mercoledì, novembre 14

Accordo Toyota-Uber: l’azienda californiana prepara il rilancio L'intesa offre grandi vantaggi a entrambe le società, a partire da quella di San Francisco

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Lo scorso agosto, Toyota ha annunciato una piano d’investimenti da 500 milioni di dollari in Uber, intravedendo nell’affare la possibilità di trasformare la società di trasporti automobilistici privata nella punta di lancia di una rivoluzione tecnologica all’insegna dell’automazione. L’idea è infatti quella di dotare Uber di autovetture a guida autonoma (driverless car) che permettano di abbattere i costi e di procedere all’ulteriore espansione della gamma di servizi da erogare.

Da anni, Uber opera infatti in perdita (si parla di 4,5 miliardi di dollari di perdite nel solo 2017) per estendere la gamma di servizi da erogare alla consegna di beni alimentari e, soprattutto, al disancoraggio del servizio dall’automobile in favore di biciclette e motorini elettrici, ritenuti più adatti ad operare nelle grandi città. Un fattore, quest’ultimo, che ha pesato fortemente sulle finanze societarie, ma che secondo l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi – il quale non ha mancato di sottolineare che nonostante il settore della mobilità valga 6.000 miliardi non esiste un singolo operatore in grado di soddisfare appieno le esigenze attuali – pagherà in una prospettiva di medio periodo in quanto «durante le ore di punta non è efficiente trasportare una persona per 10 isolati su un automobile […]. La nostra scommessa sarà una vittoria per i clienti e per le città […]. Finanziariamente ,nel breve termine potrebbe non essere esattamente una vittoria per noi, ma da un punto di vista strategico riteniamo che il futuro si quello».

La divisione incaricata di portare avanti questi progettisti si era vista costretta a tagliare i fondi, dopo aver investito qualcosa come 750 milioni di dollari nell’arco del 2017, a causa di un incidente mortale occorso in Arizona che ha causato alla società pesanti danni d’immagine. L’accordo con Toyota è considerato dai vertici della società di San Francisco come il punto di svolta, perché fornisce il denaro e le garanzie di sicurezza necessarie a permette di rilanciare gli investimenti in ricerca, grazie anche alla clausola che implica l’integrazione della tecnologia self-driving sui furgoncini Sienna – prodotti dalla società nipponica – che andranno a formare il parco veicoli in dotazione a Uber.

Toyota, dal canto suo, ottiene così la possibilità di realizzare considerevoli progressi in un settore, quello del self-driving, in cui nel corso degli anni passati aveva accumulato un certo ritardo solo parzialmente ridotto lo scorso giugno con un investimento da un miliardo di dollari in Grab , start-up basata a Singapore operante nel settore dei servizi di trasporto privato (una sorta di Uber asiatica) che a marzo aveva acquisito il ramo sud-est-asiatico di Uber. La concorrenza nel settore rimane elevatissima. Nel 2016, General Motors aveva investito 500 milioni di dollari in Lyft, principale concorrente di Uber, mentre Ford ha istituito una società controllata (la Ford Autonomous Vehicles) incaricata di attirare investimenti per la messa a punto di tecnologie self-driving. Anche Fiat-Chrysler Automobiles (Fca), dal canto suo, non è rimasta a guardare, siglando un accordo per la fornitura di automobili a Waymo, la compagnia controllata da Google-Alphabet che si occupa di sviluppare tecnologie di guida autonoma, dopo aver formalizzato partnership con Bmw e Intel per la messa a punto di avanzi sistemi di self-driving entro il 2021. Si assiste quindi ad un moltiplicarsi di accordi tra società dotate delle capacità ingegneristiche per costruire veicoli d’avanguardia e compagnie specializzate in servizi di mobilità (ride-sharing). Brian Collie del Boston Consulting Group ha rilevato in proposito che «stiamo assistendo a matrimoni di aziende con competenze complementari […]. Le partnership sono piuttosto necessarie perché valorizzano il progetto di portare più rapidamente la mobilità come servizio al mercato».

L‘intesa con Toyota rappresenta una manna dal cielo per la compagnia californiana, perché le garantisce un flusso di liquidità necessario a preparare la quotazione a Wall Street (si parla di 72 miliardi di dollari di capitalizzazione) e a finanziare il progetto di trasformazione in una sorta di ‘Amazon dei trasporti’, destinata – al pari di dell’azienda fondata da Jeff Bezos nei confronti dei mall statunitensi.

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