sabato, Aprile 10

Adozioni: la disattenzione del Parlamento

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Ripartiamo dal concetto di adozione dal punto di vista della priorità del minore, non partendo dalle esigenze indiscutibili della coppia. Questa dovrebbe essere la base di partenza per la modifica della Legge 184/1983 sull’adozione. Usando le parole di Donatella Ferrenti, presidente della Commissione Giustizia alla Camera, il lavoro di indagine che si sta svolgendo «parte da un assunto fondamentale e cioè che si deve tutelare prima di tutto l’interesse del minore e non il diritto ad avere un figlio. C’è bisogno di un intervento complessivo per aggiornare le norme e tararle ai cambiamenti della società civile». Partita a marzo, l’indagine terminerà a luglio. Il tema dell’adozione e delle difficoltà che ne conseguono è tornato alla ribalta, in maniera prepotente, anche dopo lo stralcio della Stepchild Adoption all’interno delle Unioni Civili (citiamo l’udienza del 26 maggio in Cassazione). Per non parlare delle adozioni internazionali, difficili da gestire sia a livello legislativo che numerico (basta vedere i recenti fatti di cronaca).

Quest’ultimo punto è particolarmente spinoso. Come ha sottolineato il Centro Italiano Aiuti all’Infanzia (CIAI), dal «2001 al dicembre 2013 la CAI ha pubblicato semestralmente un rapporto molto dettagliato, e non soltanto numerico, sulle caratteristiche dei bambini, delle coppie e sui Paesi di origine delle adozioni; poi più nulla. Questa mancanza di dati rende impossibile rilevare le criticità attuali del sistema, quali l’adozione di bambini special need e l’adozione da paesi non ratificanti la Convenzione de L’Aja, al fine di implementare strategie e politiche per migliorare la tutela dei bambini nell’adozione». Il CIAI, proprio in vista di una possibile modifica della legge, ha stilato un decalogo, che evidenzia i focus principali. Si parte sempre dall’interesse principale del minore, ai tempi della procedura, agli Enti Autorizzati più controllati, per un’adozione di qualità.

Abbiamo chiesto direttamente a Marina Raymondi, responsabile del Centro Studi CIAI, la realtà sul complicato mondo delle adozioni.

Si parla di modificare nuovamente, dopo il 2001, la legge 184, soprattutto dopo lo stralcio della stepchild adoption all’interno della legge sulle Unioni Civili. Si farà?

Sono ventidue anni che mi occupo delle adozioni e ciclicamente è un argomento che viene trattato alla stregua degli scandali di cronaca e per l’interesse che suscita nelle persone comuni. Ognuno si sente autorizzato ad esprimere il proprio parere su un tema di questo tipo. Il CIAI lavora da cinquant’anni nell’ambito sociale, culturale e politico a favore dell’adozione. La Stepchild adoption è una questione nuova, non è vero che è regolamentatane nostro ordinamento. Così come è stata definita, alla maniera anglosassone (adozione del figlio del partner), non esiste in Italia. Nel nostro ordinamento è possibile l’adozione del figlio del coniuge, ed ha una disciplina particolare. Quello che si è voluto fare, in previsione dell’approvazione della legge sulle Unioni Civili, era estendere la possibilità di adottare il figlio del partner. Naturalmente riguardava solo le adozioni nazionali e solo i bambini già figli di uno dei due. C’è stato un rinnovato interesse sull’argomento dopo che la stepchild adoption è stata stralciata all’interno della legge sulle unioni civili. La promessa del Parlamento è stata quella di fare un ragionamento corale e generale, eventualmente di inserirla nella legge fondamentale sull’adozione. E’ stata aperta un’indagine conoscitiva alla Commissione Giustizia della Camera e ci sono state diverse audizioni. Noi abbiamo partecipato, sono stati ascoltati Ministri, Associazioni, Enti Autorizzati, si concluderanno a fine luglio.

Avete redatto un documento di 10 punti fondamentali su cui focalizzare l’attenzione…

Partiamo da una situazione di analisi. Prima di tutto l’interesse del minore, poi tempi più ristretti, maggiore trasparenza. Una legge se deve essere riformata, deve basarsi sulla realtà attuale. La legge sull’adozione del 1983 ha subito varie trasformazioni e riforme, la più completa è quella del 2001. Noi come CIAI la consideriamo una buona legge, come la considera buona il Gruppo CRC (che si occupa di monitorare la qualità delle leggi), anche a livello internazionale è considerata valida. Però dovendo riaprire il dibattito sull’opportunità o meno di modificarla, alcune cose andrebbero cambiate. Nel corso della storia la prima riforma ha adeguato la procedura di adozione internazionale alla procedura sancita dall’AIA nel 1993, e poi nel 2001 sono stati recepiti tutti i principi enunciati nella Convenzione dell’Onu. La legge sancisce il fatto che è il bambino che ha diritto all’adozione. Le nostre proposte partono sempre dall’interesse prioritario del minore.

Politicamente parlando cosa si dice in Commissione Giustizia? La Ravetto ha proposto anche l’adozione per i single (e non è la prima proposta in questo senso) all’interno della riforma della legge. Provocazione?

E’ solo l’ultima di una serie di parlamentari che hanno proposto delle modifiche. Ci sono altre proposte di legge, all’interno di Forza Italia, precedenti a quella dell’onorevole Ravetto. E’ un gioco al rilancio, in alcuni casi, in cui ognuno deve dire qualcosa di innovativo dal punto di vista politico. Ci sono stati molti tentativi, adesso il tutto è condotto dall’onorevole Ferranti, presidente della Commissione Giustizia della Camera. Hanno preso atto della varie proposte di legge presentate, le indagini conoscitive termineranno a breve, e come primo passo dovrebbero riuscire ad elaborare un focus su problematiche definite.

Torniamo al solito problema: lunghezza delle procedure.

E’ un momento difficile per le adozioni, le coppie che si candidano per l’adozione nazionale ed internazionale si sono dimezzate. Per quanto riguarda quella nazionale rimane sempre un rapporto molto elevato. Sette coppie per ogni bambino che all’anno viene dichiarato in stato di adottabilità. Per quella internazionale è molto più difficile avere dei dati precisi. Ma non è solo una questione di numeri, ma di trovare una famiglia veramente pronta e giusta. Meno famiglie ci sono e meno possibilità possiamo dare al bambino. I costi e i tempi incidono sicuramente sulla disponibilità delle coppie, insieme a fattori come le nuove pratiche sulla fecondazione assistita, la crisi economica. La legge italiana prevede sei mesi per la carta d’idoneità, purtroppo si va sempre oltre. Una delle nostre proposte è proprio ricolta al rispetto dei tempi, inserendo un termine perentorio non indicativo (come è adesso). Sulle adozioni internazionali è più difficile essere perentori sulle tempistiche.

Si riferisce ai 41 bambini del Congo atterrati a Fiumicino e portati in caserma a Spinaceto?

E’ stata una situazione orribile, gestita male sin dall’inizio e poi anche dopo. Non c’è stato un controllo adeguato sull’adottabilità dei bambini e c’è stata una pressione da parte di alcuni Paesi occidentali per velocizzare il tutto, che poi si è tradotto nella paralisi delle procedure. La stessa situazione si è verificata negli anni ’80 in Brasile, negli anni ’90 con i Paesi dell’Est. Questo perché questi Paesi hanno aperto da poco le adozioni e non hanno ancora un sistema legislativo e di controllo tale da garantire l’interesse dei bambini.

Quali sono i numeri?

Su 30mila minori in Italia, secondo gli ultimi dati, solo un migliaio sono stati dichiarati adottabili, è poco rispetto agli altri Paesi. E’ vero che la procedura è lunga. In alcuni casi è giustificata, soprattutto quando parliamo del processo di accompagnamento, preparazione e incontro per le famiglie. In altri casi no, cioè quando i tempi si allungano a causa della burocrazia. Bisogna rispettare i tempi che sono indicati nella legge, e devono diventare perentori. Il fatto è, che quando c’è un problema, si parte subito con la modifica della legge. Al contrario, dovremmo partire da quello che va bene e da quello che non viene applicato in modo corretto, poi si può parlare di fare ulteriori modifiche. Abbiamo 300 minori (l’Istat ne ha rilevati 770) che pur essendo adottabili non riescono a trovare una famiglia.

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