martedì, Settembre 28

Acqua minerale confezionata: un affare da oltre 2 miliardi di euro true

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Right2Water acqua

Tutti la bevono ogni giorno ma in pochi sanno quanto quel gesto alimenti un giro di affari di proporzioni inimmaginabili. L’acqua confezionata genera in Italia un fatturato per le aziende del settore pari a 2,3 miliardi di euro. I dati sono quelli contenuti negli “Annuari del Bere” di Beverfood una pubblicazione unanimemente definita come la bibbia del settore.

Un volume di affari, quello del confezionamento dell’acqua, alimentato soprattutto dalla voglia spasmodica degli italiani di consumare acqua minerale già imbottigliata. Il belpaese infatti ha il record assoluto in Europa di consumo pro capite: 192 litri. Le regioni del nord sono quelle in cui avviene il maggior consumo (49%), seguito dal centro (25%) dal sud e dalle isole (26%). Notevole anche il costo sostenuto dalle famiglie per poter dire di bere ‘sano’.

Stando ai dati di Mineracqua, la federazione a cui fanno capo le maggiori aziende del settore, si scopre infatti che ciascun nucleo spende 118 euro, considerando il prezzo medio dell’acqua minerale in Italia di (0,21 € al litro). Spesa che scende a 64 euro se la famiglia consuma acqua di primo prezzo (0,117 € al litro) e aumenta a 185 euro annui se la famiglia consuma un’acqua premium (0,338 € al litro).

Di queste cifre, secondo un’indagine condotta da Legambiente, il 90% è dato dai costi della bottiglia unitamente a quelli dei trasporti e pubblicità, solo per l’1% dall’effettivo costo dell’acqua. 

Affari per le aziende ma anche inquinamento. «Questi grandi volumi di acqua imbottigliata – fanno sapere dagli ambientalisti –  causano l’utilizzo di elevatissime quantità di plastica»  Secondo l’associazione che da anni si batte per la salvaguardia del territorio nel confezionare le bottiglie «vengono utilizzati principalmente imballaggi e contenitori di plastica pari all’80% del totale, con un grande impatto ambientale». Numeri senz’altro impressionanti quelli raccolti dall’associazione. Per soddisfare l’incomprensibile sete di acqua confezionata degli italiani, vengono utilizzate oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litri, per un totale di più di 450 mila tonnellate di petrolio utilizzato e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse. Di queste solo per un terzo, vengono correttamente avviate a recupero e riciclo.

Non mancano le ripercussioni ambientali anche per ciò che concerne il trasporto. «Per spostare enormi quantitativi di bottiglie di plastica in tutta Italia è utilizzato per la maggiore il trasporto su gomma, circa l’85% del totale, con immissioni notevoli di CO2 in atmosfera. Basti pensare che un litro d’acqua imbottigliato nel nord Italia percorre oltre mille chilometri prima di arrivare sulle tavole dei cittadini pugliesi e viceversa».

Un grande affare per le aziende che però non ha ricadute economiche positive sui territori o quanto meno non in proporzione rispetto a quanto normalmente intascato da chi le produce. Quest’ultime infatti sono tenute a pagare alle Regioni in cui operano un canone per poter raccogliere l’acqua ed imbottigliarla.

I canoni variano da 1 a 2,5 euro per m3 o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per m3 o frazione di acqua utilizzata o emunta; infine 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa. Peccato però che spesso e volentieri le Regioni preferiscano rinunciare al guadagno arricchendo sempre di più le casse delle aziende produttrici.

A scorrere i dati si scopre così che solo Lazio e Sicilia applicano le tariffe maggiori per le concessioni sulle acque minerali. Emilia Romagna, Molise, Puglia e Sardegna sono altresì le Regioni meno virtuose. Esse prevedono solo il canone sulla base della superficie della concessione e non sui metri cubi di acqua emunta o imbottigliata.  

«L’acqua è un bene pubblico e pertanto appartiene a tutti i cittadini. Appare perciò difficile comprendere perché le aziende imbottigliatrici paghino alle comunità che le ospitano delle quote irrisorie per la superficie occupata dai loro stabilimenti e per i volumi di acqua prelevata dalle loro attività”. Acqua che viene venduta come prezzo medio di vendita, a 0,26 euro al litro, mentre alle rispettive Regioni, le aziende imbottigliatrici pagano in media 1,1 euro ogni 1000 litri. “Cioè – fanno notare da Legambiente –  poco più di un millesimo di euro per litro imbottigliato, con ampi margini di guadagno. Tutto ciò accade perfino in quelle regioni dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico».

A fronte di un quadro così desolante Legambiente propone di istituire un canone minimo nazionale per le concessioni di acque minerali pari ad almeno 20 euro a m3, ossia 0,02 euro al litro imbottigliato. Ai tassi attuali di prelievo si ricaverebbero circa 250 milioni di euro, rispetto ad un giro di affari che supera i 2 miliardi di euro. 

A quanto ammonta poi il mancato guadagno per la comunità è presto detto. Applicando le tariffe proposte da Legambiente la Lombardia, passerebbe dagli attuali 1,5 milioni circa ad oltre 26 milioni di euro. Dicasi lo stesso per la Campania, che oggi incassa dalle aziende 460mila euro per i litri imbottigliati, applicando il canone proposto, arriverebbe invece a 30,7milioni di euro incassati ogni anno. Per non parlare poi delle Regioni che, pur essendo in perenne affanno per ciò che concerne l’approvvigionamento idrico, preferiscono di fatto regalare l’acqua alle aziende. La Puglia ad esempio  potrebbe incassare 1,4 milioni di euro all’anno piuttosto che la Sardegna, la quale arriverebbe quasi a 5 milioni di euro. Tutte risorse che potrebbero essere impiegate per valorizzare il territorio e risollevare l’economia. Insomma ogni qualvolta si rinuncia all’acqua del rubinetto a favore di una bottiglia confezionata valga per tutti il vecchio monito secondo cui ‘l’acqua vale oro’. 

 

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