sabato, Ottobre 16

Accadde Oggi: si conclude la caccia al gerarca 11 maggio 1960: Adolf Eichmann viene catturato in Argentina

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Si calcola che, con la Shoah, circa sei milioni di ebrei abbiano perso la vita. Un numero spropositato di donne, uomini e bambini sono morti per la follia di un gruppo di fanatici che hanno messo in ginocchio l’intero mondo, mettendo in pratica un piano studiato nei dettagli per cancellare dalla faccia della Terra un intero gruppo di persone. Se è spaventoso pensare che alcuni uomini abbiano deciso a tavolino una strategia per massacrare un popolo intero, è ancora più terrificante, probabilmente, sapere che altre persone si siano adoperate per renderlo effettivo e per metterlo in pratica. Fra questi grigi burocrati del terrore c’è Adolf Eichmann.

Le vicende relative al suo processo furono riportate da Hannah Arendt, filosofa di origine tedesca, allieva di Martin Heidegger. L’uomo, che si presentava come un semplice esecutore delle terrificanti volontà naziste, era in realtà uno spietato carnefice degli ebrei. Convinto della necessità di conoscere a fondo il nemico, Eichmann studiò a fondo la storia delle vicende ebraiche, compresi tutti i miti e le falsità che hanno portato a formulare la dottrina antisemita del nazismo. Riuscì, comunque, a sfuggire al processo di Norimberga, in cui molti gerarchi nazisti erano stati giudicati colpevoli di aver commesso crimini contro l’umanità e condannati a morte. Come molti dei nazisti sfuggiti al processo, Eichmann, sotto il falso nome di Riccardo Klement, partì dall’Italia per andare in Argentina e qui rimase al sicuro per più di dieci anni. Rimaneva uno degli uomini più ricercati del mondo e, un giorno, la copertura saltò: si venne a sapere che Adolf Eichmann era in Argentina. I servizi segreti israeliani, il Mossad, lo rintracciarono e, rapito, lo portarono in Israele. Era l’11 maggio 1960. Venne processato e ritenuto colpevole: non mostrò alcun segno di pentimento, sebbene respinse buona parte delle accuse. Morì impiccato il 30 maggio 1962. Se ne andò così quello che Arendt definì “l’incarnazione della banalità del male”.

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