martedì, Settembre 28

Afghanistan, danni limitati per Biden? Le variabili in gioco sono molte e molta è l’incertezza che le circonda. Anche per questo, sembra prematuro anticipare ricadute negative sul futuro dell’amministrazione

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Dal momento del suo annuncio, la comunità internazionale ha rivolto pesanti critiche alla decisione dell’amministrazione Biden di procedere al ritiro di tutte le truppe USA dall’Afghanistan. Il rapido collasso del governo di Kabul ha offerto, a queste critiche, nuovo alimento. La scelta di Washington è stata presentata come l’ennesimo segnale di debolezza e paragonata all’evacuazione di Saigon del 1975, dopo l’entrata delle truppe nordvietnamite in città. È stato sostenuto come, con il ritorno dei Talebani al potere, gli sforzi politici, economici e militari degli ultimi vent’anni siano stati, di fatto, vanificati, come ciò impatterà sulla vita della popolazione (soprattutto delle donne) e come l’Afghanistan rischi di tornare ad essere uno dei ‘safehaven’ del jihadismo internazionale. Riguardo agli equilibri regionali, è stato sostenuto come il vuoto di potere aperto dalla fine della presenza occidentale sia destinato ad essere riempito dalla Cina, dalla Russia e almeno in parte dall’Iran; uno sviluppo, a sua volta, destinato ad accelerare il declino degli Stati Uniti sulla scena globale e ad accrescere la sfiducia degli alleati verso un’amministrazione apparentemente incapace di onorare i suoi impegni.

Critiche simili non sono mancate anche negli Stati Uniti. In Congresso, esse sono giunte – seppure con intonazioni differenti – sia dal fronte repubblicano sia da quello democratico. L’ex Presidente Trump ha parlato del ritiro dall’Afghanistan come della “più grande umiliazione della politica estera americana”, mentre i congressmen democratici hanno chiesto impegni precisi a favore di quanti, negli scorsi anni, hanno collaborato con le forze occidentali e che ora si troverebbero esposti alla ritorsione delle nuove autorità. Esponenti di varie commissioni (primo fra tutti, il Presidente della potente Commissione affari esteri del Senato, il democratico Bob Menendez) hanno, inoltre, annunciato l’intenzione di avviare inchieste per capire le cause del fallimento afgano e del collasso istituzionale che ha preceduta la caduta di Kabul. Nonostante questo, la posizione della Casa Bianca non si è staccata dalle linee espresse dal Presidente Biden nella conferenza stampa del 14 luglio e riprese da vari esponenti dell’amministrazione; una posizione apparentemente perdente se – come emerso da sondaggio MorningConsult/Politicoquasi la metà degli intervistati, davanti al rischio (poi concretizzatosi) di un ritorno dei Talebani al potere, si è detta contraria al ritiro delle forze statunitensi.

Tuttavia, quanto costerà davvero, questa scelta in termini politici? Con l’attenzione dei media rivolta a Kabul, è facile pensare che il Presidente finirà per pagare un prezzo elevato. Il paragone con il Vietnam sembra sostenere questa ipotesi. Si tratta, però, di un paragone falsante. Sulla rielezione di Gerald Ford, nel 1976, hanno influito molto meno i fatti di Saigon che la difficile situazione economica e la crisi di fiducia seguita alla vicenda ‘Watergate; inoltre, la sensibilità dell’opinione pubblica dell’epoca sul tema del Vietnam era ben maggiore rispetto a quella dell’attuale sul tema dell’Afghanistan. Significativamente, ancora a luglio, un sondaggio del Chicago Council on Global Affairs indicava i favorevoli al ritiro USA dall’Afghanistan nell’ordine del 70% e in questi stessi giorni vari sondaggi – pure evidenziando riserve sul modo in cui la Casa Bianca sta gestendo la situazione – continuano a confermare l’impopolarità della guerra in Afghanistan e il favore nei confronti del disimpegno. Altrettanto significativamente, questa impopolarità e voglia di disimpegno sembrano essere diffuse sia fra l’elettorato democratico sia fra quello repubblicano, seppure con percentuali diverse.

Anche in ambito internazionale, la soddisfazione per la fine dell’impegno in Afghanistan sembra destinata, alla fine, a prevalere sulle tensioni di questi giorni. Nelle scorse settimane, alcuni membri della NATO hanno già annunciato la volontà di ‘passare all’incasso’ la ‘cambiale’ maturata con la partecipazione alle missioni nel Paese asiatico, chiedendo a Bruxelles un maggiore impegno per la loro sicurezza: una richiesta che rischia di avere ricadute importanti sulla distribuzione del potere dentro l’Alleanza. Molto dipenderà anche da quanto gli effetti della (ri)nascita dell’emirato talebano si faranno sentire a livello globale, soprattutto da quanto il Paese tornerà ad essere visto come una sorta di ‘Stato pària’. Sinora, salvo qualche eccezione, gli attori regionali sembrano avere assunto un atteggiamento sostanzialmente cauto. La stessa portata delle presunte ‘avances’ di Cina e Russia al nuovo governo di Kabul deve ancora essere testata. Le variabili in gioco sono, quindi, molte e molta è l’incertezza che le circonda. Anche per questo, sembra prematuro anticipare ricadute negative sul futuro dell’amministrazione da una vicenda che – al di là della sua gravità ‘locale’ sembra avere, agli occhi dell’opinione pubblica statunitense e di parte dei Paesi alleati, un peso, tutto sommato, limitato.

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