martedì, Ottobre 26

Afghanistan, incontro Biden – Ghani: brividi settembrini Domani faccia a faccia tra il Presidente dell'Afghanistan, Ashraf Ghani e il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. In discussione c'è il futuro stesso dell'Afghanistan. Il ritiro americano sempre più problematico

0

Domani 25 giugno, a Washington, il Presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, e il Presidente dell’Alto Consiglio afghano per la riconciliazione nazionale, Abdullah Abdullah, incontreranno il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Al centro dell’incontro, il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, nel mezzo dell’impennata dei combattimenti tra le forze afgane e i talebani in tutto il Paese, e come gli USA garantiranno supporto alla sicurezza del Paese. Non sarà un incontro facile, tanto meno banale, perchè di fatto in discussione c’è il futuro stesso dell’Afghanistan. La sua tenuta o il rischio che diventi un emirato talebano o Paese fallito in mano alla guerriglia talebana.

Da quando, in aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di ritirare tutte le truppe statunitensi prima dell’11 settembre, per porre fine alla guerra più lunga d’America, dopo quasi 20 anni di conflitto -decisione poi seguita a ruota dal resto delle truppe NATO presenti nel Paese-, i talebani hanno organizzato una campagna per espandere la propria influenza in tutto il Paese. Quotidianamente i talebani hanno combattuto contro le forze governative, e affermano ora di avere il controllo 40 distretti, incluso il principale valico di frontiera con il Tagikistan. Secondo alcune valutazioni di intelligence, i talebani si muovono per invadere gli avamposti del governo,conquistare le principali città per poi innescare una guerra civile più ampia o marciare su Kabul per rovesciare il governo.
I talebani non sono stati all’altezza degli impegni fissati dall’accordo sul ritiro delle truppe, ha dichiarato Ministro degli Esteri afgano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il gruppo avrebbe mantenuto legami con gruppi terroristici come Al Qaeda e le vittime civili sono aumentate del 29% nel primo trimestre dell’anno rispetto al 2020.
Così, il ritiro americano si fa sempre più problematico. ‘
Responsible Statecraft‘ afferma che «il Pentagono sembra davvero irrequieto all’idea di lasciare completamente l’Afghanistan», malgrado a parole sostenga il contrario. Il ‘New York Times‘ ha riferito che c’è un attivodibattito‘ in corso al Pentagono sull’opportunità o meno di chiedere l’autorizzazione per condurre attacchi aerei per proteggere la capitale, Kabul, o altri centri come Kandahar che sono a rischi di cadere in mano ai talebani.

Biden cercherà di rassicurare Ghani e Abdullah circa il sostegno degli Stati Uniti al popolo afghano, compresa l’assistenza diplomatica, economica e umanitaria, ha affermato la Casa Bianca in una nota dei giorni scorsi, confermando il suo impegno per garantire che il Paese non diventi il ‘paradiso’ dei gruppi armati. Ma è innegabile che si tratti di parole alle quali sarà molto difficile far seguire i fatti.
Per ora, l’unica cosa che pare esserci davvero nel piatto è l’impegno della Turchia a mettere in sicurezza l’aeroporto di Kabul, considerato cruciale dal punto di vista economico.
Nulla, al momento, è chiaro su quale tipo di presenza e attività antiterrorismo sarà condotta dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, su quale assistenza sarà garantita per consentire al legittimo governo afghano e alle forze di sicurezza di resistere ai talebani, coerentemente con il non avere truppe sul terreno. Alcune delle forze di sicurezza afghane si sono già arrese ai talebani nelle aree periferiche, proprio per la mancanza di supporto esterno.L’assistenza alla sicurezza non si ha ancora idea su come potrebbe prendere corpo. Potrebbe trattarsi anche solo di un piccolo gruppo di consiglieri a Kabul, magari all’interno dell’Esercito afghano.
Non è poi da trascurare la questione di
come l’esercito afghano manterrà l’equipaggiamento che oggi viene loro garantito da 18.000 appaltatori che lasciano il Paese insieme alle truppe americane e della NATO. Senza aiuto per la manutenzione e la riparazione, l’aviazione afghana potrebbe crollare, privando il governo di un vantaggio significativo sui talebani, avverte  ‘Defense One‘.
I
funzionari della Difesa USA, il mese scorso, hanno dichiarato al Congresso, che non hanno un piano per condurre l’attività di intelligence dopo il ritiro e stanno ancora lavorando per garantire accordi con i Paesi vicini per consentire il sorvolo o ospitare risorse americane. ‘Defense One‘ inquadra bene il problema. «L’Afghanistan confina con Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, Pakistan, Cina e un piccolo tratto conteso tra India e Pakistan. “È una area molto difficile” , ha detto David Helvey , assistente Segretario alla Difesa ad interim per gli affari di sicurezza dell’Indo-Pacifico. E il Pakistan non è più nemmeno un’opzione, ora che il Primo Ministro pakistano, Imran Khan, ha scritto sul ‘Washington Post che il Paese ‘non può permettersi’ la violenza che ci sarebbe da attendersi se ospitasse basi americane. Ciò lascia gli Stati Uniti senza buone possibilità per mantenere sotto controllo la minaccia in Afghanistan, ha affermato Javed Ali, ex direttore senior per l’antiterrorismo presso il Consiglio di sicurezza nazionale nell’Amministrazione Trump».

«Se gli Stati Uniti vogliono organizzare un’efficace azione antiterrorismo e facilitare l’assistenza umanitaria cruciale delle Nazioni Unite, devono concentrare i propri sforzi diplomatici sulla ricerca di partner nella regione. Questi partner sono in Asia centrale», afferma Phil Caruso, analista del Council on Foreign Relations. E spiega «per far fronte alle minacce terroristiche, gli Stati Uniti dovranno posizionare forze e/o mezzi di intelligence vicino all’Afghanistan. Anche senza la presenza permanente di truppe da combattimento statunitensi nei Paesi vicini, l’accesso a quei Paesi sarebbe necessario per addestrare e coordinarsi con le forze partner, comprese le unità militari afghane, che potrebbero condurre le operazioni stesse all’interno del Paese». Ma non solo. Basi nei Paesi vicini sono necessarie anche in vista della crisi umanitaria. Una situazione che richiederebbe l’accesso in Afghanistan delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie internazionali non governative dai Paesi vicini. L’Afghanistan sta affrontando una significativa siccità, le Nazioni Unite hanno recentemente stimato che oltre 18 milioni di persone, circa la metà della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria, ovvero il doppio dei 9 milioni di persone bisognose nel 2017. «È quindi imperativo che le Nazioni Unite e la comunità internazionale non pianifichino solo di distribuire aiuti durante una possibile guerra civile all’interno dell’Afghanistan, ma anche dai Paesi vicini, qualora l’Afghanistan e i talebani diventino inospitali per le organizzazioni umanitarie».
David Sedney, che è stato vice assistente Segretario alla Difesa per l’Afghanistan, il Pakistan e l’Asia centrale tra il 2009 e il 2013 ha dichiarato: «i talebani stanno spingendo per una vittoria», e le persone soffrono, la «gente è preoccupata che questa possa diventare una catastrofe umanitaria, con centinaia di milioni di persone in fuga dall’Afghanistan. Potrebbe essere una tragedia simile al Rwanda che questa Amministrazione potrebbe dover affrontare a causa del modo in cui ha attuato le politiche finora».
In questa prospettiva, serve, afferma Caruso, la creazione «di
zone sicure per i rifugiati,importanti non solo per fornire aiuti, ma anche per proteggere il numero significativo di minoranze che rischiano di subire persecuzioni e pulizia etnica per mano dei talebani. È probabile che i rifugiati del nord e del nord-est, nonché degli hazarajat centrali, fluiscano verso l’Asia centrale, poiché gli afgani di etnia hazara, uzbeko e tagiko sono presi di mira dai talebani. L’impegno per un rifugio in Asia centrale è quindi fondamentale per evitare un disastro umanitario».
Se gli Stati Uniti vogliono preservare i propri interessi in Afghanistan, afferma Richard Olson, diplomatico di carriera che ha prestato servizio a
Kabul, e poi quale ambasciatore in Pakistan, «bloccando la recrudescenza delle reti terroristiche e preservando le conquiste sociali, economiche e politiche degli ultimi 20 anni, devono sostenere una diplomazia attiva con i vicini dell’Afghanistan per cementare un fragile consenso sul fatto che una soluzione del conflitto sia nell’interesse di tutti. In questo scenario, la regione dovrebbe fare pressione sui talebani affinché esercitino la moderazione militare e negozino seriamente con il governo».

Altro argomento di discussione tra Biden e Ghani, sarà la messa in sicurezza di alcune migliaia di afgani che hanno lavorato con le forze americane nel corso degli anni: traduttori, guide e altri che temono di essere presi di mira in caso di ritorno dei talebani. Si tratta di farli uscire dal Paese velocemente, e portarli negli USA.

Nell’incontro sarà anche fatto il punto sulla situazione dei colloqui tra i talebani e i rappresentanti del governo afghano in Qatar. Inegoziati al momento sono in stallo, i talebani non avrebbero ancora presentato una proposta di pace scritta, essenziale come punto di partenza per colloqui sostanziali. E nei giorni scorsi hanno dichiarato che loro rimarranno impegnati nei colloqui di pace, ma hanno insistito sul fatto che un «vero sistema islamico è il mezzo migliore per la soluzione di tutti i problemi degli afgani», come ha dichiarato il co-fondatore dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. Colloqui che sono ostacolati anche dalle divisioni politiche e personali all’interno del governo afgano. La maggior parte degli osservatori ritiene che i talebani probabilmente metteranno alla prova la forza militare del governo dopo il ritiro della NATO e i combattimenti si intensificheranno, quindi è improbabile che i progressi in questi negoziati nel breve termine.
«C’è solo una direzione accettabile per l’Afghanistan: allontanarsi dal campo di battaglia e tornare al tavolo dei negoziati», ha detto l’inviata principale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan,Deborah Lyons, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Lyons, a capo della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), ha esortato il Consiglio, insieme ai Paesi della regione, a «fare tutto il possibile per spingere» il governo afghano e i talebani al tavolo dei negoziati.

Secondo gli osservatori, nessuna delle domande su come gli Stati Uniti sosterranno il governo afghano dopo settembre avrà probabilmente una risposta nel corso dell’incontro di domani.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->