sabato, Settembre 18

Afghanistan: il COSPE a fianco delle donne e di chi rischia la vita Intervista a Silvia Ricchieri: “Continueremo a dar voce e sostegno agli attivisti e ai cittadini afghani in lotta per la vita e i diritti umani -Via ai corridoi umanitari, mantenere una presenza dopo l’abbandono dei militari”. Migliaia di donne aiutate dal Cospe in dieci anni di presenza attraverso centri per le donne, assistenza legale e psicologica, accoglienza alle ragazze soggette a violenze domestiche

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E’ il tempo della solidarietà. Ora è il momento di salvare le vite con un’operazione di soccorso umanitario diretta, rapida e su larga scala per le persone a rischio in Afghanistan. Va organizzata l’evacuazione immediata di chi è in serio pericolo. Tra qualche settimana potrebbe non essere più possibile.” E’ l’appello lanciato in questi giorni dal COSPE, l’organizzazione no-profit per i diritti umani e la solidarietà,  al governo italiano e all’Europa.  E’ un appello che scaturisce dalle richieste ricevute in queste drammatiche ore dalle donne e da  cittadini afghani in pericolo di vita.    

Oltre ai corridoi umanitari nei confronti dei rifugiati da attivarsi ora e nei prossimi mesi, in esso si chiede al nostro Paese e all’Europa di aiutare i Paesi vicini che saranno investiti da ondate di profughi, di mantenere da parte dell’Italia un presidio diplomatico per facilitare le richieste di asilo e di continuare ad investire risorse per la società civile afghana per aiutare coloro che resteranno a rischio della vita. L’appello è rivolto ad una azione coordinata di tutte le ong da anni impegnate in quel Paese.

Il COSPE è stato presente per ben 10 anni in Afghanistan (dal 2009 al 2018), ma ha mantenuto rapporti con quella realtà che oggi chiede disperatamente aiuto. La sua sede centrale è a Firenze. Si tratta di un organismo no-profit privato e laico fondato nel 1983, presente in 25 Paesi del mondo con 70 progetti di sviluppo equo e solidale nella convinzione che un altro mondo è possibile ( anzi, come dice don Ciotti, ‘necessario’).  Ma ora la grande emergenza viene dall’Afghanistan. Ed è a questa emergenza ed alle vie da percorrere per uscirne, che s’incentra la nostra intervista con Silvia Ricchieri,  responsabile COSPE per l’Afghanistan fino al 2018.  

Premesso che condividiamo l’ansia del COSPE  per la drammatica situazione che  state (stiamo) vivendo, dai vostri contatti  diretti con Kabul o altre città, cosa sta  realmente accadendo e cosa vi chiedono le donne che temono di finire vittime della violenza dei talebani o prede di guerra per   i miliziani?  Cosa possono fare e come possono intervenire  le organizzazioni internazionali per i sottrarre le donne ( e in particolare   le attiviste) alla violenza e al fanatismo oscurantista dei talebani?  Quali iniziative possono  essere immediatamente attivate dagli Stati e dalla ong  che operano sul territorio, oltre ai corridoi internazionali?

Tutti gli attivisti ed ex colleghi con cui siamo in contatto temono ora per la loro vita e sicurezza e quella delle loro famiglie. Diversi attivisti che abitavano nelle province si sono spostati a Kabul e anche chi è a Kabul cambia spesso casa e cerca di mantenere un profilo molto basso o restare nascosto per evitare di esporsi a rischi. Quasi tutti hanno lasciato dietro di loro o distrutto tutto ciò che possa costituire una prova delle loro precedenti attività di attivismo: documenti, articoli, certificati, contratti di lavoro, foto, volantini e molto altro sono stati bruciati. M. che ha lavorato come human rights officer con COSPE, ci ha detto quanto sia stato doloroso distruggere tutte le prove e i ricordi delle campagne portate avanti assieme, ma purtroppo necessario per non esporsi a rischi. Abbiamo ricevuto molte richieste di aiuto da chi è rimasto in Afghanistan per poter lasciare il paese in maniera sicura. I corridoi umanitari sono sicuramente uno degli strumenti immediati che tutte le organizzazioni internazionali possono e devono sostenere per garantire una via di uscita sicura agli e alle attiviste che desiderano lasciare il Paese. 

I Comuni – tra cui quello di Firenze – hanno già dato la loro disponibilità all’accoglienza, e ieri è stato predisposto attraverso il coordinamento tra Prefettura, Regione, Anci, Caritas ed altri enti, un piano di accoglienza per i primi 312 profughi afghani  destinati alla Toscana, di cui 200 in vari alberghi della regione per la quarantena, per gli  altri  è prevista una diversa sistemazione. Segnali importanti, ma puo’ bastare? 

Non solo i Comuni, ma anche molte persone che stanno seguendo le vicende sui giornali e sui siti ci mandano la loro disponibilità ad accogliere famiglie afghane. Questo è un aspetto molto bello della vicenda e ci fa capire quanta solidarietà il nostro paese riesca ad esprimere. Certo la gestione di un fenomeno così complesso non potrà essere lasciata solo in mano a iniziative personali e occorrerà un coordinamento istituzionale a livello nazionale.

Cosa può essere fatto per una più ampia mobilitazione popolare e istituzionale a tutela della vita e dei diritti umani delle popolazioni vittime delle vendette dei miliziani?

Quello che almeno noi continueremo a fare è dare voce alle attiviste e agli attivisti che comunque, da dentro e da fuori il paese, continueranno a lottare per i diritti umani in Afghanistan, garantendogli sostegno e rendendo note le loro battaglie. Certo anche in questo caso la comunità internazionale dovrà vigilare e intervenire per sanzionare le violazioni e le violenze. Inoltre è assolutamente urgente aprire al più presto corridoi umanitari per far uscire tutte le persone a rischio vendetta.

Le immagini dei bambini affidati ai soldati al di là del muro danno l’idea di una grande tragedia umanitaria, di un clima di terrore che non lascia speranza. 

In questo momento è così. Le immagini ci restituiscono un paese terrorizzato e allo sbando. Ma sappiamo bene che in Afghanistan ci sono anche tante risorse positive nella società civile che, speriamo, riescano a riorganizzarsi e a lottare per un Afghanistan libero e democratico. A queste forze non dobbiamo far mancare il nostro sostegno.

Anche i volti femminili cancellati dai manifesti pubblicitari sono l’espressione di una follia   che colpisce soprattutto le donne. 

 Chi ha già vissuto sotto i talebani sa bene che questo purtroppo è pratica consueta annullare le donne, dal punto di vista sociale. La cancellazione delle immagini è un gesto orribile che simboleggia l’ideologia del nuovo regime: saranno le donne le maggiori e principali vittime.

Quali le loro reazioni?  Ci sono vittime tra di esse?  Si sta organizzando una qualche forma di resistenza?

I nostri attivisti hanno mostrato tutti grande preoccupazione davanti a queste scene, in quanto non sono altro che un presagio di quello che è stato in passato e che riporta il paese indietro. Questo è ancora un momento di assestamento, in cui non è chiaro quale sarà l’effettivo spazio di azione nel paese, ad ogni modo diverse attiviste delle organizzazioni progressiste come Rawa, Hawca, OWPAC, hanno deciso di restare e continuare a portare avanti le loro attività a sostegno e in promozione delle donne e dei loro diritti”. 

Sappiamo che gli enti e organismi non governativi che fanno capo al COSPE sono stati attivi in Afghanistan dal 2008 al 2019: in questo decennio quali attività sono state messe in piedi e quanta popolazione è stata coinvolta? 

“COSPE ha lavorato per circa un decennio con progetti finanziati dalla UE e dal MAECI in collaborazione con associazioni locali legati proprio ai diritti delle donne e delle bambine, organizzando corsi di alfabetizzazione e formazione professionale, sostenendo centri antiviolenza dove dare consulenze legali e assistenza psicologica e shelter per le donne vittime di violenza. Infine abbiamo lavorato, con molta difficoltà, proprio a un progetto, AHRAM, per la salvaguardia dei difensori e delle difensore dei diritti umani. Sono state centinaia le donne che abbiamo assistito direttamente e migliaia se contiamo le famiglie che hanno beneficiato dei progetti. Purtroppo già nel 2018 la situazione sicurezza si era talmente deteriorata che non era già quasi più possibile lavorare sul campo e garantire la sicurezza delle persone che lavoravano in questi ambiti”.

C’è coordinamento fra le varie forze di pace ed umanitarie ancora presenti sul territorio per mettere in salvo coloro che hanno collaborato con le organizzazioni occidentali? E per salvaguardare e aiutare coloro che aspirano a realizzare forme di vita democratica? 

“Sì esiste e ci stiamo collaborando. Poche associazioni sono rimaste ma moltissime lavorano in remoto, come noi, per portare via tutti gli ex collaboratori”.

In quali campi  (sanità, scuola, lavoro, vita sociale, attività sportive)  sono state  portate avanti grazie alla cooperazione internazionale? Con quali aiuti? 

“Come dicevo i progetti e i finanziamenti arrivavano da UE e da MAECI. Le attività svolte e già citate  si sono articolate attraverso il Centro donna, i centri di assistenza legale e psicologica (detti CAL), sia  con ore e ore di counselling che di cause legali ( molte le cause vinte), che all’interno della Casa protetta di Kabul, che ospita donne e ragazze con figli, nonché donne sottratte alla violenza domestica o rilasciate dal carcere, nel 2015 erano già 591 le donne aiutate,  molto è stato fatto attraverso il progetto ‘Vite preziose’.  Nel nostro sito sono dettagliate le attività svolte”.

Dati gli importanti risultati conseguiti, cosa occorre fare per difendere quanto è stato fatto ? 

“Per difendere quanto è stato fatto finora è indispensabile non lasciare sole le attiviste e attivisti, giornalisti, avvocati e tanti giovani che hanno scommesso e si sono impegnati in prima persona per costruire un futuro diverso per il loro paese sono ora esposti a gravissimi rischi. Dobbiamo richiedere a gran voce che dei corridoi umanitari vengano istituiti il prima possibile per porre loro in salvo (se è ciò che desiderano) o continuare a sostenerli da lontano nel loro impegno quotidiano. Come è indicato nell’ appello  AOI già citato, in questo frangente l’urgenza è umanitaria, si tratta di salvare persone in fuga. In queste ore, il ministero della Difesa e il governo italiano tutto sono impegnati a evacuare chi ha lavorato con l’Italia e le loro famiglie. E’ un dovere morale aiutare chi ci ha aiutato. e il governo è impegnato a fare fronte a questa responsabilità. Sarebbe vergognoso se alcuni paesi europei riproponessero atteggiamenti carichi di egoismo e indifferenza opponendosi al dovere di accogliere i profughi afghani. Contemporaneamente, l’Italia e l’Europa devono continuare a investire risorse per programmi per la società civile afghana e per tutte le cittadine e i cittadini afghani che resteranno nel proprio paese correndo il rischio di essere vittime di violenza e discriminazioni. E’ fondamentale farlo insieme a tutte le ong italiane impegnate da anni nel Paese”.

Dunque il vostro impegno è ripreso e si è intensificato in questi giorni…

“Sì, ci stiamo attivando per sostenere e salvare tutti gli attivisti e le attiviste, giornalisti e giornaliste, difensori e difensore dei diritti umani e i tanti civili, donne e bambine in testa, che sono rimasti bloccati in Afghanistan sotto il regime talebano. COSPE, sostiene per questo la raccolta fondi del Coordinamento Italiano Sostegno alle Donne Afghane (Cisda) e delle associazioni locali con cui Cisda lavora da oltre 20 anni e che si stanno attivando per accogliere i loro connazionali in fuga, ancora una volta. Queste associazioni stanno raccogliendo fondi che è necessario inviare in brevissimo tempo, per far sentire che ci siamo e che continueremo a star loro accanto, anche nell’ennesima tragedia che stanno vivendo”.

Come fare tecnicamente per dare sostegno, al di là di ciò che stanno facendo il ministero  della difesa e degli esteri, come singoli cittadini o comunità sociali?

Ogni contributo, anche il più piccolo può fare la differenza in questo momento. Il nostro invito è di  rivolgersi a BANCA POPOLARE ETICA – Agenzia Via Scarlatti 31 – Milano, Conto corrente n. 113666 – CIN U – ABI 5018 – CAB 1600, IBAN: IT64U0501801600000000113666.

Con questo invito ad aderire alla sottoscrizione, ringraziamo Silvia Ricchieri, per aver fatto chiarezza con questa intervista  rilasciata a L’Indro,  sul ruolo svolto negli anni e rinnovato in queste drammatiche ore dal Cospe e dalle ong in difesa delle vite di chi ha lavorato per un’Afghanistan diverso nelle scuole, nella sanità, nella società, e  per aver rilanciato l’appello affinché  le azioni di solidarietà proseguano oltre  la fine della presenza militare internazionale.  

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