martedì, Settembre 28

Afghanistan, il nuovo ‘Grande Gioco’: il Golfo tra ambizioni, opportunità, vincoli e crisi con gli USA L'uscita degli USA dall'Afghanistan mostra come i Paesi del Golfo non possano più fare affidamento su Washington, né potranno sostituire gli USA con Cina e Russia. Il miglior posizionamento a Kabul è di Qatar e Iran

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Il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin,la prossima settimana, si recherà nei Paesi del Golfo «per ringraziare i nostri partner che hanno fatto così tanto per aiutare a salvare e proteggere i civili afghani», ha affermato nel corso di una conferenza stampa. Austin avrà il suo bel da fare a spiegare loro la posizione futura degli Stati Uniti, il cosa potranno ancora garantire in termini di sicurezza alle monarchie del Golfo, afferma James M. Dorsey, giornalista e studioso National University of Singapore’s Middle East Institute.
La presa del potere da parte dei talebani, lo scorso 15 agosto, rappresenta un cambiamento fondamentale nelle realtà geopolitiche del Paese, per giunta avvenuto in un lasso di tempo eccezionalmente breve. Cambiamenti che avranno un impatto immediato sui vicini dell’Afghanistan, sull’intero Medio Oriente, e in particolare all’interno degli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) e dell’Iran, che hanno svolto un ruolo chiave nel conflitto e hanno l’interesse maggiore circa il futuro afgano.
«Data la diversa natura delle relazioni di ciascuno Stato del GCC con i talebani e il governo afghano, è probabile che ciascuno affronti la sfida posta dall’acquisizione dei talebani in modo diverso», afferma Umer Karim, visiting fellow presso il Royal United Services Institute di Londra e ricercatore presso l’Università di Birmingham.
Il problema di fondo per tutti i Paesi GCC è il vuoto che gli Stati Uniti lasciano dietro di se non solo in Afghanistan, ma in generale in Medio Oriente, il ritiro dall’Afghanistan sarà il momento chiave per questi Paesi per schiarirsi le idee su quali sono le opzioni sulle quali poter contare per la loro sicurezza.
«È probabile che gli Stati del Golfo monitorino il modo in cui Russia e Cina gestiscono il vuoto di sicurezza percepito e le minacce alla sicurezza sulla scia del ritiro e dell’abbandono degli Stati Uniti dell’Asia centrale», afferma Dorsey. Monitoraggio che dovrebbe dire loro «fino a che punto la Russia e la Cina potrebbero essere valide alternative a un ombrello di sicurezza statunitense non più affidabile in Medio Oriente».

Secondo Dorsey, è probabile che questi Paesi siano spinti a «compensare l’incertezza sugli Stati Uniti con una maggiore fiducia in se stessi e il rafforzamento delle alleanze regionali formali e informali, in particolare con Israele». Perchè Russia e Cina saranno pure felici di vendere armi e sfruttare le crepe nelle relazioni del Golfo con gli Stati Uniti, «ma nessuno dei due ha i mezzi né la capacità per sostituire gli Stati Uniti come garanti della sicurezza del Medio Oriente».
Vero è che il mese scorso la Russia ha firmato con l’
Arabia Saudita e l’Egitto accordi di collaborazione in materia di difesa, ma tali accordi appaiono più che altro «uno sforzo saudita ed egiziano di agitare un dito di avvertimento contro gli Stati Uniti mentre Mosca ha colto l’occasione per colpire Washington negli occhi».
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Dati i legami strategici dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti, è improbabile che Riyadh collabori militarmente con Mosca a un livello paragonabile a quello con agli americani in tempi brevi», ha affermato lo studioso russo del Medio Oriente Alexey Khlebnikov. «Mosca non ha né il desiderio né la capacità di sostituire Washingtoncome principale alleato del Cairo e di Riyadh. Cercherà di sfruttare la situazione per aumentare i suoi affari di armi nella regione, il che gli darà più afflusso di valuta forte».
«Allo stesso modo, gli Stati arabi farebbero bene a riconoscere che i
l Medio Oriente non è l’Asia centrale, il vicino estero per Cina e Russia, che ha dominato a lungo la regione sotto l’egida dell’Unione Sovietica che era composta dalla Russia, dagli Stati asiatici e altri. Le minacce che bloccano la migrazione, la violenza politica e la droga in Asia centrale sono alle porte della Russia e della Cina», afferma James M. Dorsey. Ciò non di meno, «il modo in cui Russia e Cina affronteranno queste minacce influenzerà probabilmente il pensiero dei leader del Golfo».
«Mosca sarà pronta ad assorbire alcuni casi di ricaduta dell’estremismo… I leader russi dovranno affrontare una sfida molto più difficile se l’autoproclamato Stato islamico o altri gruppi estremisti organizzati ricominciano a prendere di mira l’Asia centrale o la stessa Russia dall’Afghanistan», questo è ciò che è in cima alle preoccupazioni della Russia, afferma lo studioso della Carnegie Endowment Russia Paul Stronski. E, secondo Stronski, il record di affidabilità della Russia non è molto migliore di quello degli Stati Uniti. «La Russia non è riuscita a venire in aiuto dell’Armenia, membro della CSTO, nella sua guerra dell’anno scorso contro l’Azerbaigian. Inoltre, non è intervenuto per porre fine ai giorni di violenza intercomunitaria nel 2020 lungo il confine tra i membri della CSTO Kirghizistan e Tagikistan».


Tra i temi al centro delle discussioni di politica estera di Washington vi è la portata e l’utilità della presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Da una parte ci sono quelli che stanno spingendo per la continuazione o addirittura l’espansione dell’attuale presenza, dall’altro quelli che puntano all’eliminazione di tutte o quasi tutte le strutture militari statunitensi fisse nella regione. Secondol’analista Hussein Ibish,
sta acquisendo consenso la posizione di compromesso del Presidente Jose Biden, il quale adotta lo stesso driver di politica estera di Donald Trump, solo etichettandolo in maniera diversa. «Trump ha utilizzato il principio di America First‘, una frase impiegata per la prima volta come grido di battaglia antisemita dell’era della seconda guerra mondiale», «Biden sottolinea un interesse nazionale ben definito.Entrambi abbracciano una qualche nozione di isolazionismo, sebbene inquadrata in modo diverso». Secondo Ibish, il compromesso vede le truppe statunitensi rimanere in Medio Oriente,ma con un dispiegamento di uomini e mezzi militari ridotto, più snello e più flessibile, contrastando i pericoli per gli USA e i suoi alleaticon la tecnologia militare che consente attacchi contro obiettivi specifici da remoto, piuttosto che guerre di terra, come promesso da Biden neldiscorso alla nazione del 31 agosto.

Dorsey richiama Mina Al-Oraibi, editorialista di ‘Foreign Policy‘ e caporedattore di ‘The National‘, uno dei principali giornali in lingua inglese del Medio Oriente, pubblicato negli Emirati Arabi Uniti, per illustrare il divario tra le aspettative del Golfo e la realtà del percorso avviato da Biden.
«Tra i politici in Medio Oriente, ora c’è la comprensione che gli Stati Uniti non sono più investiti nel mantenere la stabilità all’estero, a meno che i loro interessi nazionali ristretti non siano direttamente influenzati», ha affermato Al-Oraibi. Sostenendo, Al-Oraibi, che la definizione del signor Biden della missione degli Stati Uniti in Afghanistan come volta a «prevenire un attacco terroristico sulla patria americana» e «strettamente focalizzata sull’antiterrorismo, non sulla controinsurrezione o sulla costruzione della Nazione» è stato sentito forte e chiaro in Medio Oriente. «In Paesi come la Libia e lo Yemen, dove i conflitti continuano e la costruzione della Nazione è cruciale, Washington è stata disimpegnata per un certo numero di anni. Il disimpegno è ora una politica ufficiale». «Gli alleati degli Stati Uniti non possono più fare affidamento su Washington. Mentre i funzionari degli Stati Uniti mettono in discussione le scelte di alcuni Paesi, come l’Egitto, l’Iraq e l’Arabia Saudita, che aumentano i legami con la Cina, devono capire che Pechino si presenta come un partner più affidabile nello stesso modo in cui la Russia si è dimostrata un partner più affidabile per il Presidente siriano Bashar al- Assad, garantendo la sua sopravvivenza».
«Essendo la sopravvivenza la parola chiave, la signora Al-Oraibi ha definito chiaramente la conseguenza forse più fondamentale del ritiro degli Stati Uniti che ha fatto il gioco degli autocrati, anche se è improbabile che Russia e Cina li sostengano come hanno fatto gli Stati Uniti per decenni», sostiene Dorsey. Ecco cosa dice Al-Oraibi: «
Con gli Stati Uniti disimpegnati e la mancanza di consenso europeo per colmare quel vuoto, l’istituzione di sistemi di governo nella forma delle democrazie liberali occidentali non ha più senso. Dopo due decenni di promozione della democrazia come principale sistema di governo, l’opinione del Medio Oriente è che gli Stati Uniti hanno abdicato a quella posizione retorica. E questo potrebbe non essere un male. L’obiettivo dovrebbe essere un governo efficace, piuttosto che governi formati semplicemente attraverso le urne elettorali che non danno risultati per la loro gente».
Gli Stati Uniti proveranno a smentire il disimpegno, ad assicurare i Paesi del Golfo, lo farà di certo Lloyd Austin nel corso del tour della prossima settimana, ma, secondo James M. Dorsey, «Il rischio per gli Stati Uniti è che la Cina possa dimostrarsi più abile nel gioco di Biden, in particolare se le relazioni tra Pechino e Washington si deteriorano ulteriormente. La Cina potrebbe, ad esempio, provare a sfruttare i dubbi regionali spingendo il Golfo, sede delle riserve mondiali di petrolio e gas, a valutare la propria energia in renminbi cinesi, anziché in dollari USA -una mossa che, in caso di successo, minerebbe un pilastro degli Stati Uniti potere globale. Una possibile cartina di tornasole per l’impegno della Cina in Afghanistan sarà se un governo dominato dai talebani estrada gli uiguri. La Cina ha chiesto con successo l’estradizione dei suoi cittadini musulmani turchi da Paesi come Egitto, Malesia e Thailandia. Il Ministro degli Esteri cinese Wang Ji ha accennato a possibili richieste di estradizione nei colloqui di luglio in Cina con il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore dei talebani. Wang ha chiesto che i talebani interrompano le relazioni con tutti i gruppi militanti e intraprendano un’azione risoluta contro il Partito islamico del Turkestan uiguro (TIP). I talebani hanno finora rifiutato, indipendentemente dalla pressione sui costi, di reprimere i militanti che li hanno aiutati nelle loro guerre negli ultimi 25 anni». Resta da vedere cosa saranno disposti fare nelle prossime settimane o mesi, pur di potersi garantire i fondi cinesi, dai quali, oramai è chiaro, dipende la loro sopravvivenza. Per quanto non sia da escludere che gli americani possano essere disponibili a dare loro un po’ di ossigeno ma con condizionalità chiare e ferre. Indicazioni in questo senso possono essere colte nella dichiarazione delle scorse ore del capo di Stato maggiore dell’Esercito Usa, generale Mark Milley, durante una conferenza stampa al Pentagono con il Segretario alla Difesa, Austin: «E’ possibile» che gli Stati Uniti cerchino di coordinarsi con i talebani per condurre operazioni antiterrorismo contro l’Isis-K e altre frange terroristiche.

Il Qatar, spiega Umer Karim, è sicuramente il meglio posizionato in Afghanistan in questo momento per il ruolo che ha svolto negli ultimi anni. «Quando gli Stati Uniti si sono resi conto della necessità di un impegno politico e di negoziati con i talebani, hanno collaborato con gli alleati per ospitare un ufficio politico dei talebani. I talebani hanno accettato di aprire un ufficio di rappresentanza in Qatar, che aveva esitato ad accettare il loro regime negli anni ’90, poiché lo hanno considerato uno Stato neutrale -piuttosto che gli Emirati Arabi Uniti o l’Arabia Saudita, che secondo i funzionari talebani erano troppo vicini alla coalizione guidata dagli Stati Uniti e al governo afghano per essere considerati un mediatore neutrale. Alla fine, l’accordo di pace del febbraio 2020 tra gli Stati Uniti e i talebani è stato firmato in Qatar, ed è stato il Qatar dove si sono svolti i successivi negoziati tra i talebani e il governo afghano. Infine, mentre le forze talebane occupavano l’intero Afghanistan, il capo del loro ufficio politico, il mullah Abdul Ghani Baradar, è tornato in Afghanistan su un aereo dell’aeronautica militare del Qatar. La Turchia, un alleato chiave del Qatar, ha tentato di posizionarsi come parte interessata nella sicurezza dell’Afghanistan offrendo di proteggere l’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul, ma i talebani hanno rifiutato », almeno per il momento. E’ di queste ore, per altro, la notizia che un team di esperti tecnici del Qatar è arrivato mercoledì a Kabul per discutere della riapertura dell’aeroporto della città, secondo quanto riferito dalla ‘CNN‘ che cita una fonte a conoscenza della situazione.  «La fonte ha affermato che il team tecnico si è recato a Kabul su un jet del Qatar su richiesta dei talebani. L’obiettivo è riprendere i voli in entrata e in uscita da Kabul per l’assistenza umanitaria e la libertà di movimento in modo sicuro». E oggi, infatti, sono ripresi i voli interni dall’aeroporto di Kabul, grazie al lavoro di questi tecnici qatarioti.
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La Turchia è desiderosa di avere un ruolo più importante nella sicurezza e nella stabilità dell’Afghanistan, poiché ciò l’aiuterebbe a diventare un tramite tra la NATO e l’Afghanistan. Per la Turchia, la stabilità in Afghanistan è fondamentale anche per fermare il flusso migratorio verso i suoi confini. Inoltre, il sentimento panturco all’interno della politica turca comporta che la Turchia non può rimanere ignara dell’Afghanistan, e in particolare delle sue minoranze turche. Altresì la Turchia vede Islamabad come un partner chiave per l’Afghanistan, e la sua leadership ha intensificato il proprio impegno con il Pakistan sul fronte della sicurezza».
Resta comunque il fatto che « 
il Qatar è l’unico Stato del Golfo che, avendo mantenuto stretti legami con la leadership talebana, è ora posizionato per ottenere una rendita politica e diplomatica sull’arena internazionale dai suoi legami con il movimento».

Per quanto riguarda gli altri Paesi del Golfo, secondo Karim «possono esserci nuove opportunità politiche, ma anche vincoli».
Per capire opportunità e difficoltà che si prospettano ora per questi Paesi, bisogna richiamare il posizionamento nel passato, perchè il coinvolgimento del Golfo in Afghanistan non è di oggi. Il Gulf International Forum, ricostruisce questa pagina politico-diplomatica. «
Quattro decenni fa, durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel 1979, l’Arabia Saudita ha contribuito ai mujaheddin afgani in termini di risorse finanziarie quasi quanto gli Stati Uniti per combattere i sovietici. Inoltre, quasi tutti gli Stati del Golfo hanno pagato milioni in aiuti umanitari ai rifugiati afgani in Pakistan e altrove. Quando l’Afghanistan è caduto sotto il dominio dei talebani per quasi un decennio, alcuni Stati del Golfo hanno continuato a promuovere relazioni diplomatiche con il Paese. Negli anni ’90, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno riconosciuto formalmente il governo talebano e stabilito relazioni diplomatiche con il gruppo. Queste erano le uniche due Nazioni a farlo, oltre al Pakistan. Dopo la rimozione del governo talebano, anche l’Iran ha iniziato a svolgere un ruolo nel Paese. Teheran ha iniziato ad estendere la sua influenza dando rifugio ai membri della comunità della minoranza sciita hazara afghana che sono fuggiti dalla guerra, dalla persecuzione e dalla violenza dei talebani. L’Iran ha poi reclutato giovani da questa comunità per diventare membri dei loro gruppi di milizia per procura in tutta la regione. Diplomaticamente, Teheran è stata in grado di mantenere relazioni sia con i talebani, sia con il governo afghano riconosciuto a Kabul, un’abile dimostrazione della capacità dell’Iran di perseguire la cooperazione e il dialogo nonostante l’antipatia ideologica. Ad esempio, nel 2018 l’Iran è diventato il principale partner commerciale dell’Afghanistan».
Nel corso degli anni, però, afferma Umer Karim, «le prospettive dello Stato sia in Arabia Saudita che negli Emirati Arabi Uniti hanno preso una brusca svolta, e le leadership dei due Paesi non solo hanno cercato di prendere costantemente le distanze dall’Islam politico e dai gruppi islamisti,ma sono anche emerse come i loro maggiori avversariLa decisione di Riyadh e Abu Dhabi di chiudere le loro ambasciate a Kabul a seguito della conquista talebana, segnala una disapprovazione verso l’ideologia del movimento talebano e la sua propensione per la Jihad. Le potenze del Golfo rimangono anche scettiche riguardo alla capacità dei talebani di governare efficacemente l’Afghanistan e di mantenere il Paese lontano da entità terroristiche. L’ex presidente afghano Ashraf Ghani è ospitato dagli Emirati Arabi Uniti, apparentemente per ‘motivi umanitari’.Tuttavia, è del tutto possibile che considerazioni geopolitiche costringano presto Riyadh e Abu Dhabi a contattare i talebani per coltivare una leva contro l’Iran. L’Arabia Saudita, in particolare, può strumentalizzare le sue relazioni strategiche con il Pakistan per sviluppare un canale di comunicazione con i talebani, nonché la custodia delle due Sacre Moschee».
Insomma,
la Kabul della nuova amministrazione talebana offre agli Stati del Golfo«un’opportunità perfetta per lottare per conquistare questo spazio strategico nel cuore dell’Asia, al fine di alterare l’equilibrio regionale di potere a loro piacimento», nella consapevolezza di non poter più contare sugli Stati Uniti, e quasi certamente non potrà sostituire gli USA con Cina e Russia, almeno non tanto quanto loro vorrebbero. Il che, con tutta probabilità, li spingerà non solo a trovare un nuovo modo, e una nuova intensità, di essere ‘alleati di vecchia data’ degli USA, ma anche a trovare la consapevolezza di una nuova identità nell’area, proprio a partire dallo strategico Afghanistan.

Il Gulf International Forum sottolinea come gli Stati del Golfo potrebbero avere un ruolo nel finanziamento di vari programmi di ricostruzione e sviluppo. La motivazione alla base di questi e di eventuali interventi è contrastare la possibile influenza dell’Iran sul Paese. A differenza del passato, però, potrebbe essere difficile per gli Stati del Golfo coordinarsi con gli Stati Uniti, la precedente porta di accesso al Paese. Ciò considerando che la partnership strategica di settantacinque anni tra Washington e Riyadh è entrata in un momento difficile «e non ci sono garanzie che la relazione sopravviverà alla tempesta», con la Russia che probabilmente coglierà l’occasione «per lanciarsi in un’opportunità potenzialmente storica per rafforzare la sua posizione regionale», secondo Sergey Sukhankin, fellow presso la Jamestown Foundation e consulente presso Gulf State Analytics. 

L’Iran ha trascorso gli ultimi decenni a stringere accordi indipendenti con diversi partiti afghani. Per alcuni aspetti, l’accresciuto interesse dell’Iran negli affari afgani può essere spiegato dal suo status di unico Stato del Golfo che confina con l’Afghanistan, rendendo gli sviluppi a Kabul del massimo interesse nazionale. Questa situazione, secondo il Gulf International Forum «porterà probabilmente a tensioni all’interno del Golfo(Iran contro Arabia Saudita) e all’interno del GCC (Qatar contro Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti). Sarà una continuazione della stessa rivalità a cui si è assistito negli ultimi anni, ma questa volta in una nuova arena. L’Iran rimane nella posizione migliore per ottenere un ruolo più forte in Afghanistan grazie agli sforzi passati per costruire legami con tutti i segmenti della società afgana. Inoltre, se l’Iraq è un paragone adatto, l’Iran ha già dimostrato di essere più abile in molti casi degli Stati del GCC nel cementare la propria influenza nelle Nazioni dell’area».

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