venerdì, Maggio 7

Affari nei cieli dell’America Centrale field_506ffb1d3dbe2

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Chi controlla i cieli dell’America Centrale? Negli ultimi anni, il tema delle forze aeree sembra essere tornato in auge presso i Governi della regione, nonostante la difficile situazione economica delle rispettive popolazioni suggerirebbe altri tipi di investimenti. Tuttavia, le annose dispute di confine che vedono coinvolti, chi più, chi meno, tutti gli Stati centroamericani (con l’eccezione di Panama, che notoriamente ha rinunciato alle forze armate sin dal 1990) sembrano spingere a dimenticare i sanguinosi conflitti di neanche trent’anni fa ed a perseguire un graduale riarmo dei propri eserciti, rinforzando in particolare proprio il settore aeronautico. L’aspetto preoccupante risiede però nel fatto che, anziché operare quantomeno un effetto di deterrenza, questa tendenza sembra riscaldare ancor di più gli animi.

È il caso, ad esempio, del recente acquisto da parte di El Salvador di dieci Cessna A-37 Dragonfly usati dal Cile. L’idea di rinnovare la propria flotta aerea risale però al 2011, quando si parlava della possibilità di ottenere altrettanti Super Tucano, prodotti dalla brasiliana Embraer. Dati i costi, che ammontavano a circa 110 milioni di dollari, il Presidente Mauricio Funes optò per una sospensione delle trattative per occuparsi di «problemi più rilevanti»: salute, educazione e alimentazione, per l’appunto. Tuttavia, il 29 ottobre, lo stesso Funes ha annunciato l’imminente firma per gli A-37, in un’operazione che è costata alle casse salvadoregne circa 8,6 milioni di dollari e che è stata motivata con la necessità di un riequilibrio regionale, poiché – parole dello stesso Presidente salvadoregno – «gli aerei su cui contano gli altri Paesi superano abbondantemente El Salvador». Nessuna minaccia, dunque, agli Stati confinanti, in particolare all’Honduras, con cui El Salvador ha in corso una disputa sull’Isola di Conejo, situato nel Golfo di Fonseca, dal versante pacifico del confine tra i due Paesi.

Non sembra pensarla così l’ormai ex Presidente honduregno Porfirio Lobo, che ha interpretato il riarmo come un segno della pretesa da parte del Paese confinante di stabilire una «pace armata» nella contesa sull’isola. Quest’analisi era stata confermata dalla Segretaria agli Esteri honduregna, Mireya Agüero, che ne aveva sottolineato i pericoli rappresentati per la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che nel 1992 aveva attribuito ai contendenti le rispettive coste, isole e delimitazioni marittime, imponendo inoltre un controllo congiunto del Golfo. Basandosi sulla presunta violazione di questi accordi, Lobo aveva annunciato l’invio di una missione presso l’ONU e l’Organizzazione degli Stati Americani per investigare sull’operazione, sostenendo che l’Honduras non era in conflitto con El Salvador e che confidava nel mantenimento del reciproco rispetto della sovranità.

Ciononostante, lo stesso Lobo aveva pensato già nel giugno 2011 di acquisire proprio alcuni Super Tucano, oltre ad elicotteri Bell 212 ed aerei Caravan 208, entrambi prodotti negli Stati Uniti. Un ordine che veniva motivato con la necessità di fronteggiare il narcotraffico anche nelle zone più inaccessibili del proprio territorio, ma che le difficoltà finanziarie del Paese avevano presto spedito nel dimenticatoio: nel frattempo, neanche la flotta attuale, composta da precedenti modelli Tucano, sembra permettersi le necessarie riparazione, come asserito dall’Ambasciatore brasiliano Zenit Krawctschuk non più tardi di due mesi fa su ‘Proceso’.

Chi non sembra preoccuparsi dell’acquisto salvadoregno è l’esercito del Nicaragua, il cui Ispettore Generale, il Generale di Brigata Adolfo Zepeda, ha sostenuto che si tratta di una questione di sovranità salvadoregna e che, perciò, Managua la rispetterà: «è appropriato e necessario per i loro scopi di difesa e sicurezza. Se hanno deciso di fare quell’acquisto, lo rispettiamo». Del resto, è da mesi che circolano voci per cui lo stesso Nicaragua starebbe riconsiderando il proprio armamentario, soppesando la possibilità di acquistare da sei a dodici caccia dalla Russia. Il modello su cui sembrano essersi concentrate le attenzioni nicaraguensi è il MIG-29, possibilmente da acquistare di seconda mano ma attrezzato della miglior tecnologia russa. Non sarebbe il primo affare del Governo di Daniel Ortega con Mosca, che già nel 2009 fornì due elicotteri MI-171 e impegnò 26,5 milioni di dollari nell’Esercito locale. Al momento, però, l’acquisto sembra vincolato alle decisioni della Colombia, ossia alla possibilità di un peggioramento nella disputa marittima tra i due Paesi.

Da ultimo, anche in ordine di tempo, anche il Guatemala di Otto Pérez Molina era sul punto di acquistare dei nuovi aerei militari, ma l’affare è saltato nei giorni scorsi a causa di un aumento dei prezzi. Dallo scorso aprile, il Governo guatemalteco aveva infatti già stanziato 133 milioni di dollari per sei modelli di Super Tucano da riconoscimento e combattimento, dopo un negoziato che si era protratto per diversi anni. Nonostante fosse anche pervenuta l’autorizzazione parlamentare, Pérez ha annullato l’ordine il 18 novembre dopo il rincaro di tre milioni di dollari per ciascuno velivolo. Ciò non ha comunque impedito di acquistare (attraverso un prestito di 36 milioni di dollari da parte del Banco de Argentina) tre radar dalla spagnola Indra Sistemas S.A., che verranno integrati nel Sistema di Protezione e Vigilanza della biosfera del Guatemala in opposizione a possibili azioni del crimine organizzato, ma anche a minacce esterne.

Né ha distolto il Presidente dall’intenzione di aumentare la propria forza aerea, al punto che la visita in Israele di lunedì, secondo i comunicati ufficiali, avrà tra i temi anche il possibile acquisto di «armi ed aerei israeliani che possano essere acquisiti per la sicurezza guatemalteca»: non sarebbe il primo Paese latinoamericano a rifornirsi da Israele, la cui produzione nel settore comprende anche droni. In aggiunta, dal 7 ottobre la Forza Aerea Guatemalteca può contare su sei elicotteri UH1Y donati dagli Stati Uniti. I mezzi, che fanno parte di un pacchetto di strumenti di sicurezza più ampio, del valore di 40 milioni di dollari, hanno richiesto l’impegno a mantenerli secondo gli standard statunitensi per poter essere nazionalizzati, il che comporterà un’ulteriore spesa di 10 milioni di dollari all’anno.

E proprio l’ammontare di queste spese pone seri dubbi sulle strategie dei Governi centroamericani. Le spese militari nei Paesi dell’area sono in costante aumento, nonostante i seri problemi economici che affliggono le rispettive popolazioni. Come si è visto, spesso la motivazione addotta è quella della lotta al narcotraffico, che però continua ad essere un problema apparentemente inestirpabile con questi mezzi: gli unici passi avanti compiuti in questi ultimi anni nella lotta al crimine organizzato si sono realizzati attraverso il dialogo, non con la superiorità aerea.

Per contro, l’aspetto internazionale di questa rincorsa agli armamenti è il crescente rischio di instabilità legato alle dispute non risolte. I periodici honduregni stanno aggiornando i dati relativi allo squilibrio tra le spese militari di Tegucigalpa e quelle di San Salvador: in dodici anni, quest’ultima ha speso il doppio della prima nel settore bellico, ragion per cui non si può escludere un futuro conflitto tra due Stati che già in passato si sono dichiarati guerra. Potrebbe essere più difficile una escalation tra Colombia e Nicaragua, ma il supporto della Russia a quest’ultimo rappresenta un’incognita sia in termini di rifornimento, che di peso aggiunto sull’equilibrio regionale. Da ultimo, non si deve escludere dal quadro complessivo lo sguardo di Washington su quello che è da sempre il suo ‘cortile di casa’: ad avere l’ultima parola sugli sviluppi nei cieli centroamericani arriverà probabilmente, come in passato, dallo Studio Ovale.

 

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