sabato, Settembre 25

Afghanistan 20 anni fa: già, gli americani …, ma noi abbiamo assentito e taciuto La nostra funzione e le nostre responsabilità nell'avventura americana di 20 anni di occupazione, guerra, uccisioni, devastazioni che hanno lasciato tutto come prima, solo con un quantitativo di odio in più

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Con una coincidenza sfortunata, ma in qualche modo significativa, la morte improvvisa di un uomo importante e significativo come Gino Strada si unisce alla conclusione vergognosa della vicenda afghana.
Sulla quale molto si è letto sui giornali in questi giorni, ma, mi pare, troppo poco sul fatto in sé, sulle motivazioni, sulle conseguenze. E, in particolare, sulla nostra funzione in essa. Questo in particolare mi turba. Al di là delle solite fanfaronate e squittii dei vari Ministro della Difesa e degli Esteri, che assicurano -guarda un po’- che nessuno sarà lasciato lì (e ci mancherebbe!), dal Governo, e in particolare dal suo Presidente, non una parola. Non una parola, intendo, di commento, di critica, di autocritica.

Ci mancherebbe, scrivevo prima. Sì perché, ammesso e non concesso che ci si voglia, ci si volesse comportare da Paese civile, dotato di Ministri all’altezza del loro compito, il problema non è di fare rientrare i nostri pochi militari ancora lì e i nostri funzionari, ma diproteggerecoloro che, in buona o in mala fede, hanno collaborato con i nostri militari e i nostri funzionari. Perché potrebbero essere quelli che pagheranno le scelte che hanno fatte. Sul volgare ‘commercio’ dei profughi, dove al solito primeggiano Germania e Olanda, sorvoliamo, ma con profondo disgusto.
Il problema si porrebbe, si pone anche per gli USA, che si preoccuperanno di mettere in salvo gli americani e dubito molto che faranno caso agli altri. A cominciare dal ‘Governo’ afghano. Salvi i soliti bombardamenti che massacrano la popolazione civile!

Ecco, partiamo da lì, per arrivare al cuore del tema che non riguarda solo gli USA. Evitando il solito paragone con il Vietnam e la fuga da lì. Situazione diversa, ma mentalità analoga: questo è il punto.
In questo caso, e qui la differenza è notevole dal Vietnam (come anche dalla Somalia e altre vicende del genere), gli USAreagivanoad un torto indubbio subito: gli attentati dell’11 Settembre a New York e a Washington. Questa volta, però, gli USA applicarono il diritto internazionale in maniera inattesa: affermarono il loro diritto alla legittima difesa da un attacco armato. Un attentato non è un attacco armato di uno Stato contro un altro e la difesa è legittima solo se è immediata. Ma la tesi americana, non scriteriata, fu che l’Afghanistan, o meglio il suo Governo, aveva quanto meno protetto e rifornito i terroristi‘. Il diritto internazionale considera un crimine un atto del genere e quindi una risposta, anche militare, è accettabile. Poco importa che gli USA potessero essere accusati di avere fatto lo stesso molte altre volte. Ma questa volta gli USA fecero un gesto (in questo senso unico da parte loro) di ‘cortesia’, e cioè consultarono molti Governi, non solo europei, prima di agire, e la NATO. Ad alcuni Governi NATO chiesero anche un sostegno successivamente.
In una prima fase, l’azione militare si limitòa bombardamenti da grande altezza sulle presunte postazioni talebane e di Al Qaeda. Ma poi gli USA decisero un intervento sul terreno, inteso, tra l’altro volto a rovesciare il governo in carica e a cacciare i Talebani dalle istituzioni.
Ciò, dal punto di vista del diritto internazionale (ma anche della logica elementare), è vietato, e lo è anche se, come nel caso, si chiede e si ottiene aiuto militare da altri Stati, tra cui l’Italia, al solito, la prima ad accettare e l’ultima ad andarsene!

Ma, e qui siamo al tema nostrano: a qual titolo, perché noi siamo intervenuti e per fare cosa è del tutto imprecisato. Che abbiamo fatto ‘bene’ o ‘male’, poco importa: molti nostri concittadini sono morti e altri feriti, ma lo scopo è incomprensibile. Siamo intervenuti, si dice, anche sulla base dell’Art. 5 del Trattato NATO, che impone agli Stati di aiutare uno Stato che sia attaccato.
È bene riportare la prima parte dell’art. 5: «The Parties agree that an armed attack against one or more of them in Europe or North America shall be considered an attack against them all and consequently they agree that, if such an armed attack occurs, each of them, in exercise of the right of individual or collective self-defence recognised by Article 51 of the Charter of the United Nations, will assist the Party or Parties so attacked…»: un ‘attacco contro‘, ma nel caso gli USA non sono stati attaccati.
Ammettiamo comunque per un solo momento che l’azione americana e nostra (non dimentichiamolo mai!) sia legittima in termini, come dicevo, di legittima difesa e di Art. 5. Ma un problema almeno è da chiarire: se siamo partecipi di quella azione militare, dobbiamo anche essere partecipi delle scelte strategiche e politiche. Nel senso che, se siamoalleatisi suppone che partecipiamo alle decisioni, a tutte le decisioni. E quindi ne siamo corresponsabili.

Il punto è fondamentale. Gli USA hanno fatto cose che non hanno nulla a che vedere con la legittima difesa e noi abbiamo assentito e taciuto.
Hanno creato un nuovo regime politico, hanno occupato gran parte del territorio, hanno condotto azioni militari ovunque, hanno sostituito o ‘addestrato’ sia i civili che i militari locali, imponendo (o, se preferite, accettando che abbiano deciso di darselo!) un regime politico ‘democratico’, cioè, nella visione americana della democrazia, fondato su elezioni e basta -ci vuole ben altro per potere parlare di democrazia. E, ci sarebbe da aggiungere, non è logicamente accettabile (a parte il diritto internazionale) pretendere che il regime politico di un popolo culturalmente lontano dal cosiddetto ‘Occidente’ sia quello dell’Occidente. E infatti, eccoci al redde rationem.

Sorvolo sul modo a dir poco infame in cui gli USA se ne sono ‘andati’, Donald Trump millantava di accordi con i talebani ovviamente inesistenti; Joe Biden ha tagliato brutalmente la testa al toro e se ne va, per di più sempre più precipitosamente: qui davvero accade come in Vietnam, una vera e propria fuga. Che quindi dimostra almeno una cosa. Venti anni di occupazione, di guerra, di uccisioni, di devastazioni, ecc., ecc., hanno lasciato tutto come prima, solo con un quantitativo di odio in più e con il verosimile massacro, almeno civile, di coloro che hanno collaborato con americani e, purtroppo, italiani. Verrebbe voglia di dare ragione a Gino Strada: questa è uccisioni e basta, non c’è alcun costrutto.

E qui torno all’inizio. Ormai è cosa fatta, tornare indietro non si può. Ma si può, anzi, si deve -pardon, si dovrebbe- prendersi carico della questione e precisare pubblicamente la posizione italiana per il futuro, specie dopo l’invereconda sottoscrizione di quel trattato (di cui ho tanto parlato, vedete a fianco gli articoli correlati, sono sette interventi nei quali illustro la gravità della questione) che mette l’Italia sotto   -ho usato deliberatamente questo termine ‘antiquato’-  la suzeraineté statunitense.
Mario Draghi, del resto, è stato molto ‘abile’ a lasciare firmare al ‘giovane’ e inconsapevole Luigi Di Maio quel documento. Ebbene, così come (benissimo) ha fatto col passaporto sanitario, dove ha lasciato ‘sfogare’ tutti e poi ha ribadito a muso duro la sua decisione (lasciando Luciana Lamorgese con un palmo di naso e costringendola a mobilitare i poliziotti) dovrebbe fare ora lo stesso. Urge una precisazione sulla politica estera italiana, che, tra l’altro, dica chiaro che l’Italia non partecipa alle guerre altrui, anzi, le ostacola, nel rispetto del diritto internazionale.
Fantasie, vero? Forse, ma onorerebbe i nostri morti in Afghanistan.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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