giovedì, Giugno 17

Adattarsi, prima regola per evitare di essere adattati Per il fondatore di Seta Capital, dopo aver ceduto l’azienda la si dovrebbe rimpiazzare su basi nuove

0

“Il nostro team è in costante crescita e vanta otto partner con cui lavoriamo costantemente in Italia, Cina, Thailandia, India, Regno Unito e in altri Paesi europei” spiega Tommaso Lazzari (38 anni) che ha fondato a Milano, insieme a Tanya Wen (33 anni), Seta Capital. Questa ‘boutique di consulenza finanziaria’ è specializzata in M&A (merger and acquisition), cioè fusioni e acquisizioni industriali.

“Stiamo anche istituendo un fondo di coinvestimento”, continua Lazzari, “allo scopo di accompagnare l’investimento del principale investitore, che spesso è un fondo di private equity cinese o asiatico, con una nostra quota di minoranza”.

 

Tommaso Lazzari, qual è la missione specifica di Seta Capital?

Seta Capital è un’azienda giovane che aiuta le imprese italiane ad internazionalizzarsi aprendo per loro nuovi mercati. Lavoriamo spesso con società di alta tecnologia entrando in contatto con realtà stimolanti. Siamo in grado pertanto di aiutare le aziende italiane ad orientarsi nel complesso processo d’integrazione e scelta del partner giusto per fare crescere il proprio business in Cina e in Asia.

 

Come ha maturato la sua competenza professionale sulla Cina?

Avendo svolto parte dei miei studi in Cina, ho potuto apprezzarne appieno le potenzialità. Credo molto, perciò, nel valore delle sinergie tra aziende italiane e cinesi ad ogni livello. Prima di studiare finanza, ho avuto una formazione ingegneristica e sono naturalmente inclinato a portare struttura e innovazione nei nostri processi. Per esempio stiamo costruendo una nuova piattaforma online per facilitare l’incontro tra società e investitori. Inoltre, avendo lavorato per un decennio in aziende meccaniche italiane, riesco a spiegare le ragioni degli imprenditori italiani agli investitori asiatici, creando una migliore cooperazione sin dai primi contatti.

 

Come si potrebbero attrarre maggiormente in Italia i capitali cinesi?

Di sicuro rendendo le leggi più trasparenti e flessibili. Spesso i nostri clienti stranieri sono spaventati dal fatto che le aziende italiane, che pure sono sull’orlo del fallimento, non possano ristrutturare il personale all’insegna dell’efficienza, o che fare rispettare i contratti non sia semplice e che le vie della burocrazia siano infinite. Contemporaneamente, l’attrazione di capitali dall’estero passa anche attraverso una riforma del sistema di tassazione. L’esempio di Olanda, Svizzera e Lussemburgo è davanti a tutti.

 

Cosa manca al nostro made in Italy per essere più conosciuto in Cina?

Bisogna promuovere di più il made in Italy in Cina per farlo conoscere davvero. Altre nazioni hanno fatto un ottimo lavoro in questo campo, la Francia lo ha fatto con il vino, l’Olanda con il formaggio. L’Italia si affida troppo spesso alle sole iniziative private, mentre dobbiamo fare sapere alla Cina che l’Italia non è soltanto Armani e Versace, ma anche vino, cibo, meccanica di precisione, robotica e tecnologie innovative. Alcuni passi sono stati fatti, ma dobbiamo strutturare meglio questo processo, non affidarlo ad iniziative sporadiche.

 

E cosa dovrebbero fare le nostre piccole e medie aziende?

Anche le aziende italiane si devono strutturare per ricevere investimenti. Troppe piccole aziende non riescono a svilupparsi perché i titolari, cioè la famiglia che le possiede, non vogliono sentire parlare d’investitori. Siamo in un mondo globale, o ci si adatta o si verrà adattati.

 

Nonostante la flessione dell’economia cinese, ci potrebbe essere una vera e propria ondata d’investimenti cinesi in Italia?

Speriamo! Questo sicuramente stimolerebbe l’economia italiana per il bene di tutti. Vendere una società ad investitori esteri non deve essere visto come un depauperamento degli asset dell’Italia, ma come la conferma che la tecnologia italiana può essere competitiva e vendere nel mondo. Servono più giovani imprenditori e giovani designer per creare nuove aziende che rimpiazzeranno quelle vendute. Non dobbiamo piangere perché Ducati è stata venduta a una società tedesca, ma dobbiamo darci da fare per crearne un’altra che ponga le basi sull’esperienza maturata dalla precedente, perché probabilmente ci sarà l’opportunità di venderla ad investitori esteri.

 

Crede che non solo nella vendita di marchi prestigiosi, ma anche nel greenfield ci siano delle opportunità per le imprese italiane?

Certamente. Come dicevo, siamo in un mondo globale. Questo significa che creare società di valore è ora più che mai l’unica via percorribile. Al di fuori dei marchi di moda, la Cina ricerca nuove soluzioni per l’energia pulita, sistemi di filtrazione di acqua e aria, sistemi d’intelligenza artificiale, robotica, sistemi di controllo, prodotti per la gestione della logistica, l’automazione, prodotti di cosmetica, prodotti per la chirurgia estetica e farmaceutici. Il nostro Paese possiede queste conoscenze in tante persone d’esperienza, nelle università e in molte aziende.

 

Cosa bisogna fare allora?

Bisogna avere il coraggio di staccarsi dal proprio orticello. Le piccole aziende famigliari si devono internazionalizzare, aprendosi a investitori esperti. I giovani si devono staccare dal concetto che il punto di arrivo sia un contratto a tempo indeterminato e devono entrare nel vivo del business.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->