domenica, Maggio 16

Acqua, risorsa geopolitica e geoeconomica

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L’acqua è fonte di vita ed è una risorsa alla base delle principali attività umane, come l’agricoltura e la produzione industriale. Essa, come l’aria, rappresenta è una risorsa particolare: rinnovabile, ma non incrementabile e, soprattutto, non sostituibile. Nel nostro pianeta ce n’è esattamente la stessa quantità che c’era in epoca preistorica. Rispetto ad allora però ci sono molto più persone, e l’esigenza di nutrire una popolazione mondiale in rapida crescita – nel 2050 toccherà quota nove miliardi, per circa il 70% concentrata in insediamenti urbani – farà della corsa all’acqua la vera posta in gioco del nuovo millennio, aumentando la competizione locale e globale per il suo controllo.

Da qui nasce il grande tema del dibattito politico in merito alla gestione delle risorse idriche: a chi appartiene l’acqua? In teoria l’acqua appartiene alla Natura ed è compito dell’umanità garantirne l’accesso e l’utilizzo razionale nel rispetto di tutti. In pratica, quasi il 40% della popolazione mondiale dipende da sistemi fluviali comuni a due o più Paesi.
L’acqua, infatti, non rispetta i confini nazionali; anzi in molti casi li definisce. Ovunque nel globo ci sono laghi a cavallo tra due o più Stati, oppure sorgenti di fiumi che nascono in un Paese diverso rispetto a quello in cui è situata foce, o ancora affluenti che si diramano verso altri Paesi. In queste condizioni lo sfruttamento idrico a monte può condizionare pesantemente la portata d’acqua a valle, aumentando il rischio di tensioni.

Spesso i governi non comprendono pienamente il potenziale rischio sociopolitico conseguente all’indisponibilità di questa importante risorsa e, di riflesso, la necessità e l’urgenza di avviare procedure di cooperazione affinché questo rischio sia contenuto. Al contrario, l’affermazione della sovranità sui corsi d’acqua rimane ancora oggi, nel mondo dell’economia globalizzata, l’espressione più forte e autorevole della supremazia statuale, intesa come controllo legittimo di un territorio e delle risorse in esso custodite.

L’ecopolitica, ovvero la governance geopolitica e strategica delle risorse naturali, è sempre stata un dossier sensibile e vulnerabile per la gestione del potere degli Imperi. Anche nell’ultimo tra i grandi imperi della Storia, l’Unione Sovietica, si sono registrati numerosi casi di rivolta contro i Soviet locali per la cattiva gestione delle risorse naturali, in particolare quelle d’acqua. Non dimenticato che i problemi che sorgono oggi in una regione possono poi produrre conseguenze in altre parti del pianeta: pensiamo, ad esempio, alle migrazioni di massa.

Inoltre, il valore crescente dell’acqua, le preoccupazioni inerenti la sua qualità e quantità e le differente disponibilità, stanno avvicinando sempre più l’acqua al petrolio e ad altre risorse strategiche. Essa, ma più precisamente il suo controllo, può diventare strumento diretto o indiretto di dominazione politica ed economica e può contribuire all’emergere di conflittualità di carattere nazionale o internazionali. Non a caso nel 1995 il Presidente della Banca Mondiale aveva dichiarato che «le guerre del prossimo secolo saranno combattute per l’acqua», e il caso del Nilo -con l’Egitto che ha più volte minacciato azioni belliche contro gli Stati a monte- è forse l’esempio più emblematico delle tensioni che possono nascere intorno alla condivisione delle risorse idriche.

Oggi ad essere maggiormente a rischio sono alcune regioni del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e del Sudest asiatico, per le quali l’acqua rappresenta un vero e proprio bene strategico per la sopravvivenza di intere nazioni, e in quei contesti caratterizzato da sistemi idrici transnazionali e dove quindi l’approvvigionamento di più paesi dipende da fonti comuni. In queste condizioni, qualsiasi iniziativa in grado di mettere in forte una costante fornitura d’acqua può allarmare un governo al punto da essere considerata un casus belli.

Nel rapporto 2014 del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) delle Nazioni Unite si parla della prospettiva di una ‘grande sete’ di fine secolo, stimando nel 2100 almeno un miliardo di persone senza acqua sufficiente nelle città, e una produzione di grano, mais e riso che crolla del 2% l’anno ogni 10 anni essenzialmente per problemi legati alla carenza di risorse idriche.

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