martedì, Ottobre 26

Afghanistan e neoimperialismo

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La guerra in Afghanistan è finita! Il 28 dicembre, parlando dalla residenza hawaiana dove ha trascorso le vacanze di Natale, Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti, ha confermato in una dichiarazione rilasciata alla stampa che, dopo 13 anni di conflitto sanguinoso, «la più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti giunge a una conclusione responsabile».

Ma anche se ufficialmente le truppe americane non intraprenderanno più missioni di combattimento in Afghanistan, non significa che Washington si spogli dei suoi interessi militari nella regione.

Mentre l’1 gennaio 2015 si è svolta la tanto pubblicizzata consegna dei poteri militari, in cui l’Afghanistan ha assunto il controllo del proprio apparato militare e di sicurezza, 13.500 truppe straniere, di cui 9.800 soldati americani, rimarranno dispiegate nel Paese sotto la nuova missione NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), l’operazione ‘Sostegno Risoluto’.

Il nuovo ruolo della NATO in Afghanistan e lo spettro delle sue attività sono stati definiti nello Status of Forces Agreement (SOFA), un trattato di collaborazione militare firmato il 30 settembre 2014, molto prima della ritirata americana, da Ashraf Ghani, neoeletto Presidente afghano, e dall’ambasciatore Maurits Jochems, rappresentante civile della NATO in Afghanistan.

Mentre ufficiali e rappresentanti si riunivano a Kabul per celebrare l’emancipazione militare dell’Afghanistan dalla NATO, i ribelli talebani hanno preso di mira una festa di matrimonio a Sangin, una città della provincia di Helmand a sud della capitale Kabul.

L’attacco a colpi di mortaio è costato la vita a circa 29 persone, incluse donne e bambini.

Contemporaneamente, il Presidente afghano Ghani salutava la cessione di poteri dalla NATO come una conquista nazionale, dichiarando al pubblico riunito: «Voglio congratularmi oggi con la mia gente. Le forze afghane ora sono in grado di assumersi la piena responsabilità di proteggere il territorio e la sovranità nazionale. Negli ultimi 13 anni, a causa dei problemi esistenti nel mondo e nella regione, la nostra sicurezza è stata una responsabilità condivisa. Ora essa appartiene esclusivamente agli afghani. Ma non siamo soli, dobbiamo lavorare con i nostri alleati». I militanti talebani si sono assicurati di ricordare a tutti la terribile minaccia che ancora rappresentano per questa nazione impoverita e devastata dal conflitto.

In un momento in cui l’Afghanistan sembra riprendere il controllo della propria sovranità, non più sotto la tutela della comunità internazionale, gli esperti avvertono che l’indipendenza è solo superficiale.

A tutti gli effetti, l’Afghanistan rimane un Paese occupato, ha dichiarato Aref Abu Hatem, analista politico dello Yemen, in un commento esclusivo per ‘L’Indro’.

“L’Afghanistan non è più vicino a controllare le proprie istituzioni di quanto Washington sia vicina a sconfiggere il terrore. Abbiamo ereditato un esercito mercenario smobilitato che lo Stato non può mantenere da solo. La NATO ha incastrato Kabul in una trappola finanziaria per affermare il proprio controllo e proteggere gli interessi nella regione”, aggiunge.

Neoimperialismo

L’idea che l’Afghanistan sia rimasto una pedina nel grande gioco, usata e abusata dai poteri stranieri a proprio beneficio, è stata al centro del dibattito negli ultimi anni, un tema ricorrente tra gli analisti.

L’ex Presidente Hamid Karzai, lo stesso uomo spesso indicato come l’alleato strategico di Washington in Asia centrale, ha sottolineato questi sentimenti nel suo discorso di commiato lo scorso settembre, quando ha dichiarato: «La guerra in Afghanistan è a beneficio degli stranieri, ma gli afghani sono sia gli agnelli sacrificali sia le vittime di questa guerra».

Moshen Kia, analista politico di Teheran, ha spiegato in esclusiva a ‘L’Indro‘ che la violenta critica di Karzai agli Stati Uniti incarna il grande risentimento degli afghani nei confronti dei poteri occidentali. «l Presidente Karzai ha messo il dito su un problema che da tempo assilla l’Afghanistan: gli afghani non si sentono in controllo del proprio destino. Piuttosto, si sentono intrappolati da poteri più grandi, che seguono regole che non possono né comprendere né osteggiare», ha detto Kia.

E aggiunge: «Proprio come si sono sentiti intrappolati sotto il dominio britannico e quello russo, così gli afghani hanno iniziato a percepire gli Stati Uniti come l’ennesimo potere imperialista. In tutta onestà, Washington ha fatto molto poco per contrastare questo sentimento. Tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto negli ultimi 13 anni è stato fatto nell’interesse del Pentagono, non degli afghani, anche se è così che è stato pubblicizzato».

Mentre i rappresentanti degli Stati Uniti rifiutano l’idea che l’America abbia sviluppato tratti sempre più imperialistici nel corso dell’ultimo decennio, sostenendo all’opposto che gli Stati Uniti, eterni paladini della democrazia contro la crescente ondata radicale, abbiano avuto unicamente un’influenza positiva sul mondo, in molti dissentono.

Il 28 dicembre il Presidente Obama ha sottolineato in una dichiarazione scritta questa influenza positiva dell’America sull’Afghanistan: «Il nostro personale militare e diplomatico in Afghanistan, insieme ai nostri alleati della NATO e partner di coalizione, hanno aiutato il popolo afghano a riconquistare le loro comunità, prendere il controllo della propria sicurezza, tenere elezioni storiche e completare il primo trasferimento di potere democratico nella storia di questo Paese».

Dove gli ufficiali statunitensi trovano giustificabili i danni collaterali e le morti dei civili nel nome di ambizioni più grandi, altri vedono l’impronta di un potere neoimperiale il cui dominio è incontrastato.

Nel marzo del 2012, quando Robert Bales, sergente dell’esercito americano, fu trovato colpevole dell’assassinio di 16 civili afghani in un raptus omicida, il giornalista britannico Glenn Greenwald sostenne che gli Stati Uniti avessero manifestato un comportamento imperialista quando si rifiutarono di sottoporre il militare alla giustizia afghana, nonostante Bales avesse chiaramente agito oltre i confini del suo mandato professionale.

Scrisse Greenwald: «Una prerogativa di tutti gli imperi è che essi non sono soggetti ad alcuna legge o responsabilità che non sia la loro, anche quando si tratta di crimini commessi sul suolo di un’altra nazione e ai danni di altre genti».

Sottolineò anche che «La decisione di rimuovere Bales dall’Afghanistan è rivelatoria della convinzione americana che nessun altro Paese, inclusi quelli invasi e occupati dagli USA, possa mai imporre qualsivoglia responsabilità agli americani».

Ma se Washington ha giocato a fare il fratello maggiore con un Afghanistan impoverito, usando la sua superpotenza per imporre una volontà egemonica e tenere la presa politica su Kabul, è anche vero che l’Afghanistan ha avuto un ruolo nella sua stessa caduta sviluppando un meccanismo codipendente nei confronti degli Stati Uniti, sostiene il Principe Ali Seraj, capo della National Coalition for Dialogue With the Tribes of Afghanistan.

Codipendenza

Devastato da decenni di conflitto, l’Afghanistan è una nazione criticamente depressa, un guscio vuoto privo di una reale sostanza istituzionale e con risorse economiche molto limitate.

Sebbene sia ricco di miliardi di dollari in risorse naturali non sfruttate (energia e minerali preziosi), l’Afghanistan rimane intrappolato nella povertà più abietta, il suo popolo tormentato.

In un servizio per la AFP (Agence France-Presse) del 2 gennaio 2015, Guillaume Lavallee ha citato le parole di un imprenditore afghano secondo cui l’economia del Paese continua a dipendere dagli aiuti stranieri, mancando la trazione interna necessaria a farla decollare da sola.

“Piuttosto che aiutare a risanare l’economia afghana sofferente, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno buttato miliardi di dollari nell’esercito, dando la priorità allo sviluppo di forze armate mercenarie tramite appaltatori americani piuttosto che investire negli afghani affinché ricostruissero il loro Paese”, è il commento esclusivo per ‘L’Indro‘ del Principe Ali Seraj.

“L’Afghanistan, in questo momento, è talmente dipendente dagli aiuti stranieri che Kabul non può neanche immaginare di onorare i salari delle sue truppe senza l’intervento esterno. Kabul non è proprietaria del suo esercito: sono gli stranieri a pagare i conti. Questo è il grande paradosso dell’Afghanistan”, ha aggiunto.

E in effetti, anche se la NATO ha trasferito tutte le responsabilità militari a Kabul, Washington continuerà a comandare nell’ombra, controllando di fatto il potere d’acquisto dell’Afghanistan.

Ma se figure come l’ex Presidente Karzai hanno enfaticamente dipinto gli Stati Uniti come la fonte di tutti i problemi dell’Afghanistan, gli ufficiali afghani hanno molto di cui rispondere quando si tratta di accordare le ambizioni americane alle proprie. Come notato da Haroun Mir, analista politico afghano, in un pezzo per Al Jazeera, se «Il finanziamento delle forze di sicurezza afghane è al di sopra delle risorse del governo e dipende interamente dalle contribuzioni dei Paesi donatori», Kabul ha comunque il potere di intervenire sulla corruzione, il nepotismo e le dispute politiche per rinforzare le proprie basi e ricostruire la propria autorità.

“Agli afghani è stato fatto credere che le soluzioni a tutti i loro problemi si trovino oltre i confini nazionali, presso la comunità internazionale. Questa mentalità li ha intrappolati in un circolo vizioso di dipendenza politica. Una nazione che non può pensare o immaginare se stessa non può mai essere davvero libera o sovrana, sottolinea il Principe Ali.

E aggiunge: “Aiuti stranieri sì! Tutela straniera no! È tanto perversa quanto il radicalismo, poiché è la negazione dei valori democratici. Solo gli afghani possono salvare l’Afghanistan. La vera domanda è: la comunità internazionale aspira davvero a un Afghanistan libero e autonomo?”.

Trovare una via d’uscita

Con il ritorno all’offensiva dei talebani, l’Afghanistan si trova in una posizione difficile, di fronte allo spettro di due realtà alternative: il dominio talebano o la servitù neocoloniale.

“Perché gli Stati Uniti se ne vanno quando l’Afghanistan non è in grado di difendersi? Le casse dello Stato sono vuote e, poiché non è stato fatto alcuno sforzo per rinverdire l’economia del Paese, rimarranno vuote.

Gli afghani non possono neanche sfamarsi, come ci si può attendere che si impegnino a mantenere l’esercito mercenario?”, dichiara il Principe Ali a ‘L’Indro‘.

Kia, l’esperto iraniano, ribadisce il commento del Principe quando sostiene che la salvezza dell’Afghanistan risiede nella capacità del suo popolo di ridare vita all’economia nazionale e fornire allo Stato una fonte di reddito sostenibile. “Una volta, l’Afghanistan era una fiorente economia commerciale e agricola: gli investimenti devono fluire in quella direzione. Solo allora l’Afghanistan si risolleverà, solo allora lo Stato sarà libero dai diktat stranieri”.

Il Principe Ali Seraj, che negli anni ’80 lavorò con l’amministrazione Reagan durante il dominio della Russia sovietica sull’Afghanistan, sostiene che la maggior parte dei problemi del suo Paese abbiano origine nella errata valutazione e nelle grossolane sviste di Washington nell’affrontare il radicalismo.

“Le soluzioni ci sono, eppure gli Stati Uniti non hanno voluto deviare dalla loro strategia fallimentare, coinvolgendo le persone sbagliate e implementando strategie sbagliate”, dice.

“13 anni di fallimenti hanno ridotto l’Afghanistan a rivestire il ruolo del re nudo: tutti ci dicono quanto abbiamo avuto successo, quanta strada abbiamo fatto nell’ultimo decennio, eppure la fame dilaga e la sicurezza è peggiorata ancora”, aggiunge.

Ciò di cui l’Afghanistan sembra aver bisogno, anziché alleati prepotenti, è lo spazio necessario a tracciare il proprio cammino.

 

Traduzione acura di Elena Gallina

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