lunedì, Settembre 27

Afghanistan, il nuovo ‘Grande Gioco’: Pechino consapevole, attratta, cauta La Cina vorrà occupare lo spazio lasciato vuoto dagli USA in Afganistan? La Cina sa dover di assumere un ruolo politico più attivo, ma c'è grande cautela nel farsi risucchiare in questa sorte di vortice. A Pechino hanno ben chiaro in mente l'Afghanistan come una 'trappola strategica'

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La Cina utilizzerà la disastrosa fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati dall’Afganistan per demolire la posizione degli Stati Uniti nel mondo e minare la loro leadership nell’ordine mondiale, diventerà questo ‘il caso di studio’ che la Cina, insieme alla Russia, userà per convincere il resto del mondo che sono i migliori partner e che gli USA sono inaffidabili? Probabilmente sì. I media cinesi sono al lavoro da settimane in questa direzione. La Cina vorrà occupare lo spazio lasciato vuoto dagli USA in Afganistan? Quasi certamente no. O almeno così va dichiarando, e così c’è da attendersi se si considera come tipicamente si muove Pechino.

L’incontro -ampiamente pubblicizzato- di alto profilo tra i leader talebani, guidati dal Mullah Abdul Ghani Baradar, co-fondatore talebano, e il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, il mese scorso, in cui Wang ha dichiarato che i talebani sono «forza militare e politica decisiva», sta lì a dimostrare la disponibilità di Pechino a lavorare con i talebani -per quanto i leader cinesi siano a ‘disagio’ difronte all’agenda ideologica dei talebani-, altresì dimostra la volontà di Pechino di rafforzare la sua influenza nel Paese, ma altra cosa è sostituirsi a Washington.

Le sfide alla sicurezza poste dal brusco ritorno dei talebani sono molto più pressanti di qualsiasi interesse strategico a lungo termine, affermano alcuni osservatori. Pechino in questo momento sembra vedere rischi imminenti più che opportunità. «La Cina non tende a percepire l’Afghanistan attraverso il prisma delle opportunità; si tratta quasi esclusivamente di gestire le minacce», ha affermato Andrew Small, membro del German Marshall Fund a Washington, in un’intervista al European Council on Foreign Relations. La preoccupazione massima cinese e che l’Afghanistan -con il quale condivide un confine di 80 chilometri nella regione occidentale dello Xinjiang, il Wakhan Corridordiventi una base per terroristi ed estremisti che combattono per l’indipendenza della regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang. Una questione prioritaria sollevata da Wang con i leader talebani durante il loro incontro. In risposta, i talebani hanno assicurato che «non permetteranno a nessuna forza di utilizzare il territorio afghano per compiere atti contro la Cina». Ma c’è da ritenere che della parola dei talebani i cinesi non siano così sicuri.
«Il governo cinese ha cercato a lungo di raggiungere accordi con i talebani, in gran parte incentrati sulla questione dei loro legami con i gruppi uiguri. Il recente incontro tra il mullah Baradar e Wang Yi a Tianjin è stato insolitamente ben pubblicizzato, ma le due parti interagiscono tra loro da un paio di decenni». Pechino resta preoccupato per «l’effetto ispiratore del successo talebano in Afghanistan per la militanza in tutta la regione, compresi i talebani pakistani».

Altra preoccupazione è collegata agli ingenti investimenti realizzati da Pechino in Asia centrale nel contesto del progetto Belt and Road, la così detta Nuova Via della Seta. Le ricadute dell’ascesa al potere dei talebani sui militanti islamisti potrebbe potenzialmente minacciare gli interessi economici e strategici cinesi in questa regione.

La presenza degli Stati Uniti, spiega Andrew Small, era intesa come una minaccia geopolitica, proprio come la presenza militare sovietica negli anni ’80, ma Pechino ma alla fine l’aveva considerata come il male minore, beneficiando della relativa stabilità portata dalla presenza degli Stati Uniti. «Pechino sperava certamente che gli Stati Uniti si ritirassero dalla regione, ma solo dopo che fosse stato negoziato un accordo di pace. La Cina ora è ansiosa», e vorrebbe vedere i talebani imbrigliati in un cordone sanitario costituito dai compromessi con altre forze politiche del Paese, non avrebbe voluto vederli risorgere dopo una vittoria militare come quella alla quale abbiamo assistito.
Nella situazione che si è creata, «
la Cina si rende conto della necessità di assumere un ruolo politico più attivo per affrontare le ricadute di ciò che è ora in corso, ma c’è una notevole cautela nel farsi risucchiare» in questa sorte di vortice. A Pechino hanno ben chiaro in mente l’Afghanistan come una «trappola strategica che ha sminuito le altre grandi potenze che si sono coinvolte troppo a fondo. Ci sono infiniti riferimenti al ‘cimitero degli imperi’ nell’analisi cinese», ha detto Small. In tutto ciò Pechino, che sempre mantenuto rapporti cordiali con i talebani, «non può negarsi la necessità di estendere la sua influenza verso ovest per acquisire profondità strategica contro India e Stati Uniti», come afferma Natasha Lindstaedt, docente del Department of Government dell’Università dell’Essex.

Gli interessi economici della Cina in Afghanistan ci sono, ma non così importanti da spingere Pechino a buttarsi nella mischia. «I suoi maggiori investimenti, la miniera di rame di Aynak e i progetti energetici di Amu Darya, sono in stasi da molti anni. Ci sono state numerose discussioni sul coinvolgimento dell’Afghanistan nell’iniziativa Belt and Road, compresi i collegamenti al corridoio economico Cina-Pakistan, ma l’opinione di Pechino è stata che, in Afghanistan, la stabilità deve precedere nuovi seri impegni economici. Pechino ha anche scelto di non costruire alcuna infrastruttura transfrontaliera attraverso il Wakhan Corridor, nonostante le richieste del governo afghano, lasciando di fatto un cuscinetto fisico con il suo vicino. Se c’è una sicurezza permissiva e un ambiente politico nel Paese, allora la Cina assumerebbe certamente un ruolo di investimento significativo, ma sarà estremamente cauta».

E in questa direzione vanno le dichiarazioni di queste ore di Pechino, attraverso i media controllati dallo Stato. Il ‘Global Times‘ in un editoriale di domenica non poteva essere più esplicito: «Sebbene alcune voci dall’Occidente si aspettino che la Cina svolga un ruolo più importante in Afghanistan dopo l’improvviso ritiro degli Stati Uniti, ipotizzando addirittura che la Cina potrebbe inviare truppe per colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, gli esperti cinesi hanno affermato che tale speculazione è totalmente infondata e il massimo che la Cina può fare è evacuare i cittadini cinesi se si verifica una massiccia crisi umanitaria, o contribuire alla ricostruzione e allo sviluppo del dopoguerra, portando avanti progetti nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) proposta dalla Cina, quando la sicurezza e la stabilità saranno ripristinate nel Paese devastato dalla guerra».
Poche ore dopo, un in altro editoriale si annotava: «
la Cina osserverà la situazione in Afghanistan tenendo in considerazione la stabilità della sua regione dello Xinjiang», assicurando che «Esercito Popolare di Liberazione Cinese è pesantemente schierato intorno al Corridoio del Wakhan, una zona chiave per la missione antiterrorismo cinese che collega Cina e Afghanistan. Secessionisti, estremisti e gruppi terroristici non possono entrare in Cina da quel corridoio. Inoltre, dopo anni di arduo governo, lo Xinjiang ha sradicato l’estremismo, rendendo più difficile per le forze straniere l’infiltrazione nella regione». E poi si ribadisce: «La Cina non ha alcuna volontà di riempire il vuoto che gli Stati Uniti hanno lasciato in Afghanistan. Il principio di non interferire negli affari interni di altri Paesi guida sempre la politica estera cinese. La Cina svolgerà un ruolo costruttivo nell’aiutare l’Afghanistan a raggiungere la pace e ad impegnarsi nella ricostruzione. La strategic kindness e la stabilità politica della Cina garantiranno che la Cina mantenga sempre l’iniziativa nella situazione afghana».

«Il partner più stretto della Cina nella regione, il Pakistan, è stato il principale sostenitore dei talebani, il che dà ai cinesi un’ulteriore via di influenza, anche se non è quella che sono sempre stati disposti o in grado di utilizzare in modo efficace. Nel prossimo periodo, Pechino si concentrerà strettamente sull’assicurare i propri interessi bilaterali in Afghanistan e incanalare le proprie energie diplomatiche nella regione per affrontare le conseguenze degli eventi attuali», conclude Andrew Small.
«Il mondo si sta riconciliando con un Afghanistan talebanizzato», affermava domenica Observer-Research Foundation (ORF), il think tank globale indipendente più autorevole dell’India. «I cinesi saranno probabilmente i primi a riconoscere il regime talebano, seguiti dai pakistani. I russi, i centroasiatici e forse l’Iran seguiranno l’esempio». Questo sarà visto in Pakistan come un altro grande risultato diplomatico e strategico: «l’alleanza PRIC che comprende Pakistan, Russia, Iran, Cina e Stati dell’Asia centrale costruita intorno all’Afghanistan, un’alleanza che eviterebbe la necessità di cercare il riconoscimento occidentale. E se le cose andranno secondo i piani, anche alcuni Paesi occidentali potrebbero adeguarsi. Ci sono già alcune indicazioni che gli Stati Uniti stiano offrendo la carota del riconoscimento, o almeno dell’accettazione, della cattura di Kabul da parte dei talebani, a condizione che consentano l’evacuazione di persone e diplomatici senza ostacoli».
E Ieri, la portavoce del Ministro degli Esteri, Hua Chunying, ha detto «
I talebani hanno ripetutamente espresso la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina e attendono con impazienza la partecipazione della Cina alla ricostruzione e allo sviluppo dell’Afghanistan. Lo accogliamo favorevolmente. La Cina rispetta il diritto del popolo afghano di determinare autonomamente il proprio destino ed è disposta a continuare a sviluppare… relazioni amichevoli e di cooperazione con l’Afghanistan». Una sorta di anticipo di riconoscimento del nascente Emirato Islamico dell’Afghanistan.
«Se i talebani dimostrassero di non essere mostri medievali, ma solo profondamente conservatori, l’India potrebbe aprirsi a loro. Oppure si rivolgeranno all’India per bilanciare il Pakistan», «l’India deve mostrare pazienza strategica».
«Non c’è fine ai giochi in Afghanistan. Un nuovo ‘Grande Gioco’ è appena iniziato», conclude ORF. Come dire: tutti conoscono la storiella del ‘cimitero degli imperi’, ma tutti -i più o meno imperi- sono attratti nel vortice afgano.

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