martedì, Aprile 20

Addio, Antonio Guarino, Vate del Diritto Romano

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Glielo dovevo. Per quello che ha rappresentato nella mia vita e non solo di studentessa. Per il rigore, l’autorevolezza, il carisma. E’ morto qualche giorno fa, ultracentenario, Antonio Guarino, decano dei docenti universitari di Istituzioni di Diritto Romano, colui che, con un libro chiarissimo e estesissimo, seppe farmi amare tale materia, all’apparenza ostica e, per i superficiali, persino inutile o comunque secondaria.

No, non è il solito epitaffio da ex allieva e non rubo spazio a L’Indro per crogiolarmi nel ricordo di un vecchio professore, forse per restituirmi una boccata di gioventù.

Antonio Guarino è stato un’icona del diritto italiano e mondiale; uno di quei personaggi che davvero ne nascono tre o quattro a generazione, nelle materie pilastro dell’esistenza d’un Paese.

Quasi un sacerdozio, il suo, in una materia che costituisce la pietra d’angolo di ogni sistema giuridico. Era considerato una specie di oracolo che non si limitava a insegnare fra l’altro, la mitica massima di Eneo Domizio Ulpiano: ‘Honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere’ (Vivere con onestà, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo), ma ne faceva il fulcro della sua vita.

Ricordo le sue lezioni affascinanti, che ti facevano sentire al centro del Foro Romano, ad ascoltare dal vivo i grandi del Diritto che costruirono un sistema giuridico valido fino ai giorni nostri. Anzi, tutte le superfetazioni moderne ne hanno offuscato la linearità e la logica.

Avevo adottato la saggia abitudine di non considerare l’obbligo di frequenza scolastica retaggio delle scuole superiori, trasferendolo anche allo studio universitario. Poiché Istituzioni di Diritto Romano era uno dei primi scogli che incontravamo sul nostro cammino di matricole, presi di petto l’impegno e mi recavo più volte alla settimana a via Mezzocannone 16, una delle varie sedi della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II‘ di Napoli, a seguire le lezioni dell’allora già anziano  -ai nostri occhi di ventenni, mentre doveva avere intorno ai 61 anni, quasi la mia età di oggi-  professor Guarino, considerato uno spauracchio incontentabile da moltissimi studenti.

Facile accusare un professore di eccessiva severità, quando non si ha voglia d’impegnarsi.

Un alibi comodo, ma futile: certo, bisognava studiare un libro che era un vero e proprio tomo d’enciclopedia, duemila pagine o giù di lì; io, poi, con la fissa della frequenza, avevo anche allungato i tempi   -ma assai semplificato lo studio in proprio, perché ascoltando e prendendo appunti, si giungeva ad imparare automaticamente.

Antonio Guarino, ai miei occhi di quasi ventenne fresca di liceo, dunque ancora non ‘scafata’ negli studi universitari, appariva come un retore che aveva solo per la tirannia della modernità, sostituito la maestosa toga adorna del laticlavio (ai tempi era anche senatore del PCI-Sinistra Indipendente nella VII Legislatura fra il 1976 e il 1979) con un impeccabile completo grigio, camicia bianca, cravatta. Solo che era così autorevole che l’invisibile toga prevaleva.

Il suo insegnamento era importantissimo per fornire un basamento robusto e ben radicato a noi aspiranti tecnici del Diritto, influenzando in maniera indelebile il nostro approccio alle materie giuridiche.

Dobbiamo ringraziarlo, tutti noi che siamo stati suoi allievi  -migliaia e migliaia, passati sotto le forche caudine della sua austera rigorosità e non a caso era di origine sannita, nato a Cerreto, patria di quei Sanniti inventori appunto delle forche caudine-  per averci fatti destinatari del meraviglioso dono della sua dottrina, stigmate che portiamo dentro di noi ancora oggi, nel mio caso a quarant’anni dall’aver ascoltato i suoi insegnamenti.

Istituzioni di Diritto Romano era l’unico esame che prevedeva anche una prova scritta; una garanzia di serietà della preparazione, perché, come insegna una massima latina, estratta dal discorso di Caio Tito al Senato: ‘verba volant, scripta manent‘ e quello era un barometro valutativo molto sensibile rispetto alla metabolizzazione dei precetti raggiunta dagli studenti.

Dopo aver perso un certo numero di esaminandi per strada, il secondo step era quello di affrontare il plotone di esecuzione degli assistenti: a me ne toccarono due fra i più ostici, di cui ricordo solo i cognomi, Camodeca e Scarano.

Mi sentii come una sfoglia dinanzi alla macchina della pasta, letteralmente trasformata in tagliatelle (e quel giorno, piovosissimo e umido, avevo anche 39 di febbre). Fummo davvero in pochi ad affrontare la prova suprema, l’interrogazione da parte del titolare di cattedra: una vera gimkana da cui uscii vittoriosa, ma con le gambe talmente di semolino che, nell’alzarmi, vacillai e spaventai persino il professore che mi aveva appena dato un bel voto.

Non credo di essere stata l’unica a provare quest’esperienza così segnante di fronte all’esame di Istituzioni di Diritto Romano. Allora, sul momento, l’immaturità dell’età mi dava una visione un tantino critica ed impaziente rispetto alla severità dello screening adottata dal professor Guarino.

Nel corso degli anni, anzi dei decenni, la mia visione è radicalmente cambiata: la sua metodologia d’insegnamento e d’esame oggi, col senno di molto… poi, mi sembrano testimonianza di amore per la scienza e, in definitiva, di amore per noi studenti, insegnandoci ad essere coerenti con l’impegno assunto iscrivendoci all’Università.

Dunque, non occorre rincorrere una frequenza universitaria ‘sportiva’, di cui possono essere involontari complici i professori di ‘manica larga’, ma una scuola di vita, perché ogni cosa che si fa, dev’essere affrontata con rigore e capacità di autocritica.

Antonio Guarino è stato un maestro innanzitutto di vita, per migliaia e migliaia di noi. Mi/ci ha contagiato l’amore per il Diritto Romano, il sistema giuridico più limpido e senza strizzate d’occhio ad personam che sia mai esistito.

Non l’ho mai più rivisto, da non so quanti decenni. Voglio dirgli grazie, anche perché ora, son qui a scrivere, seguendo la mia passione per le parole e l’impegno sociale affinché per tutti ci sia una cittadinanza equanime e il rispetto delle leggi.

E un pochino sento che è questa l’eredità che mi ha lasciato, racchiusa fra le pagine di un libro rilegato in tela rosso granato che ha allevato alla bellezza del diritto tante generazioni di giovani ‘Per Scientiarum haustum ac Seminarium doctrinam‘, così com’è scritto sul frontone dell’Università di Napoli, la più antica università laica del mondo, fondata dall’Imperatore Federico II nel 1224.

 

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