venerdì, Settembre 17

Acqua: le dispute per l'oro blu in Medio Oriente La competizione per le risorse idriche si intreccia con uno scenario di cronica instabilità politica

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Se con la Giordania la cooperazione ha da tempo preso il posto della competizione, stessa cosa non si può ancora dire nell’ambito dei Territori occupati (alture del Golan, Cisgiordania e Striscia di Gaza), dove l’indubbia posizione di forza di Israele finisce per prevaricare i diritti di sfruttamento della popolazione palestineseLa Cisgiordania ospita soprattutto tre bacini di acqua sotterranea (gli acquiferi del Monte Carmelo) attualmente contesi tra lo Stato ebraico (che attualmente ne sfrutta buona parte del potenziale idrico attraverso un sistema di pozzi molto profondi) e l’Autorità Palestinese. I bacini si trovano esattamente sotto le colline della Giudea e della Samaria, mentre i pozzi di accumulazione si trovano proprio sulla Green Line tra Israele e Cisgiordania. Questa fonte fornisce circa un quarto del fabbisogno idrico di Israele e delle colonie israeliane e quasi tutta l’acqua ricevuta dai palestinesi in Cisgiordania.

Dal punto di vista economico e sociale la concorrenza nell’utilizzazione delle fonti idriche riflettono gli squilibri già esistenti sul piano politico. Nei Territori occupati la popolazione è meno la metà di quella israeliana, ma consuma soltanto il 10-15 per cento dell’acqua consumata in Israele. La Cisgiordania fornisce tra il 25 e il 40% dell’acqua di Israele; Israele consuma 1’82% dell’acqua della Cisgiordania, mentre i palestinesi ne usano tra il 18 e il 20%. L’uso dell’acqua dei palestinesi è controllato e limitato dal governo israeliano. I coloni israeliani dispongono di una quantità di acqua pro capite sei volte maggiore di quella dei palestinesi, i quali registrano un consumo d’acqua molto inferiore agli standard internazionali, sia per quantità sia per qualità.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967 Israele ha esteso il proprio controllo sulle Alture del Golan, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, con la conseguenza che tutte le risorse idriche, superficiali e sotterranee, passarono sotto il suo controllo, in violazione del diritto internazionale vigente. L’instaurazione di un sistema restrittivo che stabilisce l’attribuzione di quote di prelievo, l’imposizione di tariffe e la limitazione di licenze di perforazione, ha permesso allo Stato ebraico di provvedere alle forniture idriche degli insediamenti coloniali e in pratica di controllare le falde idriche sotterranee condivise con i palestinesi. In pratica oggi tutto l’approvvigionamento e la gestione idrica dei Territori Palestinesi occupati è passata nelle mani dell’amministrazione militare israeliana e gli enti palestinesi preposti alla gestione delle acque a livello locale sono stati privati delle loro funzioni, prima e dopo gli accordi di Oslo del 1993.

Nella Striscia di Gaza la situazione è ancora più drammatica: l’unica risorsa di acqua, l’estremità meridionale della falda acquifera costiera, è insufficiente per le esigenze della popolazione, ma Israele non permette il trasferimento di acqua dalla Cisgiordania a Gaza. La falda acquifera è stata impoverita e contaminata da un eccesso di estrazione e dall’infiltrazione di acque reflue e acqua di mare, e il 90-95 per cento della sua acqua è contaminata e inadatta al consumo umano. Com’è facile intuire, il problema dell’acqua rappresenta uno dei capitoli più delicati nel contesto più ampio del conflitto israelo-palestinese.

 

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