sabato, Aprile 17

Afghanistan: dopo Kunduz che succederà? field_506ffbaa4a8d4

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Afghanistan: quasi il 70% di Kunduz City è stata riconquistata dalle forze di sicurezza afghane, il restante 30% è ancora in mano ai talebani, con le istituzioni che garantiscono che la riconquista completa è solo questione di poco tempo.

Il nuovo leader dei talebani, il mullah Akhtar Muhammad Mansour, con la conquista di Kunduz, segna un ritorno dei talebani in grande stile sullo scenario non solo afghano.

Di fatto Kunduz segna un punto di svolta nella vicenda afghana, per la quale, fino a qualche mese fa –il 29 luglio era stata annunciata ufficialmente la morte del leader storico, il mullah Mohammad Omar– si parlava di ‘rischio’ per il processo di pace, e oggi i talebani sono tornati protagonisti militari, per di più su di un terreno, quello del Nord del Paese, che non è tradizionalmente talebano; Kunduz è la prova di quanto i piani americani di uscita dal Paese siano infondati rispetto alla situazione reale sul terreno, un test, evidentemente il cui risultato è fallimentare, della validità dell’azione di formazione degli americani sulle Forze Armate afghane. Gli Usa hanno speso miliardi di dollari all’estero per campagne di addestramento militari a sostegno delle forze di sicurezza che alla fine si sono rivelate ‘fallimentari’, ha scritto ieri ‘The New York Times’ riferendosi anche a Iraq e Siria e Afghanistan. Soprattutto, Kunduz è la prova che il problema, più ancora che militare, è politico, ovvero è la dimostrazione, secondo i principali analisti, che all’interno del Governo afghano le cose non funzionano. Tra le cause, la corruzione, particolarmente pesante anche all’interno delle Forze Armate.

Si tratta ora di vedere cosa Mansourpersonaggio complesso, attorno al quale si agitano molti interessi, non ultimi quelli del Pakistanvorrà fare del futuro dell’Afghanistan, se vorrà utilizzare politicamente Kunduz nei colloqui di pace, quale ruolo politico vorrà ritagliare per i talebani nell’Afghanistan di domani.

Il ruolo del Pakistan è tutt’altro che trascurabile. I talebani si è abituati a pensarli che combattono in Afghanistan, ma in realtà si è sviluppato un loro ramo pachistano, il Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP). Esso da una parte sostiene logisticamente i taliban afgani, dando loro delle basi in cui dormire, riposarsi e addestrarsi; dall’altra colpisce il Governo pachistano che ritiene corrotto, poco musulmano, aperto all’Occidente, tentando gradualmente di prendere il potere con attacchi così spettacolari da essere diffusi dai media locali e stranieri, al fine di mostrare quanto sia debole il suo obiettivo. Adesso, il TTP si è spaccato in due. Prima era alleato con Al Qaeda e con i taliban pachistani, ma nell’autunno scorso il portavoce del TTP ha annunciato di essersi alleato con lo Stato Islamico, l’ISIS. Immediata è arrivata la smentita del capo del TTP, con esclusione del portavoce dal gruppo. In seguito, altri sei comandanti del TTP hanno confermato la loro alleanza con l’ISIS. Dunque, metà TTP è rimasto con Al Qaeda e i Taliban, e l’altra metà è passata con l’ISIS.

Il ruolo dell’ISIS in Afghanistan -ma anche in Pakistan-, anche in riferimento a questo nuovo protagonismo dei talebani, non è da sottovalutare.
L’ISIS ha sfruttato un vuoto lasciato da Al Qaeda nell’area del subcontinente indiano, avviando una propaganda tra le comunità musulmane dell’India, e in Pakistan. Si è mosso sul web, ma anche fra sostenitori locali che avevano avuto esperienza operativa in Syraq (Siria e Iraq). Indiani e pachistani che avevano combattuto in Syraq sono stati rispediti nei loro Paesi per formare gruppi d’opposizione che si dichiarino fedeli all’ISIS. Stessa cosa è accaduta in Libia e in Tunisia, ma in India e Pakistan sono anche comparsi i primi gadget, magliette, spille, adesivi, scritte, murales. Ciò ha fatto drizzare le antenne delle intelligence locali, ma ha anche spinto Al Qaeda, che è in competizione con l’ISIS, a fondare una nuova ala operativa specifica per il subcontinente indiano (AQIS). Lo aveva annunciato Al Zawahiri lo scorso ottobre. Ora la competizione si è spostata sul campo di battaglia, attraverso un numero di attacchi spettacolari che ottengano l’attenzione mediatica per imporre il proprio ‘brand’. Se in India ci si è limitati per ora alla competizione mediatica, in Pakistan il TTP, che ha giurato fedeltà all’ISIS, ha condotto operazioni militari. Alla fine del 2014 il mullah Rauf Khadim -mujaheddin di epoca sovietica e poi comandante dei Taliban- che era stato rilasciato da Guantanamo, ha creato un gruppo di una quarantina di uomini che da bianco è divenuto nero. Da fonti indirette pare, però, che i Taliban lo abbiano giustiziato. Non è ancora possibile sostenere, secondo i più attenti analisti, che l’ISIS abbia delle truppe in Afghanistan, certo è che è un elemento che sullo scenario pesa. Non è da escludere l’ulteriore elemento di complicazione rappresentato dal rischio di scissione e di ulteriore divisione del fronte insurrezionale taliban dell’Emirato islamico  -principale gruppo insurrezionale-, e della componente taliban autonoma.

NATO e Stati Uniti, se non vorranno creare le condizioni per una rinascita dei talebani e perché lo Stato Islamico si estenda fino a Kabul dovranno restare sul terreno, probabilmente con azioni volte a creare una sorta di pace precaria, equilibrio, per quanto instabile, tra la forza-non- forza del Governo e l’attivismo dei talebani.

 

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