sabato, Maggio 8

Addio Paco de Lucia, la chitarra del flamenco field_506ffb1d3dbe2

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Paco Indro

 

«Quando ho iniziato, il flamenco rischiava di finire in un museo. Solo i politici lo difendevano perché era un’attrazione turistica. Ora il flamenco è famoso in tutto il mondo». Parole del grande chitarrista e compositore Paco de Lucia, la cui prodigiosa carriera è stata stroncata martedì a sessantasei anni da un infarto mentre giocava con i nipotini sulla spiaggia di Cancùn, in Messico, dove aveva il suo buen retiro per riposarsi tra una tournée e l’altra.

Paco de Lucia rappresenta nel panorama della musica mondiale una figura a se stante,  così come lo è stato Astor Piazzolla, riuscendo a creare il nuovo partendo dalla tradizione. Con una trentina di album pubblicati e decine di premi vinti, ha conquistato il consenso del pubblico e della critica per la rivoluzione musicale da lui innescata, grazie alle sue doti tecniche fuori dal comune nel moltiplicare le note, che permetteva alle sue dita velocissime di trasformarsi in una vera e propria orchestra gitana.

La sua morte è «una perdita irreparabile per il mondo della cultura e per l’Andalusia», ha detto il Sindaco di Algeciras, città natale del chitarrista. Paco ha introdotto nei suoi album strumenti sconosciuti nel mondo del flamenco come il sassofono, il basso elettrico e il cajon , una cassetta di legno usata come percussione, diventata poi un elemento immancabile per i suoi epigoni. 

Più che un musicista, de Lucia è stato  e proprio un vero monumento della tradizione gitana, l’unico vero erede del geniale Django Reinhardt. Abbiamo avuto la fortuna di vederlo quest’estate dal vivo alla Cavea dell’Auditorium – Parco della Musica, in una calda serata romana. Il moderno spazio all’aperto disegnato da Renzo Piano si è trasformato per una sera in una ‘cueva’ spagnola, grazie ai virtuosismi del chitarrista e della sua affiatata band, composta da sei eccellenti musicisti e dal ballerino di flamenco Antonio Fernandez Montoya, che con le sue energiche movenze ha fatto la gioia delle spettatrici. Paco era, come sempre, concentrato completamente sulla chitarra, di poche parole, con il suo inconfondibile gilet nero sulla larga camicia bianca, la gamba destra appoggiata sul ginocchio sinistro.  Eppure, nonostante il suo carattere schivo, era un artista assai generoso, sia per la durata che per l’intensità delle sue esibizioni. La meritata standing ovation a fine concerto lo ha spinto a un lungo bis, che ha regalato al pubblico un altro quarto d’ora di ritmo, magia, emozioni. Difficile pensare che quella sarebbe stata la sua ultima esibizione a Roma, vista la sua inesauribile energia.  

«C’è stato un periodo in cui mi sono accorto che stavo perdendo me stesso. Ho capito che, anche se volessi, non potrei fare nient’altro. Io sono un chitarrista di flamenco. Anche se provassi a suonare altre cose, ricorderebbe comunque il flamenco». Con queste parole  Paco ha sottolineato il suo rapporto viscerale con il flamenco, di cui è stato  l’ambasciatore in giro per il mondo. L’artista ha saputo rinnovare profondamente il linguaggio del flamenco mettendolo a confronto con il jazz, il rock e la musica classica. Le sue composizioni più famose spaziano tra le sinuosità ritmiche delle bulerias, la cantabilità delle rondene e la melodia delle rumbe, passando per le influenze jazzistiche nate dall’incontro con musicisti come Chick Corea e Al di Meola. Con 25 album pubblicati il chitarrista e compositore ha diffuso la musica spagnola in tutto il mondo, avvicinando anche un pubblico di giovani. Non a caso la sua travolgente ‘Entre dos aguas’ è stata inserita nel meglio di ‘Cafè del Mar’, le compilation cult curate dal dj Josè Padilla, il guru delle atmosfere chill-out. Nel 1975 quella famosa rumba ha conquistato la vetta delle classifiche internazionali, grazie a una fortunata concatenamento di eventi: «La composizione fu l’ultima a entrare nel repertorio dell’album e finì per invadere centinaia di migliaia di case nell’anno in cui la Spagna si scosse di dosso la polvere nera della dittatura».

Impossibile non citare la sua storica interpretazione del ‘Concierto d’Aranjuez’ di Joachim Rodrigo o le esecuzioni del compositore spagnolo Manuel De Falla. E pensare che, prima dell’avvento del ‘ciclone’ de Lucia, il flamenco era considerato la musica dei poveri e delle minoranze, quasi un’ingombrante eredità del passato. A lungo interprete ortodosso di quest’arte, nel corso degli anni il musicista ha introdotto nel flamenco elementi più popolari, fino a un vero e proprio meticciato musicale destinato a sfociare nella fusion moderna, con contaminazioni che spaziavano dal pop al rock e soprattutto al jazz, fino a cimentarsi con la classica.

Con il nome d’arte Paco, diminutivo di Francisco, e il cognome de Lucia, scelto come manifestazione d’affetto per la madre, Lucía Gómez, Francisco Sánchez Gómez prese il nome che lo ha reso celebre nel mondo della musica perchè, come lui stesso a spiegato, «ad Algeciras, di Paco ce n’erano tanti e per distinguermi aggiunsi il nome di mia madre». Cresce immerso nella cultura flamenca e già da bambino viene istruito alla pratica chitarristica in famiglia, dal padre, dal fratello Ramon de Algecirase e dallo zio Sabicas, tutti chitarristi di professione, mentre fuori dall’ambito familiare il suo primo maestro è Niño Ricardo.  Talento precoce, a undici anni abbandona gli studi per dedicarsi completamente alla chitarra e a quattordici anni, con il fratello Pepe, forma il duetto Los Chiquitos de Algecíras. A quindici anni si trasferisce a Madrid con la sua famiglia e successivamente parte con il fratello per il primo tour, con destinazione Stati Uniti. 

Nel 1965 de Lucia avvia una serie di collaborazioni musicali con vari artisti: fra gli altri Ricardo Modrego e A. Fernandez Diaz Fosforito con il quale incide la ‘Seleccion Antologica del Cante Flamenco’. Nel 1967 incide il suo primo album da solista ‘La fabulosa guitarra de Paco de Lucia’.L’incontro decisivo per la sua carriera, e per l’acquisizione del suo stile personalissimo e virtuoso è  quello del 1968 con Camarón de la Isla, estroso musicista con cui inciderà ben 12 album tra il 1968 e il 1977. La lunga serie di tour acclamati e l’enorme popolarità ottenuta in tutta la Spagna lo condurrà all’invito ad esibirsi al Teatro Real di Madrid, il 18 febbraio 1977, dove fino ad allora non si era mai esibito nessun chitarrista di flamenco. Nello stesso anno si sposa con Casilda Varela

Tradizionalista, ma sempre attento ai fermenti musicali, senza barriere stilistiche né pregiudizi di sorta, De Lucia entra in contatto negli anni Settanta con diversi musicisti di differente estrazione musicale, provenienti in prevalenza dal jazz e dal rock. Tutti personaggi che si rivelano determinanti per la sua evoluzione artistica e la maturazione di uno stile ibrido, meticcio, eterodosso, che dalla palestra flamenca si spalanca alle altre forme della musica popolare. Ed è con personaggi come Al Di Meola, John McLaughlin, Larry Coryell e Chick Corea che De Lucia dà vita e impulso a quel nuovo e coraggioso incrocio stilistico che di lì a poco troverà nella fusion la sua prima, eloquente definizione. Nel 1980 in trio con John McLaughlin e Al Di Meola pubblica un album fondamentale per quel crossover chitarristico rivoluzionario, ‘Friday Night in San Francisco’, disco cult per un’intera generazione nonché enorme successo commerciale, con più di cinque milioni di copie vendute.

Eppure già l’anno successivo, nel 1981, De Lucia torna all’amato flamenco per un disco decisamente rivoluzionario, ‘Solo quiero caminar’, che realizza con Ramón de Algeciras, Pepe de Lucía, Rubén Dantas, Carles Benavent e Jorge Pardo. Nella seconda metà degli anni Novanta si riunisce dopo tredici anni con John McLaughlin e Al Di Meola con i quali torna a girare in tour, dopo la pubblicazione dell’album ‘The Guitar Trio’. Nel 1998 pubblica ‘Luzia’, dedicato alla madre scomparsa, e per la prima volta,  insieme all’amata chitarra, Paco fa ascoltare la sua voce.

Numerosi i riconoscimenti e i premi conferitigli nel corso della sua lunga carriera: Premio nazionale di Chitarra di Arte Flamenco, Medaglia d’oro al merito delle Belle Arti, Premio Príncipe de Asturias nell’Arte nel 2004, quindi nel 2007 l’Università di Cadice e nel 2010 il Berklee College of Music di Boston gli hanno conferito il titolo di dottore Honoris Causa per il suo contributo musicale e culturale. L’ultimo suo album risale al 2011, ‘En Vivo conciertos España 2010’, con 2 cd e un dvd.

Una figura carismatica e innovativa come Paco de Lucia è insostituibile, non si vedono all’orizzonte eredi che possano raccogliere un testimone così pesante. L’artista ci ha lasciato un’eredità incalcolabile di melodie, ritmi, atmosfere che oggi probabilmente, verranno scoperte anche dai più giovani. A loro spetterà il compito di studiare quelle perfette architetture sonore, e di tramandarle alle generazioni successive, in un ponte ideale tra passato e futuro, flamenco e rock, tradizione e innovazione.

 

 

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