domenica, Giugno 20

Accadde Oggi: il Maracanazo 16 luglio 1950: il Brasile perde il mondiale casalingo, tragedia nazionale

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Il Mondiale di Russia si è appena concluso e, per una curiosa coincidenza, l’anniversario odierno riguarda una delle finali più famose della principale competizione calcistica per Nazionali. Quello che avvenne il 16 luglio del 1950 non fu, infatti, solo un evento calcistico, ma fu anche una tragedia sociale delle proporzioni inaspettatamente gravi.

Il Mondiale del 1950, tornato a essere disputato dopo l’interruzione degli anni Quaranta dovuta a ragioni belliche, venne disputato in Brasile, con i padroni di casa assoluti protagonisti. Dopo aver passato agevolmente il primo girone, il Brasile arrivarono alla fase finale. L’ultimo turno prevedeva un mini girone composto dalle quattro vincitrici del girone di qualificazione. Oltre al Brasile, assoluto dominatore, si presentarono la Svezia, la Spagna e l’Uruguay. L’ultima giornata vedeva contrapporsi i brasiliani con gli uruguaiani. Questi ultimi avevano avuto un cammino un po’ più incerto rispetto agli avversari, tanto che i padroni di casa, sospinti dal pubblico di casa e da un’assoluta fiducia nei propri mezzi, ritenevano la vittoria del torneo come una mera formalità. Nel girone finale, infatti, l’Uruguay era in seconda posizione, a un punto dal primo: al Brasile capolista sarebbe quindi bastato un pareggio. Nei precedenti confronti, inoltre, i brasiliani avevano spesso rifilato pesanti sconfitte agli uruguaiani: perché le cose sarebbero dovute andare diversamente?

Il popolo brasiliano era certo della vittoria: i giornali locali scrivevano già di brasiliani campioni del mondo, la federazione calcistica conferiva già i premi per la vittoria finale, la stessa cerimonia di premiazione fu preparata esclusivamente in previsione di un successo brasiliano (la banda non imparò l’inno uruguaiano). Il Maracanà, lo stadio più grande del mondo, dove il Brasile aveva solo ottenuto vittorie, era colmo e pieno di gente festante.

Eppure vinse l’Uruguay, per 2-1. Al fischio finale, una decina di persone presenti allo stadio morì di infarto. Il giorno successivo, una centinaio di persone morì suicida o di attacco di cuore: la delusione era così grossa da essere insopportabile. Il Governo stabilì tre giorni di lutto nazionale. Alcuni giocatori smisero di giocare, l’allenatore fu costretto a scappare per scampare alle minacce di morte, qualche giocatore uruguaiano venne aggredito e tornò a casa in stampelle. Su un giornale campeggiò un titolo: “La nostra Hiroshima”. Ancora oggi, parlare di ‘Maracanazo’ (così viene ricordato) rievoca nelle menti brasiliane la tragedia di un popolo che aveva riposto i suoi sogni e le sue speranze nel calcio.

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