sabato, Settembre 18

Afghanistan, il 2016 non promette niente di buono field_506ffb1d3dbe2

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Il 2016 in Aghanistan si è aperto nello stesso modo in cui si era chiuso l’anno precedente, ossia con una pacificazione sempre più lontana. I colloqui a Islamabad, annunciati nel mese di dicembre, sono infatti iniziati nel momento in cui i combattimenti dei Talebani si sono intensificati, soprattutto nel sud del Paese, testando le capacità dei militari di Kabul, purtroppo non ancora all’altezza del confronto.

Rappresentanti afghani, pakistani, cinesi e americani si sono incontrati a metà gennaio per stabilire una tabella di marcia che porti ad un accordo di pace tra il Governo afghano e i Talebani, in conflitto da più di 14 anni. L’obiettivo primario del processo di riconciliazione è di creare le condizioni per portare questi ultimi ai negoziati e persuaderli a rinunciare all’insorgenza, riprendendo così quel dialogo interrotto lo scorso anno, dopo la notizia che il leader talebano Mullah Omar era morto nel 2013.

Il punto è che, i Talebani, al tavolo delle trattative preferiscono il campo di battaglia. Nelle ultime settimane hanno lanciato un’offensiva su tre distretti strategici nella provincia meridionale di Helmand, arida e semi-desertica, nota per le sue vaste coltivazioni di oppio. Si tratta del cuore del territorio in passato controllato dagli insorti. Il Governo centrale ha inviato truppe da Kabul per proteggere i distretti di Gereshk, Sangin e Marjah, attorno al capoluogo della provincia, Lashkar Gah, e a breve saranno dispiegati ulteriori rinforzi, ma le forze regolari afghane non sono finora riuscite ad impedire che i Talebani guadagnassero terreno.

Il problema maggiore sono gli attacchi lampo: il tempo che occorre ai rinforzi per raggiungere un distretto preso di mira è lo stesso che occorre alla guerriglia per portare un nuovo attacco altrove, sfruttando le intercapedini nel sistema di sicurezza. La novità è che, rispetto al passato, i Talebani hanno lanciato gravi attacchi anche durante l’inverno, approfittando del ritiro dei contingenti internazionali. I combattimenti in corso per Helmand fanno eco a quelli di settembre 2015, quando caddero una serie di distretti attorno a Kunduz, nel nord del Paese, e a quelli di dicembre, quando il gruppo ha lanciato un attacco nel distretto strategico di Sangin, assaltando e poi facendo saltare in aria il quartier generale della polizia e l’edificio del Governatore.

Non manca poi uno degli strumenti più classici in cui l’insorgenza è solita manifestarsi: l’attentato suicida. L’ultimo episodio risale a ieri, quando quattro civili sono morti e altri 22 sono rimasti feriti in un attacco suicida nel centro di Kabul, vicino all’ambasciata russa. L’autobomba è stata lanciata contro un minibus che trasportava civili sulla strada di Dar ul-Aman, importante arteria cittadina molto frequentata nelle ore di punta, nell’ovest della capitale, provocando un’esplosione sentita a chilometri di distanza. Un attentato che segue di due giorni il nuovo incontro tra rappresentanti dei quattro Paesi coinvolti nei colloqui di pace.

Davvero un pessimo scenario per la martoriata Kabul. Il 18 dicembre era accorso il Segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter a parlare di sicurezza. Pochi giorni dopo il Pentagono ha pubblicato un rapporto dettagliato in cui si documenta l’aumento della conflittualità. Nel documento di 96 pagine in cui si documenta la crescita degli attacchi e delle vittime sia fra le Forze di sicurezza, sia fra i talebani. In particolare il documento rileva che le vittime tra le forze di sicurezza afghane sono drammaticamente cresciute del 27% dall’inizio dell’anno, quando cioè esse hanno assunto la piena responsabilità della difesa nazionale, trasmessa dalla Coalizione internazionale.

Così, mentre lo scorso anno una trattativa per la pacificazione sembrava essere finalmente vicina, è iniziata la nuova escalation di violenze: 1.592 morti e 3.329 feriti nei primi sei mesi del 2015, con un aumento proprio nella seconda parte dell’anno, come certificano i dati ONU. Intanto, chi può, dall’Afghanistan ‘liberato’, fugge. E sono in tanti a farlo. 1,2 milioni di profughi interni. Lo ha reso noto a Kabul, la Commissione indipendente per i diritti umani afghana, l’Aihrc, che precisa come che la principale ragione del fenomeno è la mancanza di sicurezza e non la fame che pure c’è. Per la guerra, profughi interni, più 5% in 5 anni, ma soprattutto un incremento del 21% nel numero delle persone che hanno lasciato l’Afghanistan a causa della guerra che ormai interessa 21 delle 34 province afghane. Salvo montagne himalaiane e deserti, parliamo di tutto l’Afghanistan abitabile.

Per questi motivi agli inizi di dicembre si è saputo che solo non completerà il ritiro che doveva essere completato lo scorso anno ma che era stato posticipato al 2016, anche se in misura ridotta. La Nato manterrà, anche nell’anno che verrà, la stessa presenza nel Paese.

Il segretario dell’organizzazione di cooperazione militare Jens Stoltenberg, ha indicato che 12.000 effettivi della missione di addestramento e consulenza ‘Resolute Support’ (7000 statunitensi e 5000 di altra provenienza) proseguiranno il loro impegno per contrastare la ripresa delle iniziative militari dei Taleban. «Siamo in Afghanistan per prevenire che diventi un rifugio di terroristi. Se dovesse essere così, sarebbe anche una minaccia per noi», ha sottolineato Stoltenberg, che ha anche indicato come l’alleanza stia definendo un nuovo finanziamento per le forze armate afghane per il periodo 2017-2020, a integrare i quattro miliardi di dollari già stanziati. Anche il Presidente statunitense Barack Obama ha confermato la volontà di mantenere per l’anno prossimo una presenza di militari americani di quasi 10.000 effettivi e non è chiaro come questo numero sarà integrato nel piano Nato.

Con la morte del Mullah Omar, si pensava ad un processo di pace più realistico, ma la nomina a guida spirituale di Akhtar Mohammad Mansour ha peggiorato una situazione già precaria. Si  subito aperta una spaccatura tra chi ha sostenuto il nuovo leader e chi, invece, ha osteggiato la sua investitura. I gruppi più radicali hanno ripreso i combattimenti, seguiti poco dopo dallo stesso Mansour, che ha lasciato i propositi di pace ben presto in un angolino. Uno dei motivi è l’azione dei  gruppi estremisti considerati vicini al sedicente Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi nella parte occidentale del Paese. Questi gruppi, presenti soprattutto al confine con il Pakistan, attirano sempre più simpatizzanti. E il loro obiettivo è uno solo: costituire un emirato islamico del Khorasan e mettere in discussione la leadership talebana tra i gruppi estremisti presenti in Afghanistan.

L’arrivo sulla scena del Califfato, ormai principale attore protagonista del jihadismo globale, ha messo in secondo piano quello che resta l’aspetto più significativo di questi colloqui: la partecipazione di Stati Uniti e Cina, un elemento che può, in una certa misura, stemperare lo scetticismo che Kabul nutre verso il Pakistan. La complessità dei legami tra il Pakistan e i talebani condiziona e rischia di rendere più complicato e prolungato il processo di riconciliazione. Il Pakistan, che ospita la leadership talebana sul suo territorio e che periodicamente è fatto oggetto di attacchi – l’ultimo appena ieri: quattro uomini armati hanno fatto irruzione nell’università Bacha Khan a Charsadda, a 35 chilometri da Peshawar, provocando 21 morti e di decine di feriti – avrebbe una certa influenza su di loro.

L’Afghanistan ancora nella morsa dei Talebani rischia quindi di cadere anche in quella dei jihadisti, con l’effetto di tornare prepotentemente di nuovo al centro delle attenzioni della comunità internazionale. Proprio ora che gli eserciti occidentali sembravano in procinto di ‘evacuarlo’. Segno che ogni tentativo di stabilizzazione è fallito, ancora una volta.

 

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