martedì, Settembre 28

Afghanistan e l’ombra di Srebrenica: ci si può fidare della comunità internazionale? Voltare lo sguardo dall'altra parte o impegnarsi per alleviare la sofferenza di altre persone? Il commento di Carmen Rocío García Ruiz, Docente di diritto internazionale dell’Universidad Loyola Andalucía

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L’11 luglio 1995, un sorridente Ratko Mladic entrò a Srebrenica, al comando delle sue milizie serbo-bosniache. Senza nascondere la sua euforia, era sempre amichevole e conciliante. Dopo aver accarezzato affettuosamente sul viso un ragazzo musulmano, che lo guardava in attesa, ha detto: “Non preoccuparti, non succederà nulla. Organizzeremo l’evacuazione in modo che tutti voi torniate in territorio bosniaco”.

Si stima che circa 8.000 persone siano state giustiziate nei giorni seguenti, in quello che il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha descritto come un atto di genocidio. La presenza in questa città dei caschi blu olandesi e la sua dichiarazione da parte delle Nazioni Unite come zona sicura ne hanno fatto l’esca perfetta. Le forze dell’UNPROFOR non potevano fare altro che quello che hanno fatto: arrendersi e fidarsi. Non avevano mezzi o truppe sufficienti. Hanno abbandonato coloro che erano chiamati a proteggere e, in una certa misura, hanno facilitato la concentrazione delle vittime di questa pulizia etnica.

Il 15 agosto, dopo l’inizio del ritiro delle truppe statunitensi, Suhail Shaheen, portavoce dei talebani, ha dichiarato in un’intervista televisiva alla BBC di volere un ‘pacifico trasferimento di potere’ in Afghanistan nei prossimi giorni e che non cercheranno vendetta.

Ancora una volta la popolazione civile è abbandonata al suo destino, anche chi in questi anni ha collaborato con le forze internazionali schierate e si è assunto l’impegno di lottare per il rispetto dei diritti umani, sentendosi sostenuto da una comunità internazionale che ora chiude gli occhi e si fida, o fingere di farlo.

La situazione attuale e futura in Afghanistan ci riporta ad un dilemma antico quanto il diritto internazionale stesso, costruito su una massima: sovrana uguaglianza degli Stati e, di conseguenza, il principio di non intervento tra di essi.

Ma cosa succede se un altro Stato, nell’esercizio della propria sovranità, compie gravi violazioni dei diritti nei confronti del proprio popolo, quello che è chiamato a tutelare?

Come può agire la comunità internazionale

La società internazionale assiste alla sofferenza e si chiede come agire: se voltare lo sguardo dall’altra parte o impegnarsi per alleviare la sofferenza di altre persone alle quali siamo uniti dal vincolo dell’umanità più elementare.

Per secoli, come risposta è stato proposto un concetto: l’intervento umanitario, in particolare l’azione militare di uno o più Stati all’interno di un altro per fermare gravi e massicce violazioni dei diritti umani.

Tuttavia, la sua regolamentazione da parte del diritto internazionale pubblico è andata a scapito delle sue stesse miserie. Una legge che si fonda su principi eventualmente in tensione, affronta questo tema affrontando il difficile rapporto tra tre dei suoi principi strutturali: sovranità, uso della forza e tutela dei diritti umani.

Somalia, Rwanda e Srebrenica hanno evidenziato il fallimento del concetto di intervento umanitario e portato a uno stallo, alla consapevolezza della necessità del cambiamento. Accade in determinate occasioni che la comunità internazionale si vergogni della propria debolezza e si proponga quindi di concentrare i propri sforzi nel cercare di prevenire il ripetersi di situazioni in cui la violenza, la sofferenza e l’abuso dei forti contro i deboli hanno raggiunto livelli insopportabili.

La responsabilità di proteggere

La formulazione di un nuovo principio, quello della responsabilità di proteggere, è stata la conseguenza di questa necessità di azione. Si sostiene su tre premesse: non lede il principio di sovranità, poiché parte dal fatto che include la responsabilità di ciascuno Stato di proteggere la propria popolazione dai crimini più gravi; afferma l’impegno della comunità internazionale ad aiutare gli Stati ad adempiere a questa responsabilità e corrisponde a questa responsabilità di proteggere quando è evidente che gli Stati non stanno proteggendo la loro popolazione.

La realtà è terribile. La spiegazione è logica: mettendo a tacere l’applicazione di questo principio, in caso di fallimento degli Stati, sul Consiglio di Sicurezza, esso è impregnato delle sue carenze: doppia morale, azione in alcuni casi e silenzio in altri, preposizione di strategie geostrategiche e politiche criteri alla lodevole fine dell’inizio, hanno decimato il concetto ancor prima che nascesse.

Gli sforzi incentrati sull’applicabilità di questo principio non serviranno a nulla se la necessaria riforma del Sistema delle Nazioni Unite da tanto tempo auspicata non verrà attuata una volta per tutte.

Non si tratta di incolpare il diritto internazionale della sua inefficacia, poiché non va dimenticato che esso è frutto dell’azione degli Stati ed è quindi attanagliato dai loro interessi e contraddizioni.

Senza un vero impegno da parte loro per un migliore funzionamento del sistema anche a discapito dei propri interessi a favore della tutela dei diritti umani, qualsiasi formulazione, per quanto brillante, è destinata al fallimento.

Il ruolo di Russia, Cina e Stati Uniti

Non c’è esempio migliore o più triste dell’Afghanistan, dove la comunità internazionale non sembra nemmeno essere commossa dalla sofferenza presente e futura. Russia e Cina sono a proprio agio con questa situazione e il Presidente degli Stati Uniti raffredda le critiche con un bagno di realtà: “Il nostro unico interesse vitale in Afghanistan oggi rimane lo stesso di sempre: prevenire un attacco terroristico sul suolo americano”.

Chi credeva diversamente, chi pensava che la missione internazionale intendesse davvero consentire al governo afghano di fornire una sicurezza effettiva in tutto il Paese e sviluppare le proprie forze di sicurezza per garantire una vita migliore alla sua popolazione e soprattutto alle donne e alle ragazze, Colui che si è impegnato e ha combattuto è attualmente nelle auto di Kabul o nel suo aeroporto in balia dell’oppressore, con poche speranze di salvare la sua vita e quella dei suoi cari e con un profondo senso di tradimento. Un’altra volta.

 

 

Traduzione dell’articolo ‘Afganistán y la sombra de Srebrenica: ¿se puede confiar en la comunidad internacional?’

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