domenica, Maggio 9

Afghanistan: cambia poco, ma Trump sembra far sul serio

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Punto primo, cambio di approccio concettuale: datemporalea uno basato sullecondizioni‘. In effetti il contrario di ciò che fece Obama, dichiarando con due anni di anticipo (anche agli stessi talebani) la data del ritiro, indipendentemente dai risultati ottenuti  -è vero però, va detto, che Obama nel suo famoso discorso di West Point dichiarò contestualmente che avrebbe vinto la guerra (e Trump non ha mancato di rimarcarlo). Dunque, condizioni sul terreno e segretezza dei piani: mai dire quando e dove si attaccherà. Sembra essere semplice buon senso, sembra.

Punto secondo, il pilastro fondamentale della nuova strategia sarà l’integrazione di tutti gli strumenti del potere americano: diplomatico, economico e militare   -quello che in ambito accademico è da tempo comunemente noto come ‘DIME: Diplomacy, Information, Military, Economic’. Una volta (tra il 2009 e il 2012) si sarebbe chiamato ‘comprehensive approach‘, oggi non è più così.
Bene allora la confermata disponibilità ad un power-sharing con i talebani, sebbene non si sappia come e se questi decideranno di sedersi al tavolo delle trattative o se aspetteranno la conclusione della (ennesima) strategia di successo statunitense. In ogni caso, nell’attesa, gli Stati Uniti continueranno a combattere i talebani (e tutti gli altri) sul campo di battaglia.

Talebani che nel frattempo, evidenziando a loro volta quanto poco innovativa sia la nuova strategia di Trump, rispondono (con poca fantasia) che l’Afghanistan diventerà un cimitero anche per i nuovi soldati. Ma al di là delle parole è facile immaginare che la posizione statunitense possa avere un’influenza indiretta su un processo negoziale che, sebbene sul piano formale pare essere inconcludente, su quello sostanziale vede crescere la componente insurrezionale disponibile a un accordo tra le parti: in sostanza un riconoscimento di quanto i talebani già detengono sul piano sostanziale.

Ma una cosa su tutte si impone nella nuova direzione data da Trump all’impegno in Afghanistan: la rinuncia al ruolo di nation-builder. D’ora in poi lo Stato afghano farà a meno del supporto statunitense che si limiterà ad ‘uccidere i terroristi’. Si vedrà cosa ciò significhi, tenuto conto delle sostanzialmente due uniche voci nel PIL dell’Afghanistan: ‘aiuti esteri’ e ‘narcotraffico’: è facile intuire dove ciò porterà, ma è anche opportuno chiedersi come ciò potrà essere compatibile con il pilastro numero due.

Il terzo pilastro fondamentale della strategia di Trump è il cambio di approccio con il Pakistan che, d’ora in poi, deve cessare immediatamente ogni tipo di supporto ai talebani e agli altri gruppi terroristi, pena la cessazione della collaborazione con gli Stati Uniti. A non aiutare nei buoni rapporti con il Pakistan potrebbero, però, contribuire le relazioni privilegiate degli Stati Uniti con l’India, principale partner economico e per la sicurezza dell’Asia meridionale, a cui Trump chiede di essere maggiormente presente in Afghanistan. Opzione questa, eufemisticamente parlando, poco apprezzabile da parte del Pakistan, che da sempre tenta di contrastare qualunque iniziativa indiana in quello che considera il proprio retroterra strategico nel confronto con la stessa India.

Infine, il pilastro fondamentale sul piano operativo: gli strumenti militari e le regole di ingaggio essenziali alla nuova strategia. In primo luogo -finalmente direbbero i militari- maggiore autonomia ai vertici di comando sul terreno: dunque uno stop a quel ‘micro-approccio’ diretto da Washington che tanto ha rallentato e limitato la condotta delle precedenti operazioni, e via all’iniziativa dei comandanti impegnati sul campo di battaglia, al fronte, che devono poter operare con ampia autonomia e un obiettivo chiaro e definito. Dunque l’autorità per le questioni operative passa  -embra un’ovvietà, ma Obama ci ha abituati a questo- ai militari. Militari che, voltando pagina rispetto al passato, avranno un impiego sempre meno convenzionale e sempre più basato su forze per operazioni speciali e droni, azioni puntiformi e rapide, anziché unità di manovra forti ma lente sul terreno, eliminazione dei vertici avversari anziché distruzione dei capisaldi di resistenza. Questo è un cambi di approccio sostanziale, per quanto in linea con l’ultima fase della strategia Obama.

Insomma, Trump fa sul serio e sembra davvero intenzionato a vincere una guerra con 12.500 uomini, numeri non confermati, laddove Obama, con un’eccessiva cautela dettata da ragioni di opportunità politica, ha fallito con oltre 100mila unità. Ma, come abbiamo visto, i numeri non equivalgono alla tipologia di truppe, che saranno molto diverse rispetto al passato.

Questo per quanto riguarda la guerra combattuta. Resta poi il sostegno alle forze di sicurezza afghane, addestrate e sostenute da una NATO impegnata in Afghanistan con l’operazione ‘Resolute Support’, una missione di tipo ‘train, assist, advise’. La NATO, e tra i suoi partner anche l’Italia, sarà chiamata a contribuire con un aumento dei contingenti nazionali allo sforzo voluto da Trump. L’Amministrazione statunitense sarà in grado di ottenere più soldati da un’Alleanza Atlantica i cui membri sembrano essere sempre più stanchi? É molto probabile.

E l’Afghanistan in tutto questo? «Gli afghani garantiranno la sicurezza e costruiranno il loro Paese e ne definiranno il futuro». In altre parole, lo Stato afghano è chiamato a rimboccarsi le maniche, poiché lo strumento militare statunitense si impegnerà a fare la guerra a tempo determinato, non a ‘costruirne la democrazia’ o a ‘modificarne o influenzarne usi e modi di vivere’.

Ora l’Amministrazione americana dichiara di voler vedere dei risultati concreti. Approccio certamente apprezzabile, benché ottimista, ma intanto il Presidente Ashraf Ghani ha annunciato di voler raddoppiare il numero di forze speciali, a conferma di una policy militare orientata a colpire obiettivi puntiformi con operazioni mirate anziché manovrare grandi unità convenzionali sul terreno. È questo un adattamento, certamente opportuno, all’evoluzione del conflitto asimmetrico e una presa d’atto dell’incapacità delle forze di sicurezza afghane di poter contrastare, da un lato, l’espansione del fronte insurrezionale di cui fanno parte anche i talebani e, dall’altro, di opporsi al crescente fenomeno di jihad globale introdotto dall’ISIS in Afghanistan.

Parafrasando l’ottimo Ben Kingsley, l’Hamid Karzai del film ‘The war machine‘: «la nuova strategia assomiglia molto a quella vecchia». Ma qualche elemento innovativo si impone, a partire dall’approccio deciso del Presidente Donald J. Trump, che non è poca cosa.

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