giovedì, Maggio 13

Affossata la riforma, i problemi incancreniscono Crisi della giustizia? Costruiamo nuove carceri

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Citare Fedor Dostoevskij e Aleksandr Puskin è certamente elegante, ma non sufficiente. Per i cultori della materia. Il neo-presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel discorso con il quale ha chiesto la fiducia in Senato ha utilizzato il termine “governo” 33 volte; 25 “Paese”;”nostro”: 30 volte, “cittadini: 27; la parola “anche”, ricorre ben 41 volte; e ci assicurano che aver adoperato ben 7 volte viene l’espressione “ma anche”, sta a sottolineare la natura quanto più possibile ‘inclusiva’ del programma di governo. Non è stata citata la questione dell’Iva e dell’incombere delle clausole di salvaguardia; nessun cenno alla delicata questione dell’Ilva di Taranto; mai menzionata neanche la parola “scuola”.

Chi scrive è rimasto colpito da altre cose. Conte annuncia che ci sarà un potenziamento della legittima difesa. In cosa consisterà questo “potenziamento”? Altre promesse di cambiamento: si metterà fine al business dell’immigrazione che sarebbe cresciuta a dismisura «sotto il mantello della finta solidarietà». Si lotterà contro la corruzione. Si vuole «un paese a misura di cittadini diversamente abili che si ritrovano abbandonati, soli con le loro famiglie». Va tutto bene, appena ci si spiegherà come e quando.

E la madre di tutte le questioni, la Giustizia, il Diritto, il Diritto di tutti al diritto? «Ove necessario», promette Conte, «aumenteremo il numero di istituti penitenziari anche al fine di assicurare migliori condizioni alle persone detenute, ferma restando la funzione riabilitativa costituzionalmente prevista per la pena, che impone di individuare adeguati percorsi formativi e lavorativi». Tutto qui? Tutto qui. Questo “ove necessario” vuol dir tutto e vuol dire nulla. E tutto e nulla vuol dire «ferma restando la funzione riabilitativa costituzionalmente prevista per la pena». La vaghezza e la genericità del discorso programmatico del presidente del Consiglio, non autorizzano ottimismo. Laicamente vanno giudicati i fatti, i comportamenti concreti, e una parola di dialogo non va negata a nessuno. Però non ci si può neppure nascondere scetticismo, perplessità, inquietudine: per quello che si è detto, per quel che si annuncia di voler fare; soprattutto per quel che non si dice e si vuole o si deve tacere.

   Il governo Conte, dunque, prevede di costruire nuove carcere. Rispunta l’ennesimo piano carceri. Il neo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dichiara di essere nettamente contrario alla riforma penitenziaria; con buona pace delle ripetute condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti in relazione al fenomeno del sovraffollamento delle carceri.

    Scenari già visti: è accaduto negli anni 80, poi nel 2008, infine nel 2010. Di fronte all’emergenza la politica, la risposta classica è costruire nuove carceri che puntualmente non bastano mai. Attualmente sono 190 gli istituti penitenziari con un sovraffollamento di circa 8000 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Già questo dato fa capire che costruire nuove carceri non serve: si riempirebbero subito senza risolvere il problema. Per questo il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha avvertito l’Italia che costruire nuove carceri per risolvere il problema del sovraffollamento non è la strada giusta, perché «gli Stati europei che hanno lanciato ampi programmi di costruzione di nuovi istituti hanno infatti scoperto che la loro popolazione detenuta aumentava di concerto con la crescita della capienza penitenziariagli Stati che riescono a contenere il sovraffollamento sono quelli che hanno dato avvio a politiche che limitano drasticamente il ricorso alla detenzione».

   Costruire nuove carceri non è la soluzione. I numeri lo confermano. Come si evince dall’ultimo rapporto di Antigone, il tasso di sovraffollamento è pari al 115,2 per cento. Dei 57.608 detenuti al 31 dicembre scorso, solo 22.253, meno del 37 per cento, non avevano alle spalle precedenti carcerazioni. Oltre 7.000 ne avevano addirittura un numero che spazia dalle 5 alle 9. Le misure alternative garantiscono assai di più l’abbattimento della recidiva e dunque la sicurezza della società. E costano anche assai di meno del carcere. Un costo, quello relativo alla creazione di nuovi istituti, moderni e confortevoli che siano, del tutto inutile e anche dannoso, perché incrementa il ricorso alla carcerizzazione.

La riforma dell’ordinamento penitenziario puntava alle pene alternative, avrebbe dato la possibilità ai magistrati di sorveglianza di poter decidere anche nei confronti di quei detenuti finora esclusi dai benefici. A proposito di carcere, il Partito Radicale, nel frattempo, ha depositato in Cassazione otto proposte di legge di iniziativa popolare. Tra le quali c’è la modifica di approvazione dell’amnistia (il quorum di 2/3 del Parlamento dal 1992 rende impossibili questi provvedimenti), il superamento dell’ergastolo ostativo e del regime del 41bis. Bisognerà ritornarci.

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