venerdì, Ottobre 15

Afghanistan, dalla Missione ISAF alla Resolute Support: instabilità permanente In attesa dei risultati preliminari delle votazioni, previsti per il 10 novembre, un quadro della situazione

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Con l’attentato delle Torri Gemelle del 201l l’Occidente si è trovato a fronteggiare una nuova e concreta minaccia. Come non mai è stato violato il territorio statunitense in un modo del tutto inaspettato e crudele, causando la morte di migliaia di persone. La risposta, a tutto questo, da parte degli Stati Uniti è stata quella di iniziare una battaglia contro il terrorismo, a cominciare da un intervento militare in Afghanistan.

A partire dall’ottobre del 2001 è stata implementata l’invasione dei territori sotto il controllo dei talebani da parte dei gruppi afghani dell’Alleanza del Nord con il supporto da parte della NATO e degli Stati Uniti. Dopo la conquista di Kabul, le forze occidentali hanno consolidato la loro presenza sul territorio afghano per collaborare, a stretto contatto, con le nuove istituzioni afghane grazie all’avvio dell’Operazione Enduring Freedom’.

Con il trascorrere del tempo, fino all’ottobre 2006, la Forza Internazionale di assistenza per la Sicurezza (ISAF), sotto il controllo della NATO, ha iniziato a rimpiazzare le Forze statunitensi, a completamento dell’Operazione ‘Enduring Freedom’. Tale missione NATO, autorizzata dall’ONU, ha iniziato ad essere operativa a partire dal dicembre del 2001, in principio è stata costituita da una forza multinazionale con compiti di protezione nei confronti del Governo afghano e di addestramento con lo scopo di contrastare i talebani. Inizialmente, tale forza si è trovata ad operare per la sorveglianza di Kabul e della base aerea di Bagram, a partire dall’ottobre del 2003 il mandato è stato esteso a tutta l’Afghanistan.

Le elezioni del 2004 hanno visto il successo di Hamid Karzai, il candidato sostenuto dagli Stati Uniti. Il suo primo mandato si è dimostrato cauto rispetto alle aspettative iniziali. Nel 2004 si è opposto ad un suggerimento statunitense di bloccare la produzione di oppio per mezzo dell’utilizzo di erbicidi, al fine di togliere una importante fonte di finanziamento ai talebani. Nelle elezioni del 2009, sebbene dubbi su brogli elettorali, è stato riconfermato Karzai. Nonostante il graduale sviluppo delle Forze Armate afghane e la continua presenza delle Forze ISAF, la coalizione non è riuscita a mantenere il controllo del territorio.

Questi importanti problemi interni sono dovuti, in modo determinante, alla divisione della popolazione in gruppi etnici. L’Afghanistan ne conta nove: pashtun, hazara, uzbeki, tagiki, turkmeni, baluci, kirghizi, aimaq e nur. L’etnia principale è quella dei pashtun, i quali occupano i punti chiave della società, sono originari del Pakistan e sono a maggioranza sunnita. L’altro importante gruppo è costituito dai tagiki a maggioranza sciita, sono i più importanti oppositori dei talebani. Gli hazara sono sopravvissuti alla persecuzione dei talebani. I turkmeni e i kirghizi sono nomadi e sunniti; dopo la guerra con la Russia degli anni ’80 si sono rifugiati in Pakistan. Gli uzbeki derivano dal ceppo turco. I baluci sono nomadi. Gli aimaq sono pastori e contadini.

Il Vertice NATO del novembre 2010 ha fatto iniziare il processo di transizione tra le Forze ISAF e quelle afghane, con lo scopo di favorire il ritiro delle truppe NATO entro la fine del 2014. Tale avvicendamento non è avvenuto in modo definitivo, in quanto un numero ridotto di Forze Internazionali è transitato nell’Operazione ‘Resolute Support’. Lo scopo di tale missione è quello coadiuvare le forze armate afghane nel loro sviluppo e consolidamento. Nel complesso, tale operazione ha otto funzioni da garantire, tra cui la lotta alla corruzione, il reclutamento delle Forze Armate, il loro addestramento e la fornitura del materiale in dotazione ai militari afghani. In base agli sforzi concretizzati fino ad oggi si sarebbe potuto ottenere molti più risultati, se non ci fosse stata la forte corruzione che ha caratterizzato i governi succeduti a partire dal 2004.

Analizzando la situazione afghana degli ultimissimi anni, non si può che valutare preoccupante. All’inizio del 2018 Kabul è stata oggetto di attentati per mezzo di autobombe e di attacchi coordinati che hanno causato un gran numero di morti. Tali attività terroristiche sono attribuibili sia ai talebani che allo Stato Islamico. Due attentati del gennaio 2018 sono stati compiuti ad opera dei talebani; nello specifico, il primo atto terroristico ha visto l’operato di miliziani che hanno attaccato per molte ore l’Intercontinental Grand Hotel di Kabul, nel quale hanno perso la vita oltre venti persone; il secondo attentato è stato effettuato attraverso l’esplosione di un’ambulanza ubicata in una zona molto popolata, costando la vita ad un centinaio di persone. Uno scopo molto importante di questo genere di attività, soprattutto in Kabul, è quello di sfruttare la presenza mediatica garantita dall’intervento dei giornalisti occidentali. Comunque, l’obiettivo primario è quello di mettere in discussione la stabilità istituzionale del Presidente afghano Ashraf Ghani, appoggiato dagli Stati Uniti. La logica di un simile operato è quella di compiere attentati continui per indebolire le già precarie istituzioni afghane, cercando di scoraggiare, al tempo stesso, la coalizione internazionale nel consolidare l’apporto militare che sta fornendo. Ad indebolire, ulteriormente, una condizione così instabile contribuisce la presenza dello Stato Islamico, che nello stesso periodo ha rivendicato ulteriori due attentati, il primo contro una sede di Save the Children, e il secondo contro una scuola militare a Kabul. Naturalmente lo Stato Islamico ha un’elevata possibilità di portare a compimento atti terroristici in un ambiente carente di istituzioni forti e stabili come sono nel territorio afghano.

Un’ulteriore conferma dell’instabilità ci è stata fornita dagli accadimenti a cornice delle attuali elezioni afghane per il rinnovo del Parlamento. Le votazioni si sono svolte nella seconda metà di ottobre 2018, dopo tre anni di rinvii legati a problemi di sicurezza e al tipo di sistema elettorale utilizzato in un ambito legato a continue incertezze, potenziali brogli elettorali e atti terroristici. La testimonianza più importante di questa delicata situazione ci è stata data dall’attentato di Kandahar, rivendicato dai talebani, durante un incontro al quale è stato presente il Comandante NATO in Afghanistan, Generale Scott Miller, obiettivo primario ma rimasto illeso; in tale contesto,  hanno perso la vita il Generale Abdul Raziq (Capo della Polizia regionale), Mumin Hasan Khel (Capo dell’Intelligence), il Governatore di Kandahar, Aziz Ahmad (Capo del Dipartimento Risorse Umane) e un cameraman dell’emittente presso la quale è stato pianificato lo svolgimento dell’incontro. L’atto è stato rivendicato ufficialmente dai talebani, per mezzo del loro portavoce Qari Yousuf Ahmad, il quale ha ammesso di aver mancato l’obiettivo più importante, ma che al tempo sono stati capaci eliminare l’intera classe dirigente locale. Questo è stato solo uno dei primi atti che hanno avuto un seguito, anche, durante i giorni elettorali.

I risultati preliminari delle votazioni saranno resi noti il 10 novembre. Il clima che sta continuando a permanere è sempre all’insegna dell’instabilità. Ma un’importante svolta per questo Paese non dipenderà tanto da chi sarà eletto, quanto dall’azione delle Forze Internazionali presenti e da un potenziale accordo con i talebani e i più importanti gruppi presenti.

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