venerdì, Luglio 30

Acqua: le dispute per l'oro blu in Medio Oriente La competizione per le risorse idriche si intreccia con uno scenario di cronica instabilità politica

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Tra le regioni sottoposte a una condizione di un elevato stress idrico, il Medio Oriente spicca per pericolosità e per le implicazioni strategiche che una guerra per l’acqua potrebbe avere. Un’area dove l’acqua è essa stessa un fattore strategico, in grado di esacerbare una tensione già elevata a causa di ragioni storiche, politiche e religiose.

I bacini dei grandi fiumi, tra i quali l’Eufrate, il Tigri e il Giordano, sono stati la culla di alcune delle più antiche civiltà del mondo, mentre altrove, nel corso della storia, le popolazioni della regione hanno dovuto dimostrare una grande capacità di adattamento alle difficili condizioni climatiche. La scarsità d’acqua ha dunque plasmato le culture locali, influenzandone le abitudini e gli stili di vita e di conseguenza lo sviluppo sociale ed economico.

Negli ultimi decenni idrica la situazione è però andata progressivamente deteriorandosi a causa dell’elevata crescita demografica. L’incremento dei bisogni ha determinato una crescente competizione tra settori economici in termini di accesso alle risorse, alimentando la conflittualità sia interna che – soprattutto – esterna dei vari Paesi. A ciò va aggiunto che acquiferi e bacini contesi, come già ricordato, si trovano in un’area del globo dove le dispute legate all’acqua si intrecciano con uno scenario di cronica instabilità politica. Bacini che rappresentano le diverse facce della stessa guerra dell’acqua: in tutti i casi c’è uno Stato che ha assunto il ruolo di attore egemone, convinto che i suoi bisogni abbiano sempre e comunque la prevalenza su quelli degli altri Stati rivieraschi.

Prendiamo il caso del bacino idrico del Tigri – Eufrate. I due fiumi scorrono attraverso tre Paesi; in ordine: Turchia, Siria, e Iraq. Il Tigri è lungo 1.850 km, dei quali ben 1.418 sono in Iraq, 400 km in Turchia e solamente trentadue in Siria; l’Eufrate è lungo circa 3.000 km, dei quali 1.230 scorrono in Turchia, 710 in Siria e 1.060 in Iraq.  Grazie alla sua posizione di rivierasco di corso superiore, la Turchia è un Paese relativamente ricco in termini di risorse idriche e Mustafa Kemal Atatürk fu il primo a intuire il ruolo decisivo che avrebbe guadagnato Anakara, all’interno dello scacchiere geopolitico mediorientale, se avesse saputo sfruttare l’acqua nel modo giusto.

Dagli anni Ottanta le relazioni tra i Paesi del bacino hanno subito una svolta con l’entrata in scena del GAP (Güneydoğu Anadolu Projesi), il più grande progetto idraulico della Turchia e uno dei maggiori al mondo, che riguarda lo sviluppo agricolo e industriale della regione sudest dell’Anatolia attraverso la costruzione di dighe e di bacini idrici artificiali. Esso prevede la costruzione di 22 dighe, 19 stazioni di generazione idroelettrica ed un network di irrigazione che dovrebbe dare copertura ad un’area di 1,7 milioni di ettari. Attualmente sei dighe sono ancora in costruzione; a programma terminato, l’area irrigabile passerà dall’attuale 2,9% della superficie totale al 22,8%.  Circa 6 milioni di persone vivono nell’area, di cui soltanto il 9% è costituito da turchi, mentre la parte restante è composta soprattutto da curdi e da altre minoranze. Nel 1985 il livello di vita di queste popolazioni era inferiore del 47% rispetto alla media nazionale e questa condizione di povertà contribuiva al sostegno del Pkk, il Partito dei lavoratori curdo, e alla sua lotta armata contro il governo di Ankara.

La Turchia, in qualità di Paese che ospita le sorgenti di entrambi i fiumi, sta esercitando ciò che ha sempre affermato essere ‘il diritto sovrano di sfruttare le risorse idriche nel proprio territorio’. Un diritto che gli altri Stati rivieraschi hanno teoricamente contestato fin dagli inizi del secolo scorso. Tuttavia, le turbolenze geopolitiche che negli ultimi anni ha interessato dapprima l’Iraq  ora anche e soprattutto la Siria hanno di fatto lasciato campo libero ai piani di egemonia idrica di AnkaraDurante la scorsa estate, il crollo della portata d’acqua ricca dell’Eufrate in misura del 50% ha suggellato un’inconsueta ‘alleanza’ tra il governo dell’Iraq e i vertici dello Stato Islamico: entrambi accusavano la Turchia di abusare delle risorse idriche comuni, intimando ad Ankara di rilasciare più acqua per ripristinare il naturale corso del fiume.

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