martedì, Settembre 28

Afghanistan: il fantasma dei talebani si chiama Pashtunistan I talebani potrebbero non riuscire a mantenere la sicurezza e tenere sotto controllo le attività dei diversi gruppi militanti, soprattutto dell'Isis-K. E poi c'è la mina rappresentata dall'ambizione del TTP di fondere aree del Pakistan popolate da pashtun con l'Afghanistan

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L’attentato dinamitardo di giovedì 26 agosto all’aeroporto di Kabul mostra come l’Afghanistan sia un territorio fertile per il terrorismo jihadista e quanto sarà difficile per il governo di Kabul controllare e garantire la sicurezza del Paese, ha messo in discussione la capacità dei talebani di mantenere la sicurezza e tenere sotto controllo le attività di più gruppi militanti in Afghanistan. In tutto questo si aggiunga il fatto che i talebani ancora non hanno risposto ai molti interrogativi che si appuntano sul tipo di Stato e di governo che intendono costruire, che hanno più volte promesso sarà ‘inclusivo’ ma che dalle prime nomine dello scorso 23 agosto appare tutt’altro che aperto alle forze politiche di opposizione e ai diversi gruppi etnici del Paese.
In questa situazione di troppe informazioni che non si hanno, di incertezza generale, le potenze regionali, colte di sorpresa dalla rapidissima avanzata dei talebani, che ha richiesto a molti di loro di ricalibrare i propri approcci per proteggere i propri interessi nel Paese, stanno a guardare in attesa di avere elementi che permettano loro di decidere la posizione da tenere.
Vero è che, mentre l’Emirato islamico dell’Afghanistan degli anni ’90 era un paria internazionale, riconosciuto solo da tre Paesi -Pakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti-, e tenuto a distanza da tutti gli altri, oggi la situazione appare diversa. Le potenze regionali -Russia, Cina, Iran, India e Pakistan- hanno mantenuto aperte le loro ambasciate a Kabul e hanno espresso la loro disponibilità di fondo a lavorare con i talebani. Sebbene persistano le preoccupazioni per i talebani, il movimento non è isolato come in passato. E ciò grazie al fatto che negli ultimi anni i talebani hanno cercato di coltivare migliori relazioni con alcuni Paesi dell’area. Mentre riacquistavano forza militare sul campo, hanno cercato di rassicurare i vicini dell’Afghanistan che avrebbero governato in modo responsabile, e che sarebbero stati capaci di controllare gli altri gruppi estremisti che si contendono il Paese. Esattamente quanto ora viene messo in dubbio da più parti, e gli attentati del 26 agosto ne sarebbero la conferma.
Sembra che si stia delineando una risposta regionale coordinata all’acquisizione del potere da parte dei talebani. Una risposta coordinata che potrebbe essere vista con favore dagli Stati Uniti, ansiosi di scrollarsi dagli scarponi la polvere afgana. E però questi attacchi da parte dell’affiliata afghana dello Stato Islamico (IS), l’Isis-K, «sollevano molteplici questioni, nonché lo spettro dei cambiamenti di paradigma nei driver e l’espansione della geografia della violenza politica», afferma James M. Dorsey, giornalista e ricercatore senior presso il Middle East Institute della National University di Singapore. AfPak -la regione che comprende il Pakistan e l’Afghanistan-, dice Dorsey, «assume un nuovo significato con l’ascesa dei talebani».
A lungo in guerra con lo Stato Islamico, i talebani hanno promesso di garantire che né l’IS né i gruppi con cui intrattiene buoni rapporti saranno autorizzati a utilizzare il suolo afgano per attacchi transfrontalieri nella regione -è tra l’altro la promessa alla base del rapporto che si è strutturato con la Cina. Questo potrebbe essere più facile a dirsi che a farsi.

Il problema per i talebani non è rappresentato da Al Qaeda, anzi, potrebbe rivelarsi l’ultima delle preoccupazioni jihadiste dei talebani.
L’analista Abdul Sayed ha osservato che Al Qaeda, nel tentativo di impedire agli Stati Uniti di cacciarla dall’Afghanistan e dal Pakistan, ha «spostato l’attenzione dagli attacchi terroristici globali e dalle operazioni esterne al sostegno dei gruppi jihadisti locali in tutta l’Asia meridionale. Questo cambiamento ha contribuito a costruirne la resilienza, consentendo ad al-Qaeda di sopravvivere nonostante i massicci colpi inflitti dagli Stati Uniti e dai suoi alleati». Il cambiamento è stato ulteriormente guidato dal successo delle agenzie antiterrorismo occidentali nel ridurre la capacità di Al Qaeda di attaccare l’Occidente. «Il 2011 ha segnato la fine della guerra di al Qaeda all’Occidente. Il gruppo sopravvive come un insieme di milizie regionali con programmi locali in luoghi come la Somalia, ma non ha condotto con successo un serio attacco all’Occidente per quasi un decennio», ha affermato lo studioso della violenza politica Thomas Hegghammer.

I successi occidentali, afferma James M. Dorsey, «hanno convinto la maggior parte degli analisti che lo Stato Islamico, come Al Qaeda, difficilmente saranno in grado di lanciare attacchi transnazionali in Occidente dall’Afghanistan in tempi brevi».

«Di conseguenza, è probabile che i problemi di sicurezza dei talebani siano interni e regionalipiuttosto che provenire da gruppi jihadisti transnazionali che hanno a lungo dominato l’analisi e il discorso sulla violenza politica. Ciò significa in pratica che la guerra dei talebani con lo Stato islamico sarà una lotta interna che potrebbe minacciare gli sforzi per stabilizzare il Paese e garantire buone relazioni con i vicini dell’Afghanistan».

Lo Stato Islamico conta sul fatto che talebani scontenti di un movimento che una volta al governo potrebbe essere costretto a scendere a compromessi sui suoi principi e moderare le sue politiche, si uniscano ai suoi ranghi. Non solo. «Combattenti stranieri come gli uiguri possono scegliere di schierarsi con lo Stato Islamico, che in passato ha minacciato la Cina. I membri scontenti delle minoranze etniche potrebbero fare lo stesso o unirsi a gruppi come il Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) che ha una presenza in Afghanistan».
«ISIS-K cercherà di assassinare i leader talebanicomportandosi in modo pragmatico. Il Mullah Baradar è probabilmente un obiettivo chiave, soprattutto alla luce del suo incontro con il direttore della CIA William J. Burns lo scorso lunedì. L’eliminazione di Baradar aiuterebbe l’ISIS-K a minare gli sforzi dei talebani per consolidare il potere», ha twittato lo studioso dell’Asia meridionale Kamran Bokhari. Abdul Ghani Baradar è un cofondatore dei talebani ed è considerato un uomo di compromesso e un risolutore di problemi.
«L’attenzione locale di Al Qaeda; il fatto che uiguri, uzbeki e altri centroasiatici possono concentrarsi sui propri Paesi; e le limitate capacità dello Stato islamico suggeriscono un potenziale cambiamento di paradigma nei fattori trainanti e nell’espansione della geografia della violenza politica nell’Asia meridionale e centrale». E gli Stati Uniti non sono più un obiettivo primario.

Gli analisti, annota James M. Dorsey, «si sono in gran parte concentrati sul Pakistan come terreno fertile per la diffusione dell’ultraconservatorismo religioso in stile talebano», nonché sulle preoccupazioni che il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) -talebani pakistani, coalizione di gruppi islamisti pashtun con stretti legami con i talebani afghani- possano rilanciare la campagna di attentati in Pakistan.
Il TTP l’anno scorso ha unito le forze con diversi altri gruppi militanti pakistani, tra cui Lashkar-e-Jhangvi, organizzazione suprematista sunnita violentemente anti-sciita. «Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha lasciato la porta aperta sul rapporto dei talebani con il TTP». I talebani, afferma Dorsey, avrebbero offerto al TTP «di negoziare con il governo pakistano un’amnistia e il ritorno dei militanti pakistani nel Paese, secondo fonti afghane». «La nostra lotta contro il Pakistan continuerà fino a quando non lo stabiliremo come Stato islamico. Non risparmieremo i loro soldati e politici dipendenti dal dollaro», ha affermato il comandante del TTP Molvi Faqeer Mohamad.
Il vero problema indicato da Dorsey,
guaio per il Pakistan ma anche per i talebani afgani, è la«potenziale saldatura di una campagna di violenza del TTP con l’idea di fondere aree del Pakistan popolate da pashtun con l’Afghanistan». Il fantasma si chiama Pashtunistan «L’intreccio tra identità nazionale pashtun e Islam risuona in una poesia pashtu citata da Anas Haqqani», un alto funzionario talebano, poeta afghano dei talebani, e fratello di Sirajuddin Haqqani, vice leader del gruppo.
«I pashtun dei talebani afghani, dopo alcuni anni al potere, troveranno una causa comune con i loro parenti pashtun in Pakistan… Ci sono molti pashtun pakistani che preferirebbero che l’intera Khyber Pakhtunkhwa (ex provincia della frontiera nord-occidentale) facesse parte di un Pashtunistan più ampio», ha predetto lo studioso ed ex ambasciatore britannico in Pakistan Tim Willasey-Wilsey.

Altri analisti, afferma Dorsey, «hanno sostenuto in privato che un Pashtunistan dominato dal Pakistan e incorporato in una più ampia confederazione asiatica contrasterebbe le varie minacce che preoccupano il Pakistan, tra cui il TTP, l’ultraconservatorismo e la secessione.
Le opinioni di questi analisti incarnano le peggiori paure dell’esercito pakistano e del governo: l’indebolimento dell’Islam come collante del Pakistan da parte delle varie minoranze etniche. È un timore espresso per la prima volta da Mohammad Ali Jinnah, il fondatore del Paese che aveva messo in guardia contro il ‘veleno del provincialismo’. La paura è stata rafforzata dalla secessione del Pakistan orientale, prevalentemente Bengalese, per formare il Bangladesh nel 1971».

«Il Pakistan lo scorso anno ha represso il Movimento Pashtun Tahafuz (Protezione), o PTM, un movimento di protesta non violento chechiedeva diritti per i pashtun nelle ex aree tribali ad amministrazione federale del Pakistan. Il Pakistan sta completando una barriera fisica a qualsiasi cambiamento lungo la Durand Line che lo separa dall’Afghanistan, il confine più lungo del Paese, con la costruzione di un muro da 500 milioni di dollari, lungo 2.600 chilometri. Il muro, concepito per mantenere militanti e potenziali rifugiati sul lato afghano del confine, è sostenuto da tecnologie di sorveglianza all’avanguardia e da molteplici fortezze. Il Pakistan ha chiuso 75 dei suoi 78 valichi di frontiera a seguito della presa del potere da parte dei talebani. Gran parte del confine è montuoso e, nelle parole di un ex ufficiale militare pakistano, “buon territorio in cui i guerriglieri possono operare e nascondersi”».


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La nozione di Pashtunistan o una confederazione che include gli arcirivali Pakistan e India, nonché Paesi diversi come l’Indonesia può essere a dir poco inverosimile, ma sicuramente risuonerà a Islambad. Quelle campane potrebbero già suonare dopo che il funzionario talebano Sher Mohammed Abbas Stanekzai», capo dell’ufficio politico dei talebani aDoha ha dichiarato in una rara dichiarazione sulla politica estera che “diamo la dovuta importanza ai nostri legami politici, economici e commerciali con l’India e vogliamo che questi legami continuino. Non vediamo l’ora di lavorare con l’India in questo senso”.

Lo studioso e autore Pervez Hoodbhoy ha affermato: “Piaccia o no, AfPak è diventato realtà. Disprezzato in Pakistan a causa della sua origine americana, questo termine suona vero. La vicinanza geografica è ora aumentata dalla vicinanza ideologica dei governanti in entrambi i Paesi. Il pensiero in stile talebano è destinato a diffondersi in lungo e in largo per il Pakistan”. AfPak era un termine usato dal governo degli Stati Uniti per segnalare che Afghanistan e Pakistan costituivano un unico teatro di operazioni nella guerra al terrore». 

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