martedì, Maggio 18

Acqua, le dispute nelle Americhe field_506ffbaa4a8d4

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Nel continente americano le dispute per l’acqua, per nelle loro diverse cause, possono essere riassunte in due fondamentali aspetti: la competizione tra Paesi per lo sfruttamento dei bacini transfrontalieri (soprattutto nell’America settentrionale) e la contrapposizione di gran parte delle comunità locali alle politiche di gestione delle risorse idriche dei governi centrali (principalmente in America Latina).

Sul primo punto, va detto che il Nord America possiede acqua più che in abbondanza. Per una popolazione vicina ai 500 milioni di persone esistono riserve idriche disponibili per quasi 7 miliardi di chilometri cubi. Si tratta però di riserve non equamente distribuite: mentre il Canada dispone di una quantità d’acqua pro capite tra le più alte al mondo; gli Stati Uniti hanno una disponibilità di 9000 metri cubi all’anno; il Messico appena di 4000. Questa disparità è motivo di frizione in tema di gestione dei corsi fluviali, in particolare tra gli Usa e il loro vicino meridionale.

Sul secondo, in Sud America la gestione dell’oro blu ha visto un rapido passaggio dalla mano pubblica a quella di privati – quasi sempre aziende straniere – favorita dagli enormi prestiti che la Banca mondiale ha stanziato per i progetti idrici, specialmente dighe, in cambio della privatizzazione dei servizi idrici. L’acqua è diventata così un grosso affare per le multinazionali, che nello scollamento tra domanda d’acqua e crescente penuria hanno individuato un mercato illimitato.

Parlando di fiumi contesi, le schermaglie tra Stati Uniti e Messico sono in corso fin dall’Ottocento. Di fronte alle proteste di quest’ultimo per alcune deviazioni intervenute sul Rio Grande, realizzate dal governo di Washington per irrigare i campi del Texas e del New Mexico, il Dipartimento di Stato rispose che le deviazioni erano state fatte su acqua americana, e che gli Stati Uniti  avevano assoluta sovranità sulle risorse naturali, tra le quali l’acqua. Questo principio, passato alla storia come ‘dottrina Harmon’ (dal procuratore generale che fornì il parere legale sul Rio Grande), è ancora oggi ripreso da Paesi che non vogliono allinearsi alle norme internazionali e cercano di accaparrarsi dai bacini transnazionali la maggiore quota d’acqua possibile.

Nel 1944 i due Stati hanno sottoscritto un trattato che disciplina la ripartizione delle risorse fluviali del Colorado e del Rio Grande stabilendo la quantità d’acqua spettante a ciascuno ogni anno, ma né questo negoziato né i successivi sono bastati a risolvere le controversie.

Il Rio Grande scorre per 3.034 km attraverso un bacino di 570.000 chilometri quadrati. Il problema della suddivisione delle quote di acqua ha trovato una prima soluzione in un trattato firmato nel 1949. Ma all’epoca nella valle del fiume vevano solo 200 mila persone, oggi 20 milioni. Le città gemelle di El Paso in Texas e Ciudad Juarez in Messico erano paesi di frontiera, ora complessivamente sono abitate da oltre 2 milioni di abitanti.

Oltre al problema delle quote ‘è anche quello dell’inquinamento. Nel 1965 il Messico ha avviato il programma ‘Border Industrialization’, per favorire l’ingresso nel proprio territorio di imprese statunitensi in cambio di una serie di agevolazioni. Tuttavia, se da un parte il programma ha raggiunto l’obiettivo di crescita economica e occupazionale del Paese, dall’altra ha portato con sé i tipici problemi ambientali dei processi di rapida industrializzazione, compreso il progressivo inquinamento del fiume.

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