lunedì, Settembre 20

Adozioni, tra ragioni di Stato e affari di cuore field_506ffbaa4a8d4

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L’indignazione dei genitori è giunta all’apice l’ agosto dello scorso anno quando Benjamin Dillow, un bambino di soli 5 anni, si è spento senza la possibilità di cure adeguate in un orfanotrofio di Kinshasa, in attesa di abbracciare i genitori nel Kentucky. Le proteste aumentarono e le associazioni dei genitori coinvolti nella vicenda, noncuranti del divieto di propaganda, scesero nelle piazze a reclamare a gran voce le mancate risposte.
Qualche settimana fa il ministro congolese della giustizia, Alexis Thambwe Mwamba, in un’intervista rilasciata alla rivista francese ‘Jeune Afrique’, ha dichiarato che Kinshasa non ha affatto apprezzato le recenti campagne mediatiche e le pressioni dei comitati d’adozione al governo congolese. Così come i tentativi da parte di alcuni genitori adottivi di condurre illegalmente fuori dal paese i propri figli, non hanno fatto altro che rallentare le numerose pratiche che devono essere vagliate singolarmente.

Personalmente ritengo che la giustizia congolese non abbia commesso alcun errore introducendo una moratoria di un anno per indagare sul traffico delle adozioni internazionali; ma a distanza di 24 mesi, per il bene di questi bambini e anche per quello delle loro famiglie, dovrebbe essere ormai giunto ad una conclusione definitiva. In un futuro si potrebbe anche cercare di preferire le adozioni nazionali rispetto a quelle internazionali, evitando così lungaggini burocratiche e favorendo soluzioni più immediate per i tanti bambini che ancora oggi sono costretti a vivere in un orfanotrofio; ma conoscendo la cultura del luogo e i motivi per cui spesso i minori si ritrovano nei centri di accoglienza, mi fa presumere che attualmente non sia una soluzione plausibile.
Nella Repubblica Democratica del Congo molti dei bambini di strada vengono abbandonati dalla stessa famiglia d’origine perché considerati indemoniati o portatori di malocchio, e dal momento che queste credenze si sono radicalizzate in tutti gli strati sociali, insinuandosi prepotentemente nella vita della popolazione,  per la maggior parte dei congolesi accogliere questi bimbi significherebbe tirarsi le disgrazie in casa. La situazione non è per niente semplice: se da una parte i genitori adottivi hanno tutto il diritto di abbracciare i loro figlioli, questi traffici illegali di bambini non devono esistere in alcun modo. Mi auguro solamente che a questa intricatissima matassa non si siano legate altre motivazioni difficili da sbrogliare, più precisamente, ragioni di stato. Nonostante alcuni tentativi secessionistici andati male, il Congo è un paese molto nazionalista e il bisogno di riscatto dal vecchio regime coloniale è forte e radicato; questo lo sa bene anche chi regge le redini statali.

Sorge spontaneamente il dubbio che con questo mancato ripristino delle adozioni si voglia colpire un interesse maggiore, un intero sistema occidentale. Ma questa sarebbe un’altra storia, un affare che il cuore non riuscirebbe mai a comprendere”.

 

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