sabato, Settembre 25

Afghanistan: la democrazia delle armi e la sconfitta dell’Occidente Non c’è che dire, un ottimo affare in termini di costi/benefici e di risultati raggiunti. Follie che ci hanno regalato una disfatta che peserà sul mondo libero per decenni se non di più e che avrà ripercussioni in diverse aree geografiche del mondo

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Non crediamo mai abbastanza

a ciò in cui non crediamo

(M. Conte S. 2004)

Il drammatico e non sorprendente esito in Afghanistan con la conquista senza sparare dei Talebani sunniti, con migliaia di suoi abitanti ammassati all’aeroporto di Kabul per un posto aereo di sola andata verso il mondo libero, ammaccato ma ancora esistente da qualche parte, costringe il mondo intero ad occuparsi, di nuovo ai titoli di coda, di ciò che molti sapevano ma che nessuno ha più voluto vedere per tanti anni.

Mentre commentiamo e guardiamo immagini di barbuti sunniti che, trasfigurati, paiono come i vietcong laceri e dismessi che dettero all’America una lezione politico-militare (ma con premesse ed esiti diversi), sono rimasto agghiacciato nell’osservare scene da ‘11 settembre’ afghano. Scene strazianti, con quegli aerei militari americani a cui si avvinghiavano giovani del posto sui portelloni ed addirittura sui pneumatici, mentre gli aerei rullavano sulla pista per scappare, con cittadini in fuga dal ritorno dell’orrore e dal nuovo oscurantismoconnesso alla sharìa. E poi in volo piccoli punti neri cadere nel vuoto. Fuggitivi certi di morire ma inutilmente speranzosi di vivere, cadendo nel vuoto. Non una fiction ma la realtà di uomini disposti a tutto pur di non sopportare un regime dispotico oppressivo, malato dellinterpretazione radicale della religione degli studenti coranici, i custodi dell’ortodossiaSenza nome ma uno lo conosciamo, si chiamava Zaki Anwari di 19 anni, uno di quei punti neri staccatisi da quegli aerei. Forse sarà questo il fermo immagine che mi rimarrà nella memoria di un disastro oggi certificato, ieri annunciato.

E mentre resto inorridito dal vano tentativo di forzare una morte certa entro in un corto circuito mentale e quei punti neri sull’aeroporto di Kabul sono come i punti neri che si lanciavano nel vuoto dalle Twin Towers, le Torri Gemelle quell’abbacinante 11 settembre ormai di 20 anni fa. Lì si buttavano follemente vogliosi di vivere incontrando una morte certa a cui non volevano dare possibilità, condannati ad inevitabile morte dal fuoco sui piani alti delle Torri attaccate da terroristi, che tante volte avevo salito, qui aggrappati nel voler vivere in un gesto ad un incontro certo con la morte. Orrore abbacinante. In entrambi i casi, la morte di umani come morte dell’uomo, condanna di una specie che vive e muore tra domini e sottomissioni, schiavitù ed oppressioni e che superata la soglia consapevole della vita insegue una sopravvivenza già morta.

Ed ora inviati cronisti e commentatori redigono il testamento di ciò che era già nella Storia degli avvenimenti degli anni passati. Un problema che riguarderà tutti noi umani abitanti contrapposti di un unico mondo. Una frase su tutte compendia l’esito di queste settimane, ‘Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo’. Tradotto, l’analogico batte il digitale, secondi minuti ore giorni mesi anni pesano in modo diverso a seconda da dove osservi lo scorrere del tempo. In America il tempo è denaro, l’economicismo di un capitalismo dove tutto è veloce, mentre il mondo della vita ha oltre i tempi dell’utile elementi dell’inevitabile. Queste le profetiche parole espresse da un talebano importante fotografano meglio d’ogni commento una situazione appena un mesa fa impensabile, nel senso che gli stolti americani non lo avevano messo nel conto, manifestando un’incapacità a capire il mondo oltre le armi.

Non citerò le inutili stucchevoli eruttazioni della politichetta italiana, tra posizionamenti interni, amicizie a prescindere verso l’amico americano che tutto vuole e può, incapacità a dotarsi di seri criteri di valutazione. Più serio e grave valutare la stupefacente sorpresa dell’Occidente, su come poche decine di migliaia di fanatici studenti (!) coranici abbiano preso il Paese dinanzi allo sfarinarsi (come in Iraq di quel Saddam Hussein privo di armi distruttive sbugiardando la versione di comodo americana) di una Guardia Nazionale afghana finanziata con ben 90 miliardi di dollari (!), poco organizzata corrotta collusa. Disfatta che ha sorpreso solo gli incauti dell’ultima ora ed in fondo sempre gli infantili americani, per cui tutto è potenza delle armi essendo portatori di un pensiero molto primitivo, anche se molti non sapendo vedere storceranno la bocca, dopo quel 6 agosto 1945 con le bombe atomiche ad Hiroshima e Nagasaki, per costringere subito i giapponesi alla resa, e poi dopo non sanno mai che fare. Mentalità di distruzione privi di un argomentare per protocolli diplomatici e politici. Americani che contavano tanto sul Governo friabile di Asraf Ghani, Presidente fantoccio subito scappato negli Emirati Arabi Uniti, si dice per manifesta ostilità dei Talebani a discutere di alcunché con i procacciatori dell’Occidente, dicunt con 170 milioni di dollari, che se fosse vero…, appena capito che i talebani non volevano mediare con lui. Un potere politico assolutamente inesistente di un Paese pre moderno tribale regolato da fazioni e signori della guerra (piccoli potentati locali) situato in un’area geostrategica tra Pakistan, Iran ed a contatto di frontiera con la Cina. Lì gli Usa sono stati ben 20 anni con qualche risultato, benefattori ma imponendo le proprie convinzioni e comandi, come far vivere meglio le donne e qualche progetto ‘democratico’, ma spendendo oltre 1000 (!!!) miliardi di dollari dei contribuenti americani che non sanno neanche perché e dove sia, mentre noi ce la siamo ‘cavata’ con appena 8,7 miliardi di dollari. Con 2 mila morti tra i militari americani ma circa il doppio di contractors, i mercenari professionisti ma suona meglio, e 54 soldati italiani.

Non c’è che dire, un ottimo affare in termini di costi/benefici e di risultati raggiunti. Follie che ci hanno regalato una disfatta che peserà sul mondo libero per decenni se non di più e che avrà ripercussioni in diverse aree geografiche del mondo. Fino alla Cina, alla Russia, persino a quei fondamentalisti della dittatura turca, a cui, altro gioiello diplomatico, noi Occidente europeo paghiamo miliardi da anni a quel cafone dittatore di Erdogan per tenersi nelle sue contrade le centinaia di migliaia di profughi siriani invece di liberarle e farle arrivare da noi. In due parole è possibile misurare tutto il disastro dell’Occidente in questo agosto del 2021: Emirato islamico. Missione compiuta, con una tempistica inusitata che ha sorpreso gli stessi americani che fanno tanti briefing, riunioni a dirsi cosa non si sa. Con l’America e Biden che in contrasto con il troppo osannato Obama, lo ripeto ancora, già nel 2011 era contrario a proseguire un’inutile occupazione militare di sostegno ai più o meno civili afghani. In meno di un mese i Talebani si sono ripresi l’Afghanistan, Paese montagnoso, ostile, infìdo, pieno di gallerie terre brulle e città arroccate da cui già nel 1989 la vecchia Armata Rossa era stata sconfitta. Dopo aver ucciso il Leone del Panshir, quel Massoud di cui è uscito in questi giorni convulsi e caotici il figlio, in quell’area a Nord che oggi tenta una resistenza armata. E da chi i locali avevano ricevuto armi finanziamenti ed intelligence, alfine neanche tanto intelligente? Ma dagli americani, of course, ovviamente, sempre pronti a depistare, inquinare, provocare cadute di regimi, fomentare colpi di Stato (remember Cile, o tutto il Sud America, per combattere i comunisti?).

Viene in mente l’intricato verde delle foreste in Vietnam dove gli americani non hanno ancora elaborato il lutto di una sconfitta contro i Vietcong, male armati, inquadrati in corpi militari con dotazioni assolutamente insignificanti per la potenza distruttiva americana. Due atti diversi. Lì, a Saigon, la potenza di fuoco americana si scontrò con l’ambiente e la resilienza dei viet, perdendo la guerra. Ricordiamo gli ultimi elicotteri Usa che lasciavano il tetto d’ambasciata di Saigon il 30 aprile del 1975 fuggendo una terra che li aveva sconfitti. Qui al contrario gli americani non sono usciti perdenti, almeno in guerra, ma sicuramente sconfitti sui piani politico-diplomatico. Sconfitte della Storia, sconfitte della potenza mastodontica, ma così microscopica come quella degli americani, i nostri fratelli maggiori, i nostri protettori, i nostri padroni. Loro da decenni ordinano e tutti gli alleati obbediscono. Oggi, nel 2021, è arrivato il tempo in cui l’Occidente smetta di fare il bambino inerme piagnucoloso e gracile e si metta con umiltà, molta umiltà, a studiare, sì studiare, a cominciare dai servi volontari italiani e gli altri alleati. Studio, conoscenza del terreno dei suoi usi e costumi, antropologie di popoli diversi ché se lo dici agli americani non capiscono neanche di che parli, essendo loro machissimi, fortissimi, indistruttibili nelle loro armi sofisticate e potenza distruttiva, non avendo mai capacità di elaborare visioni e progetti di futuro che non fossero appaltati al complesso militar-industriale del Pentagono e dei militari. Quelli che si sono tanto divertiti a fare la guerra per inutili 20 anni in Afghanistan. Ah già, per combattere Al Qaeda, mentre inviati ci informano che stanno convergendo nel nuovo vecchio Afghanistan antiche milizie, brandelli di Isis e tanti terroristi sparsi, grazie anche alla vicinanza territoriale con uno dei vincitori, il Pakistan, da cui provenivano molti dei terroristi degli anni scorsi. E dunque con preoccupazioni dell’India acerrima nemica dei primi, con il loro irrisolto nodo della contesa del Kashmir.

Bel lavoro, non c’è che dire. Le guerre, brutta bestia, da rigettare sempre, ha ragione il buon Gino Strada che vorrei qui ricordare per l’integrità del pensiero e dell’azione, sbeffeggiato dai tanti servi, politici giornalistici e non che difatti non si sono fatti vedere nei giorni di camera ardente, eccetto un deputato del Pd, Emanuele Fiano. Tutti gli altri essendo troppo impelagati in tresche personali ed affari per poterne riconoscere la portata l’integrità e la nobiltà d’animo. Tutti valori morali oggi fuori corso. I debiti di riconoscenza con gli Usa ormai hanno una data di scadenza, non si può dopo 80 anni stare ancora lì a fare i servi degli americani, correndo dove ci chiamano con un fischio, ché loro sono rimasti un po’ bovari. Con il corredo di un’Europa di cui non pare il caso parlarne ulteriormente, colosso d’argilla dormiente su tutti i dossier che hanno attraversato i Paesi europei negli ultimi 30 anni, anche qui in riga come soldatini ai comandi della Merkel-Germania, ora in fine vita politica, la prima, mentre la seconda forse ce la potrebbe fare ad avere una coalizione Verdi-Spd-Liberali e mandare finalmente la Cdu all’opposizione. Declino della Germania e prossimo in Francia con un Macron disastroso ambiguo con politiche fallimentari, ma lì con il doppio turno o viene sostenuto al secondo turno oppure sale la fascista Le Pen, l’amica dei fasci e leghisti italiani.

Adesso occorre concentrarci sul tentativo di portare in Europa, divisa e senza alcuna solidarietà, le migliaia di persone afgane che hanno in diversi modi aiutato i Paesi invasori nel loro Paese. Insomma, si tratta di tentare di aprire i fa(u)mosi corridoi umanitari, distribuendoseli con criteri decenti. Quegli stessi canali su cui non si trovano soluzioni per le altre controversie post militari che vede contrapposti nazional-sovranisti-fascistoidi e collettività ancora dentro un sistema democratico, i cui valori senso azioni erano già in forte crisi in un mondo globale che l’America ha contribuito a rendere ancora più confuso con la personale ricerca dei propri interessi finalità in un contrasto che dovrebbe finalmente esplodere in Occidente per far emergere nuove posizioni, diverse strategie, fini condivisi. Su questo è necessario ed urgentissimo riflettere. Mentre dobbiamo in qualche modo dialogare con i nostri nemici con gli amici si può anche solo assentire.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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