giovedì, Agosto 5

Addio all'eroe Madiba field_506ffb1d3dbe2

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L’«eroe personale» di Barack Obama se n’è andato. Tra i grandi del mondo, il Presidente nero degli Usa è la personalità che più si è ispirata al leader anti apartheid Nelson Mandela. «Non posso immaginare la mia vita senza il suo esempio», ha dichiarato commosso l’inquilino della Casa Bianca alla notizia della morte del Nobel per la Pace sudafricano. «Madiba è stato uno degli uomini più coraggiosi e influenti che l’umanità abbia avuto, mi ha dato l’idea di cosa si può raggiungere quando si è guidati dalla speranza. La sua eredità deve essere raccolta per promuovere l’uguaglianza e costruire un mondo più giusto e più prospero», ha detto Obama.
Per molti afroamericani è lui l’erede statunitense dell’uomo che, con il suo pensiero e le sue battaglie per la libertà, riuscì a far abolire la segregazione razziale nell’ex colonia dominata dai bianchi.

Malato da tempo, Mandela si è spento la sera del 5 dicembre nella sua casa di Johannesburg, a 95 anni, dopo un anno segnato dai ricoveri in ospedale, per gravi infezioni polmonari. Il Presidente sudafricano Jacob Zuma ne ha dato notizia dopo poche ore, vestito di nero e con il volto tirato. Subito la folla si è radunata davanti all’abitazione di Madiba: molti in lacrime, qualcuno sorridendo e ballando, grati verso un uomo venerato quasi come un santo. In Sud Africa è in lutto nazionale, tutte le bandiere sono a mezz’asta: «I funerali solenni di Mandela», ha fatto sapere Zuma, «si celebreranno domenica 15 dicembre a Qunu. Mentre lo Stato lo ricorderà con una commemorazione nazionale martedì 10 dicembre nello stadio di calcio di Johannesburg». Obama sarà nel Paese a presenziare.

Lutto nazionale, per la scomparsa di Madiba, è stato proclamato anche nei Territori palestinesi dal Presidente dell’Anp Abu Mazen. Messaggi di cordoglio sono stati pubblicati sia al Fatah, il partito al Governo in Cisgiordania, sia da Hamas, alla guida nella Striscia di Gaza. «Mandela era un combattente della libertà e un convinto sostenitore della causa palestinese», hanno dichiarato all’unisono i due movimenti. «La nostra libertà non è completa senza la libertà dei palestinesi», aveva dichiarato il Nobel sudafricano. Dalla sua cella del carcere israeliano, il leader di al Fatah Marwan Barghuti, appreso della scomparsa, gli ha fatto eco. «La nostra libertà sembra possibile proprio perché tu hai conseguito la tua».

Bandiere a mezz’asta sono state calate anche negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia, dove il Presidente François Hollande ha salutato Mandela come un «magnifico combattente». Per il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon è venuto a mancare un «gigante per la giustizia, fonte di ispirazione per l’umanità». «Il suo nome resterà per sempre associato alla lotta contro l’oppressione del suo popolo. La Germania è in lutto con il Sud Africa», ha dichiarato la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Mandela è stato anche un idolo per artisti impegnati e icone dello sport mondiale: «Sin da quando ero un adolescente, facevo tutto quello che Mandela mi diceva di fare, come un militante qualsiasi», ha raccontato la star degli U2 Bono Vox. «Ora è libero per sempre. Ha ispirato gli altri per raggiungere quello che appariva impossibile», ha detto Cassius Clay, alias Mohamed Ali, «ma la sua anima e il suo spirito non possono essere limitati alla lotta alle ingiustizie razziali ed economiche. Mandela è stato un uomo di cuore, ci ha insegnato il perdono, al posto dell’odio e della vendetta». Tra i leader italiani, anche l‘ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi ne ha ricordato la «grande dolcezza».

Il Continente nero è sulle cronache internazionali anche per le operazioni militari francesi nella Repubblica centrafricana, autorizzate dall’Onu per riportare l’ordine nella regione. Il Ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian ha annunciato la mobilitazione di 1.200 soldati, iniziata il 5 novembre con i pattugliamenti e i primi scontri a fuoco nella capitale Bangui. Gli scontri tra cristiani e musulmani hanno fatto centinaia di vittime: solo nell’ultima giornata sono almeno 105 morti.

Brutte notizie anche dalla Nigeria dove è stato rapito un tecnico italiano: il 55enne Marcello Rizzocatanese project manager per un’azienda edile italiana impegnata nella costruzione di un ponte sul Delta del Niger. La Farnesina ha confermato la notizia, attivando tutti i canali per «una soluzione positiva del caso», ma non rilasciando ulteriori dettagli, per una questione di «massimo riserbo». Pare comunque che Rizzo non sia nelle mani dei guerriglieri del Mend, ma di una banda criminale.

In Europa, i riflettori restano puntati sulle proteste in Ucraina. Interrotto lo sciopero della fame, la leader dell’opposizione Yulia Timoshenko, ha chiesto a Stati Uniti e Unione europea sanzioni contro il Presidente Viktor Ianukovich e la sua famiglia, dopo le violenze della polizia contro i manifestanti europeisti a Kiev. «Esorto chiunque possa combattere a combattere. La nostra è una protesta pacifica», ha chiesto l’ex Premier dal carcere, accusando il Capo di Stato di aver «scelto la strada della dittatura. Un nuovo Stalin sta nascendo».

Nella capitale ucraina, i deputati dell’opposizione hanno bloccato il Parlamento, chiedendo la «fine delle persecuzioni politiche». Nel Municipio occupato, i dimostranti hanno creato un comitato di autogoverno, ignorando l’ultimatum dei cinque giorni per lo sgombero del Tribunale di Kiev. La giustizia ucraina ha invece rimandato al 27 dicembre il processo a carico di Timoshenko per presunte malversazione ed evasione fiscale negli anni ’90. Dall’Unione europea (Ue) è arrivato un nuovo appello a «indagini sull’uso eccessivo della forza contro dimostranti pacifici», presi a manganellate in piazza Maidan. Kiev, comunque, sembra ormai ripiegata su Mosca: di ritorno dalla Cina, il Presidente Ianukovich ha incontrato l’omologo del Cremlino Vladimir Putin, per «discutere di cooperazione economica e commerciale, nell’ambito di un futuro accordo di partenariato strategico». «I politici stranieri non inteferiscano con le proteste ucraine» ha ammonito il Premier russo Dmitri Medvedev.

Dalla sua ultima tappa asiatica in Corea del Sud, il vice Presidente degli Usa Joe Biden ha ribadito non riconoscere, a nome del Paese, la «zona aerea di difesa e identificazione» proclamata unilateralmente dalla Cina.  Archiviati i toni concilianti negli incontri di Pechino, la dichiarazione riporta alta la tensione nei mari contesi tra Cina, Taiwan e Giappone. 

In Medio Oriente, al contrario, i rapporti tra Israele e Palestina si sono distesi con il terzo incontro tra il Segretario di Stato americano John Kerry, Il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il Presidente palestinese Mazen, per i negoziati di pace: «Israeliani e palestinesi da anni non sono mai stati così vicini», ha dichiarato Kerry.

Ma gli attentati terroristici continuano a mietere vittime: in Iraq, il network affiliato ad al Qaeda Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) ha rivendicato i maxi attentati al quartier generale dell’Intelligence e a un centro commerciale di Kirkuk, del 4 novembre. In Yemen, il network jihadista di Bin Laden ha rivendicato su Twitter le esplosioni dei kamikaze del 5 novembre nella capitale Sanaa, che hanno provocato cinque morti.

 

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