sabato, Settembre 18

Afghanistan: l’uccisione compassionevole firmata Biden La decisione della Casa Bianca di non rispettare la data del 1° maggio ma comunque di ritirarsi dal Paese entro l'11 settembre, a 20 anni dall'inizio della 'guerra infinita', secondo gli osservatori è la presa d'atto che non esiste un'alternativa 'responsabile'

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Il prossimo ottobre segnerà il 20° anniversario della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan. L’accordo raggiunto l’anno scorso tra l’Amministrazione Trump e i talebani prevedeva che il 1° maggio 2021 tutte le truppe americane lasciassero l’Afghanistan. Dopo mesi di discussioni alla Casa Bianca e soprattutto fuori, tra i vari esperti, ieri, il ‘Washington Post‘, ha annunciato che, secondo fonti interne all’Amministrazione, Joe Biden ritirerà tutte le truppe americane dall’Afghanistan entro il 20° anniversario dell’11 settembre 2001, la data che segno’ l’attacco terroristico contro le Torri Gemelle e che portò gli Stati Uniti a ingaggiare quella che è stata definita la ‘guerra per sempre’. Il ritiro previsto sarà così ritardato di cinque mesi nel tentativo, si ritiene, di rafforzare i vacillanti colloqui di pace tra il Governo afghano e i talebani, per quanto si tema un aumento della violenza -che i talebani hanno minacciato se gli Stati Uniti avessero mantenuto le truppe oltre il 1 ° maggio. Un nuovo rapporto dell’intelligence pubblicato ieri, sottolinea il ‘New York Times‘, ha offerto una cupa valutazione dell’Afghanistan e delle prospettive di pace. «Il governo afghano lotterà per tenere a bada i talebani se la coalizione ritira il sostegno», afferma il rapporto.

«Prima del 1° maggio, inizieremo un ritiro ordinato e abbiamo in programma di ritirare tutte truppe prima del 20esimo anniversario dell’11 settembre», ha spiegato un alto funzionario americano al ‘Washington Post‘, aggiungendo che Biden non imporrà condizioni ai talebani o al Governo afghano per completare il ritiro. Infatti, Biden ha respinto la sollecitazione del Pentagono per un ritiro «basato sulle condizioni» sul terreno, in forza del quale gli Stati Uniti sarebbero rimasti fino a quando le forze di sicurezza afghane non avessero potuto affermarsi.

La Turchia terrà un vertice di pace in Afghanistan che inizierà il 24 aprile come parte della spinta diplomatica sostenuta dagli Stati Uniti. Il Ministero degli Esteri turco ha annunciato che saranno presenti rappresentanti dell’Afghanistan e dei talebani. I talebani hanno affermato di non aver concordato la data, secondo ‘Reuters‘.

Attualmente ci sono circa 3.500 soldati statunitensi in Afghanistan, 2.500 militari e 1.000 membri delle forze speciali, mentre la Nato mantiene altri 7.000 soldati non americani. Gli Stati Uniti «si coordineranno con la Nato e con i suoi partner per un ritiro coordinato entro la stessa scadenza» fissata da Biden, secondo la fonte di ‘Washington Post‘. Infatti, tale programma di ritiro sarà al centro di una una riunione ristretta e straordinaria convocata a Bruxelles dei Paesi framework sull’Afghanistan.

Il ‘New York Times‘ annota come la decisione abbia «suscitato un’ampia gamma di reazioni a Washington, adatte a un conflitto che ha diviso e confuso la Nazione».

Tutto, dunque, è iniziato nel 2001. È stato sul suolo afghano che Osama bin Laden ha escogitato il complotto per attaccare gli Stati Uniti. I talebani, i governanti de facto di gran parte dell’Afghanistan sulla scia di una sanguinosa guerra civile, avevano dato rifugio a bin Laden e ai suoi sostenitori. Da lì è iniziata la ‘guerra per sempre’ degli USA.
Guerra iniziata con l’obiettivo limitato di prendere di mira le capacità operative di al-Qaeda in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, come sottolineano dal Quincy Institute for Responsible Statecraft. Due decenni dopo la missione «si è trasformata nella quintessenza della guerra infinita. Le ragioni addotte dai funzionari statunitensi e dalla comunità politica per rimanere in Afghanistan includono l’antiterrorismo, la competizione tra grandi potenze, il prestigio e la posizione degli Stati Uniti nel mondo e la protezione dei diritti umani. È probabile che le cause profonde della guerra in Afghanistan, che includono un’insurrezione ideologicamente impegnata, alti tassi di violenza, governo debole, ampia corruzione, divisioni etniche e sviluppo economico insufficiente, rimangano realtà per anni e non si prestano a un soluzione attraverso l’esercito», fa notare il Quincy Institute, tra i più ferventi sostenitori dell’uscita entro il 1° maggio.
Una guerra costata ai contribuenti statunitensi circa 1 trilione di dollari di spese dirette,centinaia di miliardi di dollari di interessi aggiuntivi sul debito contratto per finanziare lo sforzo bellico e probabilmente un ulteriore 1 trilione di dollari di costi per la cura dei veterani della guerra per i prossimi decenni, secondo le stime di Adam Weinstein, analista del Quincy Institute che come marine ha prestato servizio in Afghanistan.

L’ex Presidente Donald Trump ha insistito per il ritiro dall’Afghanistan. Nel 2018, il suo Segretario alla Difesa, James Mattis ha negoziato un ritiro degli Stati Uniti direttamente con i talebani, escludendo il Governo afghano. Per i talebani è stata una vittoria. Avevano combattuto la potenza militare più forte del mondo fino a determinare una situazione di stallo, e alla fine erano riusciti portare gli USA al tavolo della trattativa da una posizione di forza.
Il
17 novembre 2019, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero ritirato circa la metà delle sue 4.500 truppe dall’Afghanistan come parte di un accordo di cessate il fuoco con i talebani, un preludio ai colloqui di pace degli Stati Uniti con i talebani.
La grande riduzione delle truppe è stata un
duro colpo per l’Esercito nazionale afghano addestrato dagli Stati Uniti, che aveva visto 45.000 soldati uccisi dal 2015 al 2019 nel conflitto con i talebani, secondo lo studioso Brian Glyn Williams, che ha lavorato nella squadra delle operazioni di informazione dell’Esercito americano nella parte orientale Afghanistan durante la guerra. L’Esercito nazionale afgano, infatti, si affida alle truppe americane per addestramento, equipaggiamento e altro supporto essenziali. Il programma di ritiro di Trump per le tribù etniche pashtun del sud-est dell’Afghanistan è stata la dimostrazione della debolezza americana. «Queste 60 tribù, o clan, per secoli hanno mantenuto -e cambiato- l’equilibrio del potere militare e politico del Paese».
Gli
Stati Uniti nel febbraio 2020 hanno firmato il loro accordo di pace con i talebani, dopo una tregua di una settimana e 18 mesi di negoziati.
L’
accordo in quattro parti impegnava gli Stati Uniti a ritirare il resto dei suoi soldati dall’Afghanistan entro il 1 ° maggio 2021, la data che Biden ha appena respinto, considerandola invece quella di inizio ritiro. In cambio, i talebani hanno accettato di avviare colloqui con il Governo afghano e di impedire a gruppi estremisti come al-Qaeda di utilizzare l’Afghanistan come base per attaccare gli Stati Uniti e i loro alleati.
Ma la pace in Afghanistan richiederà più di un accordo, sostiene Elizabeth B. Hessami, studiosa di peace-building alla Johns Hopkins University. In un articolo pubblicato poco dopo la firma dell’accordo, Hessami ha sottolineato come la crescita economica e migliori opportunità di lavoro -esattamente quanto oggi manca e ancora a lungo mancherà in Afghanistan- sono le condizioni indispensabili per la pace, osservando che i gruppi ribelli in genere reclutano persone che hanno un disperato bisogno di un reddito. Secondo ‘Wired‘ nel 2007 i talebani hanno pagato i propri soldati molto meglio di quanto il Governo afghano pagasse i suoi militari. La creazione di alternative ben retribuite ai gruppi estremisti, quindi, è un pezzo fondamentale per risolvere il puzzle della sicurezza nazionale dell’Afghanistan, secondo Hessami.

Nel settembre 2020, sei mesi dopo l’accordo USA-talebani, i talebani hanno avviato colloqui con il Governo afghano a Doha, in Qatar. Intanto, nei mesi successivi all’accordo USA-talebani, i livelli di violenza in Afghanistan sono aumentati.

Anthony H. Cordesman, tra i principali analisti di strategia dell’autorevole think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS), annota come «non c’è un buon modo in cui gli Stati Uniti possano ritirarsi dall’Afghanistan». Chiaramente gli USA non possono rivendicare la vittoria e non possono «aspettare indefinitamente una qualche forma cosmetica di pace». È chiaro che ci vorranno anni per portare le forze di sicurezza afghane al punto in cui possono essere effettivamente autonome nel gestire pace o la non-pace. Ed è altrettanto chiaro «che i talebani stanno ancora lentamente vincendo e che il Governo centrale afghano è irrimediabilmente diviso, corrotto e inefficace». Ciò mentre «l’economia afghana è in uno stato di collasso e l’Afghanistan non può sopravvivere senza massicci aiuti esterni -aiuti che possono solo far guadagnare tempo», non certo ottenere lo sviluppo, quello che servirebbe perchè gli afghani possano stare in piedi da soli.
«Proseguire con sforzi aperti di pace e assistenza alla sicurezza offre ora poco più che una speranza vana, soprattutto dopo la riluttanza del Presidente Ghani a tentare anche solo di andare avanti verso una forma negoziabile di pace». Per tanto, l’uscita delle forze armate americane dal Paese, «sarà una tragedia, ma è giunto il momento dell’equivalente strategico di un’uccisione per misericordia. Questo non significa abbandonare immediatamente l’Afghanistan. Anche una disperata speranza dovrebbe essere data per qualche tipo di cambiamento, ma è tempo per un ultimatum e un ritiro spietato e senza compromessi se i leader dell’Afghanistan non rispondono pienamente». Non significa abbandonare l’Afghanistan «se i leader afghani rispondono. Significa stabilire condizioni chiare per qualsiasi forma di impegno futuro degli Stati Uniti», alla base dovrà essere chiaro «che gli Stati Uniti offriranno importanti aiuti finanziari se il Governo centrale e i talebani riusciranno a raggiungere un accordo e attuarlo», il che secondo Cordesman è «una ‘speranza disperata’ nel senso classico del termine», visto che non è detto che se Ghani rimane al potere l’accordo possa funzionare, né, per altro, se c’è qualche gruppo di leader afgani che possa agire come sua alternativa. Per l’analista del CSIS è necessario «ritirarsi se non c’è una risposta afgana credibile. Significa tagliare sia gli aiuti militari che quelli civili». Tutto ciò sarà pagato in termini politici dall’Amministrazione Biden, anche se il 95% delle responsabilità è in capo alle precedenti amministrazioni.

Per il Quincy Institute «l’élite della politica estera di Washington si sta di nuovo illudendo, ritenendo che se le truppe statunitensi vengono trattenute in Afghanistan un po ‘più a lungo, una guerra civile più profonda può essere elusa, i talebani possono essere tenuti sotto controllo e le conquiste ottenute dagli afghani nelle aree urbane possono essere protette». Il Quincy, quando nei mesi scorsi si era acceso il dibattito su ‘andare o restare’ dall’Afghanistan, aveva pesantemente denunciato come la lobby delle armi stesse lavorando per prolungare la guerra. «Mantenere le forze americane in Afghanistan non aiuta ad avvicinare le opposte fazioni. Piuttosto, continuare a rimanere attivamente danneggia le prospettive di una pace significativa e duratura. Allo stato attuale, i talebani negoziano sotto la minaccia delle armi, mentre il governo afghano negozia da dietro uno scudo che Washington può rimuovere in qualsiasi momento». «L’intervento in corso degli Stati Uniti in Afghanistan distorce gli equilibri di potere del Paese». «La triste realtà è che non esiste un’alternativaresponsabileal ritiro dall’Afghanistan», affermano Adam Weinstein e Trita Parsi del Quincy Institute. Gli Stati Uniti dovrebbero ritirare le proprie truppe in modo che i negoziati riflettano le dinamiche di potere effettivamente esistenti in Afghanistan. «Lasciare militarmente l’Afghanistan è un passo difficile ma necessario verso l’adozione di una politica radicata nella diplomazia e negli aiuti sostenibili».

La decisione è stata presa. Ora l’attenzione si sposta su cosa si potrà costruire in questi mesi. Un accordo tra il governo e i talebani sembra lontano da venire, né si può immaginare che in qualche modo questo accordo possa essere trovato sul format di un pax americana, già tentata e nettamente respinta da Kabul nelle scorse settimane. 

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