sabato, Dicembre 4

Afghanistan: il falso problema del riconoscimento dei talebani Il riconoscimento, nel Diritto internazionale, è l’atto formale con il quale due soggetti accettano di avere relazioni diplomatiche 'normali'. Non riconoscere non ha alcun effetto sulla realtà, anche giuridica

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Dicevo ieri del tema del riconoscimento del regime dei talebani in Afghanistan. Tema molto dibattuto probabilmente solo perché è cosa del tutto irrilevante e inconsistente, ma permette ai nostri politicanti che non sanno di che si tratta di stracciarsi le vesti alla sola idea del riconoscimento.
E infatti, lo ricorderete, la ‘dura’ polemica tra Giggino, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni da una parte e Giuseppe Conte (posto che esista) dall’altra. Perché Conte, dicendo per una volta una cosa non giusta o sbagliata, ma banalmente logica, ha detto ‘beh, con sti Talebani dobbiamo pur parlare, tanto più che a parole sono molto disponibili, per negoziare almeno la fuoriuscita di qualche profugo’. Incidentalmente, ma solo incidentalmente e lo aggiungo io, logica vorrebbe che con i Talebani, o comunque con un qualunque regime afgano, si ragionasse, se non altro perché l’Afghanistan è ricco di materie prime importantissime e, visto che gli USA fanno, come si dice a Napoli, la ‘zita contegnosa’, potrebbe essere una occasione per metterci le mani almeno un pochino. Non a caso, la Gran Bretagna mantiene l’ambasciata a Kabul, cioè si prepara appunto a mettere le mani su quelle risorse. Come la Cina, del resto, e la Russia. Ma lasciamo stare.
Noi facciamo quello che ci dicono di fare gli statunitensi e basta, senza fiatare, e poi
«badiamo a ciò che fanno e non a ciò che dicono i Talebani», che è una frase priva di senso, solo ostile e sciocca. Ma qui, nemmeno gli USA, noi seguiamo pedissequamente una non meglio identificata Europa, che sta già cambiando posizione. Il 18 Agosto Josep Borrell dichiara: «Dovremo metterci in contatto con le autorità a Kabul, chiunque ci sia, i Talebani hanno vinto la guerra quindi dobbiamo parlarci, per discutere ed evitare un disastro migratorio e una crisi umanitaria, oltre che evitare che torni il terrorismo», ma Di Maio e forse anche Draghi erano al mare. Ma tant’è. Notate bene, anche Borrell dice che i Talebani hanno vinto la guerra, non che sono i legittimi detentori del potere in Afghanistan. Perfino a Bruxelles pensano! Vincere la guerra non implica necessariamente di essere legittimati a governare un certo territorio e quant’altro.

Sta però in fatto che, in data 29 febbraio 2020 gli USA (parlando anche a nome degli ‘alleati’, manco avvertiti, almeno noi!) stipulano un trattato così intitolato, in inglese per essere ben precisi: ‘Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America‘. Il testo del trattato poco importa: è solo la dichiarazione di resa degli USA e degli alleati, nemmeno informati, perché si dice solo che gli USA ecc. lasceranno l’Afghanistan, e i Talebani si impegnano a non aiutare i terroristi contro USA e alleati, sempre assenti.
Badate bene, gli USA fanno un trattato con una entità che non riconoscono, cioè dichiarano che non esiste o meglio che non ci vogliono avere a che fare (le due cose vanno insieme, fidatevi altrimenti dovrei scriverne trentatré di articoli!), ma dalla quale ottengono l’impegno di non ‘allevare’ il terrorismo in Afghanistan e, in cambio, dichiarano che se ne andranno entro la data ben nota. Se non è resa questa, ditemi voi.
Orbene, il riconoscimento, nel Diritto internazionale, è l’atto formale con il quale due soggetti accettano di avere relazioni diplomatichenormali‘. Questo è tutto. Certo, non riconoscere non è un atto di amicizia, ma non ha alcun effetto sulla realtà, anche giuridica. Infatti, gli USA fanno un accordo con quelli che non riconoscono, e l’accordo, ovviamente, lo rispettano come abbiamo visto. Quindi l’accordo c’è anche se i due si guardano in cagnesco e se si incontrano fingono di non conoscersi.
Insomma, è una cosa ridicola? Sì, nella sostanza sì. Ma è una sorta di espediente diplomatico per dire, ecco il punto, io con te ci parlo e ci faccio affari (questo specialmente), ma non ti mando un ambasciatore, non apro una ambasciata, ti tratto come un reietto.
Ma ciò non esclude, anzi, conferma, non solo che i Talebani esistevano già due anni fa come entità autonoma e significativa, ma che già da allora gli USA davano per scontato che il potere lo avrebbero preso loro, tanto che trattano con loro, e non con il così detto ‘regime democratico’, che nemmeno partecipa a questo accordo.
Definite tutto ciò come volete, ma a me in tutta franchezza non sembra proprio un atto di grandissima lealtà e coerenza. Atto, però, nel quale noi tutti siamo direttamente coinvolti, muti, ma coinvolti. Perché il ritiro impegna anche noi, sia pure su ordine degli USA.
Un pasticcio degno di miglior causa (gli USA lo hanno fatto anche altre volte, per esempio con le Filippine, colonia USA per un po’) ma che lascia invariato il fatto che gli USA, e quindi gli alleati, tengono il dovuto conto del fatto che i Talebani sono quelli che comandano e che il cosiddetto governo legittimo è ormai considerato roba del passato. E poi vi stupite che il ‘capo’ di quel governo se ne scappi con la cassa?

La cosa, importante, comunque, resta quella per cui, ormai dei Talebani non si può più negare che esistano, e quindi averci a che fare è non solo ovvio, ma del tutto indispensabile.
Perché ora, e torniamo alla eguaglianza dei diritti dei popoli, l’unica arma di cui disponiamo (dico disponiamo pensando ad esempio ad una Europa, purtroppo molto labile) è proprio la pretesa di riconoscere i diritti dell’uomo e specialmente di pretendere che i Talebani oggi al potere, e che noi non ‘riconosciamo’ come legittimati a stare al potere, ma con cui non possiamo non trattare, creino in Afghanistan un regime democratico, che specialmente escluda il fatto, oggi (dopo l’annuncio, martedì, del governo di transizione) più che mai chiaro, per cui una parte della popolazione impone il proprio potere sul resto della popolazione stessa.
E quando ciò non accada, adottare tutte le non poche misure del caso, a cominciare da quelle economiche, per finire al sostegno di quei gruppi, anche armati, che si oppongano al regime.
Altro che ‘valutare le loro azioni’; agire, e agire concretamente.
E qui non si può negare che Mario Draghi abbia colto il punto, anche se troppo tardi perché si possa sperare di fare qualcosa di utile: il G20 convocato ad hoc, infatti, deve servire a convincere i Paesi vicini all’Afghanistan, e in particolare Cina, India e Russia, a premere sui Talebani perché istituiscano un regime para-democratico. Un triplo salto mortale all’indietro senza rete, di cui, però, va dato atto a Draghi di avere avuto il coraggio di tentarlo. Almeno quello.
Mentre Joe Biden, che alla fine ha subito la situazione, male assistito dai suoi mitici ‘servizi’ e dal suo invincibile esercito, balbetta cose strane, piagnucola, ma non ha una strategia.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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