domenica, Agosto 1

Accordo Transpacifico, ancora stallo Le difficoltà del Giappone nei negoziati per il Trans-pacific Partnership tra Cina e Stati Uniti

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Japan's PM Abe talks to U.S. President Obama during the opening session of the Nuclear Security Summit in The Hague


Trans-pacific Partnership
, (TPP), mira a trattato di libero commercio regionale tra i più ambiziosi al momento in lavorazione. Con la recente aggiunta del Giappone ai negoziati  -nel luglio del 2013- sono attualmente dodici le Nazioni coinvolte: Australia, Brunei, Canada, Cile, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore, Stati Uniti, Vietnam, e, appunto, Giappone. Grande assente: la Cina, che, insieme alla Corea del Sud, solo ultimamente ha mostrato un formale interesse al progetto senza per questo aderire ai negoziati.

Gli obiettivi del TPP sono di gran lunga superiori a quelle di qualsiasi altro accordo di libero commercio realizzato finora. Nel mirino, il commercio a 360°. Non solo, quindi, abbattimento delle barriere tariffarie ma anche interventi su proprietà intellettuale, concorrenza, modalità di risoluzione delle controversie tra Stato e privati, appalti pubblici fino a tutela dell’ambiente del lavoro ed e-commerce.
L’intento più ambizioso è quello di creare un unico grande linguaggio nelle normative internazionali capace di abbattere la maggior parte degli ostacoli al commercio sin dalle basi. Una sorta di novello ‘gold standard’ delle relazioni commerciali.

Non mancano le critiche. Si sollevano dubbi sul fatto che questi nuovi standard normativi, decisi spesso in incontri bilaterali alla presenza di poche persone e sotto la pressione di forti lobby, possano interferire con leggi e disposizioni nazionali. In questi casi i Tribunali internazionali avrebbero il potere di costringere gli Stati membri al rispetto delle norme dei trattati e c’è il timore che queste decisioni tutelino maggiormente i diritti delle multinazionali che quelli delle singole comunità.

Le grandi aspettative del TPP possono essere spiegate principalmente con la politica estera dell’Amministrazione del Presidente americano Barack Obama del ‘pivot asiatico’. Attraverso questa strategia che si articola su un doppio binario, militare ed economico, gli Stati Uniti vogliono riprendere in mano quella leadership nella regione offuscata dai progressi cinesi dell’ultimo decennio. Da una parte, infatti, Washington mostra i muscoli e, tramite accordi di protezione e mutuo soccorso, sposta il suo potenziale militare dal Medio Oriente in punti strategici lungo le vie dei rifornimenti energetici cinesi.

Dall’altra il TPP diventa per l’attuale Amministrazione il simbolo della nuova penetrazione economica americana in Asia. Un suo fallimento vedrebbe gravemente ridimensionato il ruolo degli Stati Uniti nell’intero Pacifico.

Ma la Cina non si limita ad essere spettatrice’. Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP)   -l’accordo di libero commercio che si sta trattando tra i Paesi ASEAN, ovvero Brunei, Myanmar, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam, e i Paesi che hanno già accordi con ASEAN, vale a dire Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda-   è la risposta più diretta alle azioni americane. RCEP coinvolgerebbe il 46% della popolazione mondiale e il 24% del PIL.  Questo trattato sembra, al contrario del TPP, avere molte meno pretese di creare nuovi standard internazionali.  Si presenta più accomodante alle richieste dei singoli Stati rimanendo nell’ambito d’azione classico dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO).

I negoziati sono ancora all’inizio ma già può profilarsi una natura diversa tra i due trattati, modellati rispettivamente sulle diverse esigenze dei Paesi che li promuovono.

Gli Stati Uniti vogliono concentrarsi sulla sfera dei servizi, creando un ambiente favorevole alla penetrazione del suo sistema economico a scapito di quello cinese. A questo proposito un valido esempio è l’enfasi messa sul ridimensionamento delle imprese statali, tipiche dell’economica cinese, nel tentativo di impedirne lo sviluppo nella regione.

La Cina, a sua volta, è intenzionata ad aumentare i suoi sforzi per massimizzare i profitti nell’ambito della produzione manifatturiera.

Il Giappone in questo contesto può rappresentare l’ago della bilancia nella lotta per l’influenza che scorre sotterranea tra le due superpotenze.
Il Governo del premier Shinzo Abe è, infatti, impegnato sia nel TPP che nel RCEP.  Inoltre è di questi giorni l’accelerazione di Abe per convocare un trilaterale con Cina e Corea per discutere, tra l’altro, dell’accordo di libero scambio CJKFTA in corso tra i tre Paesi. Il Giappone sta lavorando contemporaneamente su molti fronti aperti ed è difficile capire quanto gli attuali tentennamenti in capo al TPP non siano, almeno in parte, una mossa strategica per guadagnare tempo o punti su altri fronti.

Tokyo sa bene quanto sia alta la posta in gioco. Ma, a differenza delle precedenti negoziazioni con gli Stati Uniti, risolte quasi sempre grazie alla pressione esterna esercitata da quest’ultimi, mai quanto oggi le posizioni sembrano cambiate. Il Giappone è pienamente consapevole di quanto sia importante il suo ruolo nel TPP e nella strategia di accerchiamento disegnata da Washington.

L’America resta un alleato forte in chiave strategico-militare, soprattutto per quanto riguarda le tensioni territoriali ancora in corso, per le quali la presenza dell’Esercito americano sul suolo giapponese risulta un importante deterrente. Ma non è più l’unico. Da un punto di vista commerciale, Stati Uniti escluso, nessuno dei Paesi del TPP è tra i maggiori partner di Tokyo: la Cina rappresenta il 18%, Corea del Sud 8%, Taiwan 6%, Thailandia e Hong Kong 5%.

Questo permette al Giappone di procedere nei negoziati con la consapevolezza di non dipendere esclusivamente dai suoi legami commerciali verso gli Stati Uniti.

Ciononostante il TPP resta un punto fondamentale dell’ abenomics’ –la politica economica del Premier giapponese. I tre cardini della politica economica di Abe sono infatti: politica monetaria audace; politica fiscale flessibile;  riforme strutturali e incentivo ai privati. La riuscita dei negoziati sarebbe fondamentale per ridare slancio proprio a questo terzo ‘pilastro’ che al momento risulta essere la ‘freccia’ più spuntata delle tre.

Ma gli ostacoli rimangono. Sin dall’inizio, l’obiettivo del TPP è stato quello di creare una zona economica libera da qualsiasi tariffa protezionistica. Per molto tempo una conditio sine qua non per Washington è stata discutere di tutto senza argomenti tabù.

Per il Giappone, però, e soprattutto per il suo partito guida, il Liberal Democratic Party (LDP), il liberismo in agricoltura non è una strada facilmente perseguibile. Come ci spiega Matteo Dian, docente presso l’Alma mater di Bologna ed esperto in politica economica dell’Asia orientale, “l’agricoltura è un problema non perché strategica ma in quanto politicamente decisiva. Il sistema elettorale sovrarappresenta le prefetture di campagna (che votano LDP) e dal punto di vista narrativo è il cuore del Giappone conservatore bucolico e tradizionalista (che fa votare LDP). Gli agricoltori e i pescatori in cambio vengono super protetti con le tariffe.
I settori agricoli ritenuti intoccabili sono riso, grano, pollame, carne di manzo, prodotti lattiero-caseari e lo zucchero. Questi cinque in particolare godono di tariffe protezionistiche molto alte per rimanere competitivi in patria, cosa che danneggia la concorrenza con prodotti di altri Paesi dando però sicurezza alle produzioni locali altrimenti fortemente penalizzate della più agguerrita ed economica produzione agricola statunitense.

Su questo punto le negoziazioni sembrano essere arrivate ad uno stallo. Per gli Stati Uniti accettare le richieste nipponiche significherebbe permettere un analogo atteggiamento a tutti gli altri Paesi con cui sono in corso negoziazioni, rallentando in maniera forse irreparabile l’intero progetto. D’altra parte per il Giappone e il LDP cedere su questi argomenti varrebbe come un suicidio elettorale, dato la provenienza agricola del suo serbatoio di voti. Una soluzione che si sta studiando per vincere lo stallo riguarda i prodotti secondari, più facilmente esponibili ad un ribasso delle misure protezionistiche.

Nel complesso, nonostante una soluzione positiva e rapida sembri auspicabile, il Giappone sembra ancora esitare.

 

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