia-Pacifico di Undp: «Ecco dove ci stiamo dirigendo, a un tasso di povertà del 97-98% indipendentemente da come funzionano queste proiezioni». Attualmente, il tasso di povertà in Afghanistan è del 72%.
Da settimane oramai la gente nel Paese è allo stremo. Una
crisi economica e finanziaria che ha paralizzato banche e imprese, ha fatto salire alle stelle i prezzi dei generi alimentari e gli altri di prima necessità, dalla farina al carburante,trasformandosi immediatamente in una spaventosa crisi umanitaria. Crisi raccontata dai pochi giornalisti stranieri ancora in Afghanistan, tra loro Stefanie Glinski, per il ‘Foreign Policy.

Nelle strade di Kabul, come di tutti gli altri centri grandi e piccoli del Paese, già uno dei più poveri al mondo, la gente cerca di vendere tutto quello che ha, dai cellulari alle sedie, tutto è in vendita perché la gente sta finendo i soldi e ha fame.Molte piccole imprese hanno chiuso, colpite dalla paralisi del settore bancario, dall’aumento dell’inflazione e dalla difficoltà di acquisire liquidità. L‘agricoltura, la principale fonte di occupazione, ha subito un doppio smacco dall’insicurezza dilagante nelle campagne e dalla siccità diffusa, racconta Glinski. Molti gli stipendi non pagati, a partire da quelli della pubblica amministrazione. La denutrizione sta dilagando tra i bambini. E mancano le strutture sanitarie, più di 2.000 strutture sanitarie in tutto il Paese hanno dovuto chiudere nelle ultime settimane, ha riferito la Croce Rossa, per mancanza di fondi.

Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che il gruppo «lavora giorno e notte» per affrontare le sfide economiche del Paese. Il problema è che i fondi si stanno esaurendo e non ci sono entrate in arrivo. «Ciò che rimane nella tesoreria del Ministero delle Finanze è stimato tra 10 e 20 miliardi di afghani (per un valore tra i 110 e i 220 milioni di dollari ai tassi di cambio attuali, altamente variabili), che vengono utilizzati per mantenere attivi i servizi minimi e per pagare i dipendenti pubblici, ha detto una fonte governativa parlando a condizione di anonimato», scrive Stefanie Glinski. «La fonte ha aggiunto che le fonti di reddito interne, come le dogane, le entrate fiscali e le persone che pagano per i servizi governativi, sono diminuite in modo significativo dall’acquisizione del potere da parte dei talebani».

«Il fatto è che l’Afghanistan era una economia in affitto, il che significa che tutto dipendeva dal denaro straniero», ha detto Haroun Rahimi, economista e assistente professore di diritto presso l’American Università dell’Afghanistan. Venendo meno il denaro straniero, «il Paese è sul punto di diventare uno Stato fallito, e i talebani, ancora sotto sanzioni internazionali, sono sonnambuli in una crisi che porterà loro un risultato irreversibile». Gli aiuti esteri, prima dell’arrivo dei talebani, costituivano circa i tre quarti del bilancio del governo. Con l’arrivo dei talebani il rubinetto degli aiuti si è chiuso. Non bastasse, il regime talebano, non gode del riconoscimento internazionale, per tanto non può avere accesso a 10 miliardi circa di dollari di attività detenute all’estero dalla banca centrale afgana. L’afghani, la valuta locale, è crollata di valore ed è stata sostituita in molte parti del Paese dalla più stabile rupia pakistana, precedentemente utilizzata in molte parti dell’Afghanistan orientale e meridionale. Il Paese ha bisogno di importare beni per miliardi di dollari, ma ha ancora meno possibilità di guadagnare dalle esportazioni rispetto a prima, e ha difficoltà a ottenere fisicamente le rimesse dagli afgani all’estero.
Haroun Rahimi ha spiegato che «nei mesi prima che i talebani prendessero il potere, la banca centrale del Paese ha cercato di sostenere il valore della valuta locale. Lo ha fatto riducendo l’offerta di afgani e vendendo dollari. E questo ha significato, verso la fine, che il settore bancario afgano aveva un enorme problema di liquidità. La banca centrale ha cercato di importare nuove banconote, che vengono stampate in Europa. Ha anche provato a far volare centinaia di milioni di dollari dagli Stati Uniti, ma non sono riusciti a farcela prima che i talebani arrivassero a Kabul. Quindi ha peggiorato una situazione già orribile. Ciò significa che le banche non hanno contanti e sono state costrette a limitare i prelievi della gente a soli 200 a settimana. La gente a volte fa la fila tutta la notte per cercare di ottenere denaro. Il che sta danneggiando anche il commercio, perché anche le aziende devono affrontare limiti di prelievo. Sono autorizzati a prelevare solo 25.000 dollari USA a settimana». «I commercianti qui facilitano i trasferimenti di denaro clandestini in modo che le persone dall’estero possano inviare fondi a familiari e amici in Afghanistan. Si chiama ‘hawala’. I commercianti di valuta affermano che l’attività di trasferimento di denaro sta andando bene ora perché è fondamentalmente l’unico modo in cui le persone possono inviare denaro».

«Il completo fallimento economico non è lo scenario più probabile», ha dichiarato Hasib Hakimzay, direttore della politica fiscale del Ministero delle finanze, a Stefanie Glinski. Hakimzay sta lavorando con i talebani per approvare un budget per il resto dell’anno. «Abbiamo bisogno che il mondo, e in particolare i Paesi occidentali, riconoscano i talebani come governo. In tal caso, i nostri problemi potrebbero essere risolti. Altrimenti, ci stiamo dirigendo verso una profonda recessione». E forse non solo quella, considerato che un Afghanistan alla fame sarebbe molto pericoloso. Tutti sanno fin troppo bene, ha affermato Haroun Rahimi, «che le minacce alla sicurezza internazionale si stanno preparando in tali ambienti e si rendono conto che le conseguenze del fallimento dell’Afghanistan, per il mondo e per la regione, sarebbero gravi».
Sul riconoscimento internazionale del governo talebano si gioca la salvezza dall’inferno della fame degli afgani, perchè il riconoscimento intanto sbloccherebbe l’accesso alle riserve congelate, poi forse il rubinetto degli aiuti internazionali si potrebbe riaprire, almeno in parte.
I vertici talebani ne sono ben consapevoli, e però se da una parte stanno lavorando pesantemente per ottenere il riconoscimento, dall’altra sembrano fare tutto quanto va in senso opposto ed è esattamente quanto impedisce tale riconoscimento -hanno composto un governo tutt’altro che inclusivo, alle ragazze è stata vietata la scuola, alle donne il lavoro, giornalisti e manifestanti per i diritti delle donne sono stati picchiati e torturati, le proteste anti-talebane sono state in gran parte vietate.
«Stanno parlando bene, il che mi dice che sanno per cosa dovrebbero lottare, ma finora non hanno soddisfatto le richieste della comunità internazionale», ha detto Hamdard a Glinski. «Hanno lottato per una visione di vittoria che ora deve essere modificata per governare. Non sono molto ottimista che la loro leadership abbia questa autonomia senza perdere combattenti che potrebbero sentirsi traditi». Esattamente questo potrebbe essere il motivo che porta i talebani ad essere ambivalenti: il timore di perdere pezzi, ovvero combattenti delusi che potrebbero unirsi ai ranghi dello Stato Islamico, il che significherebbe alimentare il nemico interno, inoltre, il fatto potrebbe ulteriormente innervosire la comunità internazionale allontanando il riconoscimento del regime talebano.

Lacacciaal riconoscimento in questi due giorni è proseguita, e parrebbe positivamente. Due incontri molto importanti hanno occupato i vertici talebani.
Il
primo incontro c’è stato lunedì con funzionari dell’Iran. Al centro dei colloqui, la necessità di regolamentare il commercio tra i due Paesi, ha detto il portavoce dei talebani Bilal Karimi. Hanno deciso di aumentare le ore di negoziazione al valico di frontiera di Islam Qala da otto ore al giorno a 24 e di regolamentare meglio la riscossione delle tariffe e migliorare i lavori stradali. Le dogane sono una fonte chiave di entrate nazionali per l’Afghanistan, e al momento le difficoltà nella riscossione sono molto gravose. Inoltre, come riferisce l’inviato di ‘Repubblica‘, Paolo Brera, è stato siglato un accordo con l’Iran di carattere soprattutto economico per infrastrutture ed energia. «L’accordo prevede di intensificare entro dieci giorni il lavoro ai confini per “facilitare il flusso di esportazioni e importazioni”, mentre saranno avviati entro un mese i lavori per il miglioramento dei collegamenti stradali su entrambi i lati della frontiera e saranno armonizzate le tariffe doganali. Tra Dogaron e Islam Qala sarà costruita una città commerciale: entro un mese le parti si impegnano a predisporre “il quadro necessario per la sua fondazione e costruzione”. Sempre sul fronte commerciale e dei trasporti, l’accordo prevede anche la valutazione congiunta dei danni provocati dalla guerra sulla linea ferroviaria Shamti-Roznak e sulla stazione di Roznak, e per farlo arriverà in Afghanistan “nei prossimi dieci giorni” una delegazione di esperti iraniani. Infine, “la Repubblica islamica dell’Iran ha deciso di aprire un’esposizione speciale a Kabul o Herat quando la parte afghana potrà garantirne la sicurezza».
E non solo, è prevista a breve una «
missione che rappresentanti del Ministero afghano del Petrolio effettueranno in Iranper studiare e condividere i problemi dell’approvvigionamento del carburante”. E non basta, “entrambe le parti hanno concordato di costruire un gasdotto da Dogaron a Islam Qala”, i lavori inizieranno “nell’immediato futuro”». Un piatto molto sostanzioso, economicamente concreto, il che farebbe pensare che il riconoscimento dell’Iran sia di fatto implicito. Ma l’Iran non è la comunità internazionale come intesa in Occidente.
Per altro si consideri che
il giorno dopo la delegazione iraniana è stata in Pakistan, il grande sostenitore da sempre dei talebani. Al centro dei colloqui, la situazione della sicurezza regionale dopo la conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani e la sicurezza delle frontiere. Le dichiarazioni ufficiali degli incontri affermano che i due Paesi hanno concordato che si sarebbero «coordinati da vicino ai forum bilaterali e regionali» sull’Afghanistan.

Nelle stesse ore di martedì, a Kabul, l’altro importante incontro: i leader talebani si sono incontrati con i funzionari del Regno Unito per la prima volta da quando hanno preso il potere. Una mossa che il gruppo spera aprirà la strada al Paese per riempire le casse affamate di denaro.

I talebani hanno incontrato Sir Simon Gass, l’alto rappresentante del primo ministro britannico per la transizione afghana, e Martin Longden, l’incaricato d’affari della missione britannica in Afghanistan a Doha.
Alte fonti diplomatiche britanniche hanno voluto sottolineare che la visita, tra le prime di funzionari occidentali dopo la conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, non significava che il Regno Unito stesse riconoscendo i talebani come legittimo governo del Paese. Abdul Qahar Balkhi, portavoce del ministero degli esteri dei talebani, ha affermato che ai funzionari britannici è stato chiesto di aiutare a rilasciare centinaia di milioni di dollari di beni afgani che sono stati congelati all’estero. Ha aggiunto che il suo governo voleva che la Gran Bretagna «iniziasse un nuovo capitolo di relazioni costruttive» e che i colloqui si erano «concentrati su discussioni dettagliate sul rilancio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi».
Simon e Longden «hanno discusso di come il Regno Unito potrebbe aiutare l’Afghanistan ad affrontare la crisi umanitaria, dell’importanza di impedire che il Paese diventi un incubatore di terrorismo e della necessità di un passaggio sicuro continuo per coloro che vogliono lasciare il Paese. Hanno anche sollevato il problema del trattamento delle minoranze e dei diritti delle donne e delle ragazze».

In una dichiarazione, i talebani hanno affermato di essere impegnati in buone relazioni con tutti i Paesi.«In cambio, vogliamo che la comunità internazionale restituisca il capitale in contanti della Nazione afghana alla nostra Nazione», ha affermato, riferendosi a miliardi di dollari in beni afghani congelati nei conti statunitensi.
Il reso conto di Brera sottolinea che i talebani hanno ribadito agli inviati di Londra che «il mondo non deve temere l’Afghanistan da cui non riceverà alcun pericolo, rassicurando la comunità internazionale che sono state ripristinate le condizioni necessarie perché possano operare sul territorio “in tutti i settori, in particolare nell’assistenza umanitaria e medica”. Sempre secondo i talebani, l’inviato speciale britannico Simon Gass avrebbe» assicurato «la continuazione degli aiuti umanitari dal Regno Unito attraverso l’Onu e altre organizzazioni internazionali».
Certamente non si tratta di un riconoscimento, quello di Londra, ma altrettanto certamente la visita e il come è stata presentata dalle due parti è un fatto diplomaticamente e politicamente importante. Anche perchè non si può immaginare che Londra sia andata a Kabul senza aver informato Washington.
Per dirla con Haroun Rahimi, la comunità internazionale si rende conto «che le conseguenze del fallimento dell’Afghanistan, per il mondo e per la regione, sarebbero gravi».
Che si chiami riconoscimento o in altro modo, probabilmente l’Occidente salverà dalla fame l’Afghanistan per evitare conseguenze alla sua sicurezza

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