sabato, Settembre 18

Afghanistan: armi, l’ultimo ‘regalo’ USA ai talebani Aerei, elicotteri, veicoli corazzati, fucili, armi leggere, visori biometrici: gli studenti coranici si sono impadroniti dell’arsenale dell’esercito afghano sovvenzionato dagli Stati Uniti che potrebbe essere usato contro i civili, ma anche contro la resistenza, oppure addirittura rivenduto a gruppi terroristici o a Paesi terzi

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In Afghanistan, oltre al danno (d’immagine e non solo, autoinflitto), si aggiunge anche la beffa per gli Stati Uniti: caduta Kabul senza alcuna resistenza da parte dell’esercito governativo, un intero arsenale moderno composto da armi, mezzi, velivoli – che gli americani avevano fornito alle forze di sicurezza – è finito nelle mani dei Talebani, che però non hanno la necessaria preparazione. Ad ammetterlo è stato l’advisor per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, che ormai rappresenta l’amministrazione Biden in questa crisi. 

«Non è chiaro esattamente quante e quali armi siano cadute nelle mani dei talebani, ma l’amministrazione Biden ha già riconosciuto che si tratta di una discreta quantità», ha riconosciuto Sullivan, in risposta alle dure critiche in patria e all’estero per il ritiro delle truppe USA. I repubblicani non hanno perso tempo per attaccare il Presidente Biden: “Grazie al ritiro fallito di Biden, i talebani sono oggi meglio equipaggiati di quanto non lo siano mai stati”, ha affermato la presidente nazionale repubblicana, Ronna McDaniel. 25 senatori repubblicani, guidati da Marco Rubio, hanno inviato una lettera al Segretario alla Difesa, Lloyd Austin, chiedendo un “rendiconto completo” dell’equipaggiamento militare statunitense ceduto alle forze afghane negli ultimi 12 mesi, di ciò che è stato sequestrato dai talebani e dei piani per recuperare o distruggere l’equipaggiamento.

Del resto, Biden lo aveva detto chiaramente: “Abbiamo fornito ai nostri partner afghani tutti gli strumenti – lasciatemi sottolineare: tutti gli strumenti”, difendendo la sua decisione di ritirare le forze americane e lasciare la lotta alla gente del posto che, però, ha sottolineato l’inquilino della Casa Bianca, “non hanno voluto combattere”.

Sebbene le quantità non siano chiare, non è raro trovare in rete foto e video che ritraggono gli studenti coranici armati di carabine M4 con moderni collimatori Acog e fucili M16 (in luogo dei fucili d’assalto russi AK-47s adoperati per l’avanzata nel territorio nazionale), oppure con in braccio mitragliatrici M240 e M249, mitragliatrici pesanti M2, carabine di precisione M24 con ottica, sistemi di visione notturna o addirittura mentre issano la bandiera dell’Emirato Islamico su veicoli militari da ricognizione dell’esercito americano, noti come Humvee oppure, come mostrano le immagini scattate a Mazar-i-Sharif nel fine settimana, su elicotteri Black Hawk e aerei d’attacco brasiliani Embreaer A-29 Super Tucano, elicotteri Md-530.

Nel suo libro, “The Afghanistan Papers”, il giornalista Craig Whitlock ha scritto che gli istruttori statunitensi hanno cercato di imporre i metodi occidentali alle reclute afghane e hanno riflettuto poco sul fatto che i dollari dei contribuenti statunitensi stessero investendo in un esercito veramente vitale.

“Dato che la strategia di guerra degli Stati Uniti dipendeva dalle prestazioni dell’esercito afghano, tuttavia, il Pentagono ha prestato sorprendentemente poca attenzione alla domanda se gli afghani fossero disposti a morire per il loro governo”, ha scritto.

La ritirata frettolosa e senza resistenza ha dunque lasciato ‘chiavi in mano’ ai talebani una dote di armamenti non indifferente. Innanzitutto perché i Taliban si sono impossessati di ben 11 basi e complessi militari che erano stati consegnati ai primi di giugno all’ANDSF e che includono: New Antonik, aeroporto di Kandahar, Camp Morehead, New Kabul Complex, Blockhouse, Camp Stevenson, Camp Dwyer, Camp Lincoln (Camp Marmal), Camp Arena, Bagram airfield e il quartier generale di Resolute Support (RSHQ).

Negli ultimi tre mesi, da aprile a luglio 2021, gli Stati Uniti hanno consegnato alle forze di difesa e sicurezza nazionale afghane (ANDSF) sei aerei da attacco leggero A-29, 174 veicoli a ruote multiuso ad alta mobilità (Humvees) , circa 10.000 razzi ad alto potenziale esplosivo da 2,75 pollici, 61.000 proiettili esplosivi da 40 mm, 9.000.000 proiettili di munizioni calibro 0,50 e 20.15.600 proiettili da 7,62 mm.

Dei circa 145 miliardi di dollari spesi dal governo degli Stati Uniti nel tentativo di ricostruire l’Afghanistan, circa 88 miliardi di dollari sono andati allo sviluppo e al sostegno del suo esercito e delle sue forze di polizia, secondo l’Ufficio dell’ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR), un cane da guardia creato dal Congresso che ha ha monitorato la guerra dal 2008. I 145 miliardi di dollari si aggiungono agli 837 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti per combattere la guerra, iniziata con un’invasione nell’ottobre 2001. Se anche si considerano solo gli 83 miliardi di dollari investiti nelle forze afgane in 20 anni, bisogna pensare che solo questo ammontare è pari a quasi il doppio del budget dell’anno scorso per l’intero Corpo dei Marines degli Stati Uniti.

Il SIGAR, nel suo rapporto del luglio 2021, ha affermato che sono stati spesi più di 83 miliardi di dollari per la sicurezza dell’Afghanistan. Ciò rappresenta il 61 per cento di tutti i fondi statunitensi per la ricostruzione dell’Afghanistan dall’anno fiscale FY-2002. Dei quasi 3,1 miliardi di dollari stanziati per l’Afghanistan Security Forces Fund (ASFF) nell’esercizio 2020, oltre 2,4 miliardi di dollari erano stati obbligati e più di 2,1 miliardi di dollari erogati, al 30 giugno 2021. Circa 675,6 milioni di dollari dell’ASFF dell’esercizio 2021 erano stati obbligati e 247,4 milioni di dollari erogati, al 30 giugno 2021.

Al 30 giugno 2021, il governo degli Stati Uniti aveva stanziato o altrimenti reso disponibili circa 144,98 miliardi di dollari in fondi per la ricostruzione e le attività correlate in Afghanistan dall’esercizio 2002. Il finanziamento totale per la ricostruzione dell’Afghanistan è stato ripartito in: 88,61 miliardi di dollari per la sicurezza (compresi 4,60 miliardi di dollari per iniziative antidroga); 36,29 miliardi di dollari per governance e sviluppo (compresi 4,37 miliardi di dollari per iniziative antidroga); 4,18 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari; 15,91 miliardi di dollari per operazioni di agenzia ‘Risorse dell’aeronautica afgana’

Secondo un rapporto del Government Accountability Office del 2017, tra il 2003 e il 2016, gli States hanno trasferito alle forze afghane 75.898 veicoli, 599.690 armi leggere come fucili M-4 e M-16, 162.643 apparecchiature di comunicazione radio, 208 aerei e 16.191 mezzi di intelligence, sorveglianza e ricognizione come visori notturni. Il rapporto dell’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR) dello scorso anno, segnala che dal 2017 al 2019, tra le altre attrezzature fornite dagli Stati Uniti alle forze afghane, 7.035 mitragliatrici, 4.702 Humvee, 20.040 bombe a mano, 2.520 bombe e 1.394 lanciagranate. Al 30 giugno scorso, dell’inventario delle forze afghane facevano parte anche 211 aerei consegnati da Washington. 

L’Air Force afghana (AAF) gestisce tre tipi di elicotteri che includono 45 UH-60 Blackhawk, 50 MD-530 e 56 elicotteri Mi-17 oltre ai suoi caccia A-29 Super Tucano (23 in numero), velivoli da trasporto C-130 Hercules, aereo di servizio C-208 e aereo ad ala fissa AC-208. Al 30 giugno 2021, gli Stati Uniti avevano obbligato quasi $ 2,13 miliardi e hanno erogato circa $ 1,78 miliardi di ASFF stanziati dall’anno fiscale 2019 fino all’esercizio 2021 per costruire, addestrare, equipaggiare e sostenere l’AAF. L’AAF aveva 167 velivoli disponibili ed efficienti tra i 211 velivoli nel suo inventario totale. Sullivan ha tenuto a precisare che «quei Black Hawk non sono stati dati ai talebani. Sono stati dati alle forze di sicurezza nazionali afghane per potersi difendere su specifica richiesta del presidente Ghani, che è venuto allo Studio Ovale e ha chiesto, tra le altre cose, capacita’ aeree aggiuntive». Infatti, mentre le forze armate statunitensi si stavano ritirando dall’Afghanistan, il mese scorso Washington ha continuato a fornire aerei agli afghani, con piani per il trasferimento di 35 elicotteri Black Hawk e tre A-29. 

Stando ad una ricostruzione del ‘New York Times’, però, domenica notte tre velivoli dell’aeronautica afghana e due elicotteri che trasportavano in tutto 143 soldati sono atterrati in Tagikistan dopo aver ricevuto il permesso di ingresso nello spazio aereo dalle autorità del Paese. Almeno 46 di questi velivoli – di cui 22 aerei militari e 24 elicotteri – sarebbero ora in Uzbekistan, dopo che 585 soldati afghani li hanno usati per fuggire. La diplomazia uzbeka ha confermato il lunedì 16 agosto così come ha affermato che altri tre aerei d’attacco A-29 hanno chiesto il permesso di atterrare il 15 agosto e hanno ricevuto la scorta dei MiG-29 dell’aviazione di Tashkent, ma anche che uno dei MiG-29 e uno A-29 si sarebbero scontrati in volo, con i piloti di entrambi i velivoli che si sarebbero salvati eiettandosi. Affermazioni che, forse per paura da parte talebana, la diplomazia uzbeka ha ritrattato la sera stessa, sebbene ancora non sia chiaro che fine faranno quei velivoli.

Il Pentagono non ha ancora diffuso dati certi su quanti siano i velivoli caduti nelle mani talebane e quanti siano loro sfuggiti, tuttavia, se non preoccupano i quattro cargo C-130 che i talebani si sono assicurati in quanto possono percorrere enormi distanze con carichi elevati, ma sono molto grandi e lenti, a destare maggiore preoccupazione sono soprattutto i 23 aerei d’attacco A-29 Super Tucano: non è difficile trovare uomini in grado di pilotarli e l’azione di pilotaggio è stata notevolmente semplificata. Inoltre, l’azienda costruttrice a stelle e strisce, Sierra Nevada, li ha efficientati nell’attacco al suolo ravvicinato. Una vera ‘mano santa’ in un territorio difficile come quello afghano che si aggiunge ai 33 aerei da attacco al suolo basati sul modello civile Cessna Caravan perché semplici da armare e molto facili da pilotare. 

Il generale in pensione dell’esercito americano Joseph Votel, che ha supervisionato le operazioni militari statunitensi in Afghanistan come capo del comando centrale degli Stati Uniti dal 2016 al 2019, è convinto che la maggior parte dell’hardware di fascia alta catturato dai talebani, compreso quello aereo, non è dotato di tecnologia statunitense sensibile: “In alcuni casi, questi saranno più simili a trofei”. “Saranno solo a scopo di propaganda”, gli fa eco l’ex analista antiterrorismo della CIA, Aki Perritz.

In quest’ottica, i timori più importanti non sono legati ai mezzi di aria che – dato l’addestramento necessario per pilotare alcuni velivoli e data la manutenzione che nel breve termine potrebbe essere richiesta – potrebbero avere vita breve visto che persino l’esercito e l’aeronautica afghani non potrebbero mantenere i loro aerei senza ricorrere ad appaltatori stranieri, quasi esclusivamente americani, per manutenerli. E questo, però, vale anche per i C-130 che, come i Black Hawk, hanno “requisiti di manutenzione abbastanza sofisticati”. Al contrario, se i talebani riuscissero a trovare qualcuno che sa qualcosa sui motori degli aeroplani, probabilmente potrebbero far volare gli A-29.

“Non è qualcosa che puoi fare in una settimana o un mese”, afferma Bradley Bowman, un ex pilota di Black Hawk nell’esercito che è attualmente il direttore senior del Center on Military and Political Power presso la Foundation for Defense of Democracies. “Qualcuno potrebbe entrare, magari trovare alcuni manuali operativi e capire come avviare il motore, far girare i rotori e alzarlo in aria. Ma probabilmente sarebbero più pericolosi per se stessi che per chiunque altro a quel punto. Non credo che questo sia un problema insormontabile per i talebani e i loro partner di al-Qaeda”. Sui Black Hawk e sugli A-29, ad esempio, “presumibilmente ci sono avionica, apparecchiature di comunicazione, altre cose su quegli aerei che potrebbero vendere”.

Ad allarmare sono piuttosto quegli elementi dell’arsenale più facili da utilizzare, le centinaia di mezzi terrestri Humvee ed altri veicoli terrestri blindati che, capaci di resistere anche a grandi esplosioni, potrebbero essere un valido aiuto per gli studenti coranici. L’attuale valutazione dell’intelligence è che si ritiene che i talebani controllino più di 2.000 veicoli corazzati, inclusi gli Humvee del valore stimato di 308.000 dollari ciascuno, M1117 Guardians, MaxxPro MRAP, Oshkosh ATV e altri veicoli militari utilizzati per navigare sul terreno accidentato del Paese. ‘Forbes’ ha riferito inoltre che nel solo mese di giugno i talebani hanno catturato 700 camion e Humvee delle forze di sicurezza afghane, nonché dozzine di veicoli corazzati e sistemi di artiglieria. Per veicoli come gli Humvee corazzati, noti come MRAPS, “ne hanno catturati così tanti che potrebbero cannibalizzare quelli che hanno come pezzi di ricambio per far funzionare gli altri”,

 “La capacità di operare di notte è un vero punto di svolta”, avrebbe affermato un assistente del Congresso americano visto che, come raccontato da ‘The Intercept’, gli studenti coranici sarebbero entrati in possesso anche di visori notturni dispositivi portatili biometrici militari statunitensi, i cosiddetti Handheld Interagency Identity Detection Equipment (HIIDE), che potrebbero facilitarli nel processo di identificazione degli afghani che hanno assistito le forze della coalizione internazionale. Questo perché gli HIIDE – come vennero presentati nel 2007 dall’U.S. Army’s Biometrics Task Force – detengono dati biometrici identificativi come scansioni dell’iride, impronte digitali, informazioni biografiche e, grazie ad essi, si può accedere a grandi database centralizzati così da permettere ad istituzioni e governi di verificare l’identità dei cittadini.

L’esercito americano – annota ‘The Intercept’ – ha fatto ricorso a questi dispositivi nella guerra globale al terrorismo e, proprio mediante la biometria, è riuscito ad identificare Osama bin Laden durante il raid del 2011 nel suo nascondiglio pakistano. Non è ancora chiaro quanto dei database è stato acquisito dai talebani, ma se si considera che – secondo quanto affermano alcuni retroscena – il Pentagono aveva l’obiettivo di raccogliere dati biometrici sull’80% della popolazione afghana per individuare potenziali terroristi e criminali, lo sconcerto viene naturale così come viene al pensiero che tra il bottino finito nelle mani talebane ci siano anche tute antiproiettile, apparecchiature di comunicazione, lanciagranate a spalla e persino droni militari: armi piccole che, a differenza delle altre sopra citate, non abbisognano di molta abilità o addestramento per essere usate. E questo tieni molti, soprattutto tra gli alleati NATO, con il fiato sospeso, pensando per esempio all’obice D-30, un pezzo di artiglieria trainato da 122 mm, armi letali che i talebani sanno usare molto bene.

Una preoccupazione per i talebani è avere accesso al corretto calibro di munizioni, ma dopo che i milioni di colpi immagazzinati per le armi prodotte negli Stati Uniti alla fine si esauriranno, è probabile che ne trovino di più sul mercato aperto.

“I talebani hanno una notevole esperienza nella gestione e nell’utilizzo di un’ampia gamma di armi prodotte negli Stati Uniti, tra cui mitragliatrici pesanti, mortai, obici e Humvee”, ha affermato Robert Muggah, presidente del SecDev Group. “Dopo tutto, li hanno comprati, rubati e sequestrati alle forze dell’ANDSF per quasi due decenni.”

“Tutto ciò che non è stato distrutto ora è dei talebani”, ha detto un funzionario americano, parlando a condizione di anonimato. L’incertezza sullo stato di un enorme arsenale sta suscitando i timori di un bazar regionale di armi che potrebbe essere una manna per i gruppi terroristici e gli insorti. “Al momento, sono molto strumentali [perché] se vuoi controllare il territorio, hai bisogno di armi leggere”.

Come confermato dal generale Votel, infatti, tutte queste armi di piccolo calibro sequestrate dagli insorti come mitragliatrici, mortai e pezzi di artiglieria compresi gli obici, potrebbero dare ai talebani un vantaggio in termini di capacità offensiva contro qualsiasi resistenza che potrebbe emergere nelle storiche roccaforti anti-talebane, come la valle del Panjshir a nord-est di Kabul, ma potrebbero essere usate anche contro i civili o essere sequestrate da altri gruppi militanti come lo Stato Islamico per attaccare gli interessi degli Stati Uniti nella regione, o addirittura essere potenzialmente consegnate ad avversari tra cui Cina e Russia. Tutti scenari che, naturalmente, preoccupano Washington come tutta la NATO. 

Certo è che questa situazione mostra che gli Stati Uniti hanno bisogno di un modo migliore per monitorare le attrezzature che danno agli alleati e che si sarebbe potuto fare molto di più per garantire che tali forniture alle forze afghane fossero attentamente monitorate e inventariate. “Gli Stati Uniti hanno fornito all’ANA il presupposto che armi e materiale potessero cadere nelle mani dei talebani. L’attuale crisi era uno scenario peggiore considerato quando si prendono decisioni sugli appalti”, ha commentato Jason Amerine, che ha guidato le forze speciali statunitensi nel rovesciare i talebani nel 2001. 

Queste armi, che sono finite nelle mani dei talebani, soprattutto quelle che i talebani non riescono a mantenere in funzione (quindi, più quelle americane che quelle russe), probabilmente circoleranno nella regione per molti decenni a venire e ciò rappresenta un serio rischio per la sicurezza per i Paesi che circondano l’Afghanistan perché le armi potrebbero essere facilmente vendute alle milizie sia all’interno del Paese che a Paesi come il Pakistan, soprattutto con la necessità di beni primari che scarseggiano. Ma anche la Cina, la Russia o lo stesso Iran potrebbero, a detta di alcuni analisti, poter voler mettere le mani su qualche aereo o altro equipaggiamento per studiarne la tecnologia o anche solo per umiliare gli USA.

Agenti del battaglione Badri 313, un corpo d’élite rispetto ai gruppi di miliziani vestiti in abiti tradizionali ed equipaggiati con i Kalashnikov o imbracciare gli M5 dei Marines e guidare mezzi corazzati. Per i talebani, però, sfoggiare una divisa o brandire un fucile a stelle e strisce è prima di tutto un modo per rafforzare la propria autorità agli occhi afghani, per alimentare la retorica della vittoria in ottica propagandistica e oltraggiare gli Stati Uniti e l’amministrazione Biden. “Quando un gruppo armato mette le mani su armi di fabbricazione americana, è una specie di status symbol. È una vittoria psicologica”, ha analizzato Elias Yousif, vicedirettore del Security Assistance Monitor del Center for International Policy. 

Gli osservatori del Medio Oriente hanno già assistito a questo trasferimento di armi. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, il gruppo dello Stato islamico (IS) ha invaso la città irachena di Mosul a metà del 2014, sequestrando armi e humvee forniti dagli Stati Uniti. I jihadisti hanno usato i loro guadagni per costruire un califfato iracheno-siriano delle dimensioni del Belgio. Come i combattenti dell’IS a Mosul, le gioiose reclute talebane ora posano per fotografie con munizioni nemiche nelle città appena conquistate in tutti gli angoli del Paese. Non è, infine, improbabile che parte delle armi finiscano anche a gruppi terroristici come al-Qaeda, che in queste ore minaccia di colpire l’aeroporto di Kabul. E questo sarebbe veramente il colmo. 

Peraltro, già prima della dissoluzione dell’esercito afghano, un rapporto del 2016 del  Pentagono aveva evidenziato che circa il 43 per cento degli oltre 1,5 milioni di armi forniti alle truppe locali in Afghanistan e Iraq era già stata andata nelle mani di talebani, Al Quaeda o ISIS. Questa ‘distrazione’ avveniva perché gli Stati Uniti stipendiavano e armavano un esercito che solo per un terzo era realmente in servizio e per gli altri due terzi era formato da militari ‘fantasma’, inesistenti, i cui nomi, del tutto inventati, venivano inseriti per ottenere più fondi.

Come impedire che quelle armi vadano ad ingrandire l’arsenale sbagliato? Ancora prima della caduta di Kabul, la stampa americana aveva chiesto insistentemente al Pentagono quali accorgimenti avessero intenzione di mettere in pratica e la risposta fornita del segretario stampa del Pentagono, John Kirby, era stata poco rassicurante: “siamo preoccupati per gli equipaggiamenti americani che possono cadere in mano nemica, ma al momento non sono in grado di fornire indicazioni su quali azioni possano essere intraprese per impedirlo”. Pochi giorni dopo, a chi gli chiedeva se le truppe statunitensi stessero facendo qualcosa per impedire che questo arsenale cadesse in mano talebana, anche pensando eventualmente alla sua distruzione, il maggior generale Hank Taylor ha replicato: “non ho una risposta a questa domanda”.

Non è escluso, tuttavia, che gli USA possano voler neutralizzare gli armamenti che non riescono a trasportare o quelli ormai detenuti dai talebani e considerati più pericolosi o comunque più grandi mediante azioni mirate di sabotraggio o bombardamenti. Il rischio, però, è che qualsiasi azione sul territorio afghano possa generare una reazione da parte talebana e compromettere l’evacuazione degli occidentali e dei collaboratori afghani bloccati dentro l’aeroporto Kabul. Una cosa è sicura: il tempo corre contro Washington.

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