domenica, Settembre 26

Adozioni, madri ‘invisibili’ e identità personale: verso un nuovo equilibrio?

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Il 18 giugno 2015 la Camera dei deputati ha approvato il testo di un provvedimento, tuttora giacente in Senato, che amplia la possibilità per il figlio adottato – o comunque non riconosciuto – di accedere alle informazioni relative alla propria origine biologica. Conciliare interessi contrapposti è una funzione costitutiva del diritto, che impone al giudice un compito delicato nei casi in cui due situazioni sono tutelate espressamente dalla legge, ma confliggono. Nella fattispecie in oggetto, occorre bilanciare l’interesse riconosciuto all’anonimato per la madre naturale con il diritto del figlio all’identità personale.

Da un lato, abbiamo la tutela della gestante che si trovi in situazione di difficoltà personale o socio-economica, ma anche il diritto alla salute sua e del proprio figlio, che le permetta di partorire in una idonea struttura sanitaria pur mantenendo l’anonimato nella dichiarazione di nascita (in questo senso ha deciso il Tribunale di Milano, con la Sentenza del 14 ottobre 2015). Nel periodo compreso tra giugno 2013 e luglio 2014, in Italia è stato toccato un record di 56 neonati non riconosciuti dalla propria madre al momento della nascita. Il diritto all’anonimato è stato ribadito come «assoluto» dal giudice costituzionale nel 2005 in base a una «ragionevole valutazione comparativa dei diritti inviolabili dei soggetti coinvolti» (Sent. n. 425). Un parto sicuro, avvenuto in condizioni ottimali di assistenza, protegge il nascituro dai rischi di complicazioni cliniche e di abbandono o infanticidio da parte della madre.

In contrasto con questo orientamento, diversi tribunali italiani (come quello di Trieste, nel maggio 2015), hanno accordato la priorità al fondamentale diritto del figlio a conoscere la propria identità, senza che ciò comporti di per sé un pregiudizio alla riservatezza, che dovrà essere preservata nell’assunzione delle informazioni. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il 25 settembre 2012 (Godelli c. Italia), ha condannato l’Italia per uno sbilanciamento «incondizionato» a favore della madre, in violazione dell’Art. 8 CEDU, che tutela come «vitale» l’interesse a conoscere l’identità dei propri genitori, ritenuta costitutiva della «propria identità di essere umano». Sia il Giudice delle leggi (C. Cost., Sent. n. 278/2013) che, lo scorso 25 gennaio (Sent. n. 1946/2017), le Sezioni Unite della Cassazione, hanno seguito la decisione della Corte di Strasburgo. In particolare, la Consulta ha dichiarato costituzionalmente illegittima l’impossibilità, per il figlio maggiorenne, di interpellare la madre biologica al fine di una revoca eventuale dell’anonimato.

Il provvedimento passato all’esame del Senato è composto da tre articoli che modificano, rispettivamente, la Legge n. 184/1983 («Diritto del minore ad una famiglia», Art. 28), il c.d. «Codice della privacy» (D.Lgs. n. 196/2003, Art. 93) e il Regolamento sullo stato civile (D.P.R. n. 396/2000, Art. 30).

Se la Legge dell’83 permette all’adottato, una volta compiuti i 25 anni, di conoscere l’identità dei genitori biologici con istanza al tribunale per i minorenni del luogo di residenza, tale possibilità sarebbe estesa anche al figlio non riconosciuto alla nascita, a condizione che la madre abbia revocato la propria dichiarazione volontaria di anonimato (o in caso di suo decesso, salve particolari ragioni di protezione soggettiva o familiare). L’atto di revoca dovrà essere autenticato da ufficiale di stato civile e contenere informazioni sull’identità della persona nata, la data e luogo del parto. In assenza della revoca, il figlio non riconosciuto o i genitori adottivi, in presenza di «gravi e comprovati motivi», oltre al responsabile sanitario (per motivi attinenti alla salute del minore), potranno presentare un’istanza di interpello nei confronti della madre. Per tale procedimento, il tribunale dovrà garantire la massima riservatezza a tutela della dignità della madre, valutando le sue condizioni sociali e familiari. A questo proposito, nella seduta del 12 maggio 2015, la Commissione «Affari Sociali» della Camera ha rilevato l’opportunità che il tribunale per i minorenni si avvalga sempre (e non, come si legge nel testo novellato, «preferibilmente») dei servizi sociali per l’interpello della madre.

Il Codice della privacy risulta modificato rispetto alla richiesta del certificato di assistenza al parto (CedAP) o della cartella clinica, contenenti i dati sull’evento-nascita e sull’identità dei genitori. Tale richiesta, attualmente vincolata a un termine di 100 anni dalla formazione del documento (a copertura della durata di vita della madre e, con buona probabilità, del figlio), potrebbe essere presentata prima in tre circostanze: se l’anonimato è revocato, in caso di morte della madre o quando il tribunale abbia autorizzato l’accesso alle sole informazioni di ordine sanitario.

Infine, con riguardo alla normativa sullo stato civile, la madre che non vuole essere nominata nella dichiarazione di nascita dovrà essere informata sugli effetti giuridici di tale decisione, sulla possibilità di revocarla in ogni momento e sulla facoltà di interpello attribuita al figlio per accedere alle informazioni sulle proprie origini. Spetta, poi, al personale sanitario raccogliere i dati sulla partoriente, senza tralasciare la sua storia sanitaria e familiare, e trasmetterli tempestivamente al tribunale.

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