domenica, Settembre 26

Afghanistan, il nuovo ‘Grande Gioco’: l’ambizione di Mosca di ritornare Mosca resta a Kabul, osserva gli eventi, e dialoga con i talebani, applica, cioè, la realpolitik. Parrebbe intenzionata a proseguire il lavoro condotto in questi anni in forma diplomatica per plasmare gli esiti di questa transizione al nuovo governo dei talebani e ritornare a dare fiato alle sue ambizioni geo-strategiche

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Le motivazioni alla base di come la Russia si sta posizionando in Afghanistan dopo il 15 agosto sono per molti versi simili a quelle dalla Cina. Alla radice c’è il timore per l’estremismo, in prospettiva ci sono le ambizioni geo-strategiche.
Come hanno subito fatto notare gli osservatori internazionali, mentre i diplomatici americani e quelli degli altri Paesi NATO si affrettavano a bruciare la documentazione sensibile e fuggivano dal Paese sui voli militari, i
diplomatici cinesi e russi «sono rimasti diligentemente alle loro scrivanie», «lavorando su portafogli di interessi che intendono perseguire con i nuovi governanti dell’Afghanistan». Perchè un Grande Gioco del 21° secolo è iniziato domenica 15 agosto in Afghanistan quando i talebani hanno preso Kabul, ridisegnando di fatto la mappa diplomatica di questo cruciale crocevia nel cuore dell’Asia.

Dmitri Trenin, director of the Carnegie Moscow Center, annota che la Russia «non sta evacuando l’ambasciata di Kabul. Mantiene i contatti con i talebani e osserva gli sviluppi. Nel frattempo, le forze russe si esercitano con gli uzbeki e i tagiki nel quartiere. Per Mosca, il problema principale non è chi è al potere a Kabul, ma se i radicali entrano in CentrAsia. Per ora, sembra improbabile». Il timore di Mosca, come di Pechino, è che l’Afghanistan torni ad essere un rifugio per organizzazioni terroristiche straniere in grado di compiere attacchi sul loro territorio.
Trenin, osservando
le esercitazioni militari cheMosca ha tenuto di recente con l’Uzbekistan e il Tagikistan vicino al confine afghano, è convinto che la priorità della Russia sia riaffermare la sua influenza politica e militare con i suoi vicini dell’Asia centrale.

Ufficialmente i talebani, dal 2003, sono nell’elenco -confermato lo scorso giugno- delle organizzazioni riconosciute come terroristiche ai sensi della legislazione della Federazione Russa.
L’inviato presidenziale russo in Afghanistan,
Zamir Kabulov, mentre i talebani marciavano sulla capitale, ha dichiarato a ‘RIAche i talebani avevano garantito la sicurezza per l’ambasciata russa, come dire che la sua struttura aveva linee di comunicazione aperte con ‘gli studenti’. Lunedì, poi, a poche ore dalla conquista di Kabul da parte dei talebani, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato di aver stabilito contatti di lavoro con i talebani, e l’ambasciata russa nella capitale afgana ha dichiarato che non solo non era intenzionata a evacuare, ma che anche restava normalmente aperta. Il tutto senza risparmiare la frecciata agli Stati Uniti: il Ministero degli Esteri, infatti, ha osservato che il trasferimento del potere ai talebani è avvenuto «a causa della quasi totale assenza di resistenza da parte delle forze armate nazionali addestrate dagli Stati Uniti e dai suoi alleati».
Kabulov, lunedì, ha dichiarato in televisione che «
i talebani sono molto più in grado di raggiungere accordi rispetto al governo fantoccio di Kabul». Ieri, l’Ambasciatore Dmitry Zhirnov ha dichiarato alla TV di Stato russa di aver avuto un incontro con i «rappresentanti talebani di alto livello nella città che stavano accettando la resa dei resti delle forze di sicurezza nazionali afghane auto-sciolte», che l’incontro era stato «dedicato esclusivamente alla sicurezza dell’ambasciata» e che l’incontro «è stato positivo e costruttivo. I rappresentanti dei talebani hanno detto che i talebani hanno l’approccio più amichevole… verso la Russia. Hanno confermato garanzie di sicurezza per l’ambasciata».
Nelle stesse ore, il Ministro degli Esteri,
Sergey Lavrov, ha affermato che la Russia «non ha fretta di riconoscere» il governo talebano. Allo stesso tempo, Lavrov ha notato «segnali incoraggianti dai talebani, che stanno dichiarando il loro desiderio di avere un governo con la partecipazione di altre forze politiche». Lavrov ha anche affermato che Mosca sostiene «l’inizio di un dialogo nazionale inclusivo con il coinvolgimento di tutte le forze politiche e confessionali in Afghanistan».
Insomma, Mosca resta a Kabul, osserva gli eventi, e dialoga con i talebani, applica, cioè, la realpolitik. Appena da annotare che poche ore dopo anche l’Unione Europea ha deciso per la realpolitik.
Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha dichiarato: «Dovremo metterci in contatto con le autorità a Kabul, chiunque ci sia, i talebani hanno vinto la guerra, quindi dobbiamo parlarci».
Così,
il riconoscimento da parte di Mosca del nuovo governo afgano, ovvero dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan che i talebani si approntano a dichiarare, potrebbe non essere lontano.
Un semi-riconoscimento informale per la verità c’è già stato. Zhirnov, parlando alla stazione radio ‘
Ekho Moskvy’ di Mosca, secondo quanto riportato da ‘Reuters‘, ha elogiato la condotta dei talebanidescrivendo il loro approccio come «buono,positivo e professionale», e ha affermato che il gruppo ha reso Kabul più sicura nelle prime 24 ore rispetto alle precedenti autorità. «La situazione è pacifica e buona e tutto si è calmato nella città. La situazione a Kabul ora sotto i talebani è migliore di quanto non fosse sotto Ashraf Ghani».

Bisogna fare un tuffo nel passato per inquadrare quanto la Russia sta facendo con i talebani.
Mosca ha combattuto una guerra di 10 anni in Afghanistan -dal 24 dicembre 1979 al 15 febbraio 1989- che si è conclusa con il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989. Una debacle. Dopo la quale il governo comunista di Kabul dell’allora Presidente Mohammad Najibullah ha retto ancora tre anni prima di crollare.  L’allora Unione Sovietica ha combattuto al fianco delle forze armate della Repubblica Democratica dell’Afghanistan(RDA) contro guerriglieri afghani noti come mujaheddin. Fu la prima fase della a guerra civile afghana, e si inserì nel più ampio contesto di guerra fredda.
Il Presidente
Vladimir Putin, poi, ha fatto dell’antiterrorismo un caposaldo della sua politica estera, preoccupato dall’ascesa del radicalismo e del caos. Mosca per un certo periodo ha sostenuto l’Alleanza del Nord nella sua lotta contro i talebani per il controllo dell’Afghanistan, e ha lavorato insieme a Washington per sostenere le sanzioni delle Nazioni Unite contro i talebani quando questi erano al governo.
Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, Putin, che è stato il primo leader mondiale a chiamare il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush dopo gli attacchi, è arrivato ad acconsentire agli americani di stabilire basi in Asia centrale, il cortile strategico della Russia, come parte della campagna per rovesciare i talebani.
Eppure, nel corso degli anni, e malgrado l’inserimento del gruppo nella lista delle organizzazioni terroristiche, la Russia ha aperto un canale con i talebani e coltivato legami sempre più stretti. Dagli anni ’90, Mosca ha sviluppato relazioni con vari gruppi in Afghanistan, inclusi i talebani, nonostante i suoi sospetti di un possibile sostegno dei talebani ai gruppi terroristici.Addirittura li avrebbe finanziati e variamente sostenuti, in particolare fornendo loro armi -accusa che Mosca ha sempre negato. Le relazioni si sono intensificate dopo l’emergere dello Stato Islamico, nel 2015. Nella sua lotta per sconfiggere Daesh in Afghanistan, la Russia ha visto gli interessi dei talebani coincidere con i propri. Né è da escludere da parte di Mosca l’utilizzo e il sostegno dei talebani in chiave anti-americana, una sorta di ‘guerra per procura’ contro l’America in Afghanistan.
Obiettivo: impedire ai militanti di lanciare attacchi contro i suoi alleati dell’Asia centrale come l’Uzbekistan e il Tagikistan, impedire che il radicalismo e il caos si vada infiltrare in Russia,e contrastare l’influenza degli Stati Uniti nella regione, costruirsi uno spazio in previsione dell’uscita di scena degli Stati Uniti.
Tale
politica sarebbe stata coltivata da Zamir Kabulov e dal Ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Nel 2018, Mosca portò i talebani al tavolo della Conferenza di Mosca volta a incoraggiare il dialogo tra le parti in conflitto nella guerra civile afgana, insieme ai membri dell’Alto Consiglio per la pace afghano e della società civile, sdoganando così i talebani e dando loro un ‘profilo’ politico e internazionale.

Ora Mosca parrebbe intenzionata a proseguire il lavoro condotto in questi anni in forma diplomatica per plasmare gli esiti di questa transizione al nuovo governo dei talebani.

Mosca ha scommesso sui talebani ed è stata ripagata, ha affermato Arkady Dubnov, analista russo indipendente ed esperto di Asia centrale. Il gioco rischioso di Zamir Kabulov di sostenere i talebani «ha portato la Russia al punto in cui la Russia può dimostrare di non temere i talebani, al contrario dei diplomatici occidentali», ha dichiarato l’analista alla ‘CNN‘. «Il fallimento del tentativo americano di costruzione dello Stato in Afghanistan offre alla Russia la possibilità di riaffermarsi nella regione». Mosca potrebbe farsi promotrice di una azione diplomatica volta al riconoscimento del governo dei talebani da parte dei suoi alleati prima e successivamente anche di altri, compreso l’Occidente -la realpolitik di Borrellnon sembra molto da meno di quella di Lavrov- perchè, come afferma il think tank indiano Observer-Research Foundation, «Il mondo si sta riconciliando con un Afghanistan talebanizzato».

Per la Russia dunque l’Afghanistan ritorna essere una grande opportunità, ma è anche una grande sfida per Putin nel suo cortile strategico, dove cambiamenti rapidi e imprevisti o una crisi dei rifugiati potrebbero destabilizzare una regione già tanto vulnerabile. 

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