martedì, Settembre 28

Afghanistan: ciò che accomuna Kabul e Saigon Lo stesso drammatico copione. Un aspetto che accomuna i due casi sono le motivazioni alla base di una strenua ed impari resistenza è l’ideologia alla radice delle motivazioni che non avevano gli aggressori: da una parte l’ideologia comunista assunta come religione e dall’altra la religione stessa del popolo afgano

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La drammatica situazione a Kabul, con il ritiro degli americani dopo quasi 20 anni di occupazione, ci porta indietro nel tempo ad una similare e drammatica vicenda legata alla guerra del Vietnam, quando, nell’aprile del 1975, gli Usa abbandonarono al suo destino già scritto il Vietnam del Sud.

Anche allora la lunga occupazione militare finì in una corsa alla fuga con tutti i mezzi aerei possibili. Allora c’erano i vietcong, ora ci sono i talebani, ma il copione della tragedia nei due casi è lo stesso. La caduta di Saigon o liberazione di Saigon fu la battaglia finale della guerra del Vietnam, diede il via alla riunificazione del Vietnam in un unico Stato socialista guidato dal Partito comunista del Vietnam.

La caduta della capitale del Vietnam del Sud, Saigon, avvenne il 30 aprile 1975 quando le truppe del Vietnam del nord e dei Vietcong superarono le ultime, deboli resistenze. Gli Usa cominciarono ad evacuare dalla città gli americani ed i loro alleati con gli elicotteri militari. Nel pomeriggio del giorno successivo, truppe corazzate nord vietnamite avevano occupato i punti più importanti all’interno della città senza incontrare particolari resistenze ed innalzavano la loro bandiera sul palazzo presidenziale sud-vietnamita. Il governo del Vietnam del Sud si arrese poco dopo. La città fu subito ribattezzata la città di Ho Chi Minh in onore del capo storico.
La caduta della città era stata preceduta dall’evacuazione di quasi tutto il personale civile e militare americano a Saigon, insieme a decine di migliaia di civili vietnamiti del Sud. L’evacuazione era culminata nell’operazione denominata Operation Frequent Wind, la più grande evacuazione della storia attuata per mezzo di elicotteri. Oltre alla fuga dei rifugiati, la fine della guerra e l’istituzione di nuove regole da parte del governo contribuirono poi ad un calo della popolazione della città..

A distanza di 46 anni la storia si ripete a Kabul, la cui conquista da parte dei talebani rappresenta la fine disperata e disperante di un progetto più dichiarato che realizzato come quello di portare la democrazia in quei Paesi dove una religione millenaria incardinava il Paese. Il fallimentodell’operazione successiva al dramma delle torri gemelle di modificare uno Stato che aveva portato alla sconfitta tutti gli eserciti che avevano cercato di sottometterlo, è stato determinato dalla Storia e dalla mancanza di cultura, una memoria cancellata dalla supponenza militare che metteva a terra tutta la sua potenza contro un popolo con pochi mezzi di sussistenza.
Di fatto un confronto impari come era stato quello del Vietnam, dove le principali vie di difesa dei vietcong erano i cunicoli sotterranei ed una disperata volontà di resistenza, ed in Afganistan le invincibili caverne dei loro impraticabili monti. Un aspetto che accomuna i due casi sono le motivazioni alla base di una strenua ed impari resistenza è l’ideologia alla base delle motivazioni che non avevano gli aggressori: da una parte l’ideologia comunistaassunta come religione e dall’altra la religione stessa del popolo afgano, che hanno dato quella spiritualità senza cui nessun popolo può sopravvivere e che gli occupanti non avevano.

Il dramma dell’Afganistan non è solo un’altra sconfitta della politica estera americana, fatta più con la forza militare che con una cultura della storia che passa da altre vie e pone sentieri e percorsi diversi. E’ in senso più ampio una rovinosa caduta della cultura occidentale che seguendo gli Usa senza un dibattimento interno tra le forze occupanti ha finito per fare perdere tutti.

Adesso il dramma dell’Afghanistan, unitamente a quello del Medio Oriente, rappresenta un vero banco di prova a livello globale, e bene ha fatto Mario Draghi a proporre un incontro del G20, perché ad un mondo complesso non si possono più dare risposte muscolari senza attivare la coscienza e la cultura storica.

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Sull'autore

Fabrizio Pezzani è professore ordinario di Economia Aziendale presso l’Università L.Bocconi di Milano e distinguished professor presso la SDA Bocconi School of Management. Ha insegnato nelle Università di Parma, di Trento e di Brescia; è membro del comitato scientifico della Fondazione 'Centesimus Annus pro Pontifice' e di svariati Editorial Board di riviste internazionali di economia; è stato fino al 24 febbraio 2013 presidente del collegio dei revisori di Milano. E’ autore di contributi importanti sia a livello nazionale che internazionale sui temi dell’economia aziendale italiana fondata sulla realizzazione del bene comune, la sua lettura è ampia ed estesa ad altre scienze sociali. L’economia, in questa visione, è e rimane una scienza sociale e non una scienza esatta come oggi viene intesa.

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