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Abu Iyadh è stato catturato? field_506ffb1d3dbe2

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Abou Iyadh

Continuano a crescere i dubbi e le perplessità riguardanti l’arresto di Abu Iyadh, il chierico estremista tunisino a capo del movimento salafita Ansar al-Sharia. Lo scorso 30 dicembre, media libici hanno reso pubblica la notizia di un presunto arresto del leader islamista, che da oltre un anno è ricercato dalle autorità tunisine e vive in condizioni di clandestinità. A portare a termine l’arresto sarebbe stata una squadra speciale composta da agenti libici e statunitensi, che avrebbero colto di sorpresa il militante mentre si trovava in territorio libico, a Mizrata, ed era impegnato in un incontro con i leader di Ansar al-Sharia in Benghazi, organizzazione salafita libica affine a quella tunisina. Qualora l’informazione ottenesse conferma, si avrebbe anche una prima vera notizia di contatto tra due movimenti omologhi e omonimi, ma non direttamente collegati. Un’unione delle agende dei due gruppi, magari sotto l’egida di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, potrebbe significare un ulteriore aumento dell’instabilità nella regione.

Numerose le incognite riguardanti la notizia: a distanza di quasi una settimana al momento non è ancora giunta una conferma ufficiale delle indiscrezioni, la cui fonte sarebbe stata attribuita a non meglio identificati membri delle forze di sicurezza libiche. Una serie di smentite è giunta nelle ore successive alla pubblicazione della notizia: un comunicato di Ansar al-Sharia ha negato l’arresto del proprio leader, affermando che «le voci» fanno parte di uno «sporco gioco mediatico» inteso a spingere i membri giovani del movimento a intraprendere azioni violente.

Un comunicato dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi ha inoltre negato il coinvolgimento statunitense: «Contrariamente a quanto è stato riportato dai media le forze americane non hanno preso parte alle operazioni riguardanti l’arresto del capo di Ansar al-Sharia oggi in Libia» affermava il comunicato, reso pubblico lo stesso giorno dell’uscita delle indiscrezioni, probabilmente per evitare ripercussioni contro l’ambasciata da parte di seguaci del movimento.

Seifullah Ben Hassine, meglio conosciuto come Abu Iyadh al-Tunisi, è un personaggio ambiguo e profondamente influente all’interno di una galassia in espansione come quella salafita tunisina. Vicino ad al-Qaeda, Ben Hassine è considerato uno dei pianificatori dell’attentato in Afghanistan in cui il 9 settembre 2001 rimase ucciso il comandante dell’Alleanza del Nord, il “Leone del Panjshir” Ahmad Shah Massoud, per mano di due jihadisti di origine tunisina. Arrestato nel 2003, Ben Hassine è stato condannato per la sua attività a 40 anni di prigione in Tunisia, ma venne rilasciato nel 2011 in seguito alla rivoluzione tunisina.

Accusato di aver giocato un ruolo importante nell’orchestrare l’attacco all’ambasciata statunitense a Tunisi del 14 settembre 2012 (stesso giorno in cui a Benghazi rimase ucciso il diplomatico statunitense Chris Stevens), il 17 settembre scorso il quarantottenne Abu Iyadh riuscì ad allontanarsi dalla moschea di Al-Fath dove membri delle forze dell’ordine tunisine erano venuti ad arrestarlo grazie all’appoggio di coloro che erano presenti nel luogo sacro e gli fecero strada fuori dall’edificio.

Negli scorsi giorni il Ministero degli Interni ha intanto reso noto l’arresto di quattro non meglio identificati “elementi terroristi” facenti parte di una “organizzazione bandita” nell’area di Sidi Bouzid. Nell’area sarebbero state requisite anche armi da fuoco; l’indiscrezione di uno scontro a fuoco tra terroristi e un agente non ha invece ottenuto conferma. Il centro della Tunisia, soprattutto le aree prossime al confine con l’Algeria, ha perso sicurezza ed è divenuto riparo di un’ampia serie di traffici che stanno ledendo la stabilità dell’intero Paese.

Solo un anno fa non era semplice immaginare una simile escalation nella lotta tra istituzioni e autorità tunisine e l’organizzazione salafita Ansar al-Sharia. Sin dai giorni successivi alla caduta di Ben Ali, la società civile tunisina guardò con sospetto ai legami tra le ali più estreme di Ennahda e gli ambienti salafiti, i cui maggiori esponenti portavano avanti una capillare opera di proselitismo e predicazione nelle aree più povere del Paese cercando di esporsi il meno possibile alle attenzioni dei media. Non è mai stato semplice trarre un bilancio della diffusione dell’ideologia salafita e jihadista nel Paese, complice anche il flusso di combattenti provenienti dai vari Paesi della regione.

A fine agosto, Lotfi Ben Jeddou, Ministro degli Interni, giustificò la decisione governativa di mettere fuori legge Ansar al-Sharia e dichiararlo gruppo terrorista sostenendo che la scelta si basava su «fatti stabiliti, inchieste di polizia, indagini sul campo e report di intelligence». Stando a quanto riportato da Thomas Joscelyn sul ‘Long War Journal’, Ben Jeddou ha sottolineato inoltre come «il governo abbia compiuto sostanziali progressi nel contrastare i piani terroristici di Ansar al-Sharia, dopo aver messo sotto custodia un ampio numero di membri del gruppo».

«Le autorità hanno un’estesa lista di accuse nei confronti del movimento» è scritto sull’Economist nell’articolo Salafist Struggle. «Cinque membri di Ansar al-Sharia sono strati arrestati in connessione con i due falliti tentativi di attentato suicida del 30 ottobre nel resort turistico di Sousse e nella città costiera di Monastir. Il Governo accusa anche il gruppo per l’attacco all’ambasciata americana di Tunisi del 14 settembre 2012. […] Ansar al-Sharia nega le accuse, dicendo che le autorità stanno cercando di incastrarla, una cos ache le forze di sicurezza nella regione hanno fatto in numerose occasioni nei confronti delle organizzazioni islamiste. Nessuna delle venti persone messe sotto processo per l’attacco all’ambasciata americana era una figura importante nel movimento. Ma il movimento ha collegamenti alla violenza».

Solo comprendendo la vera natura di questi legami tra Ansar al-Sharia e la violenza jihadista sarà possibile comprendere la vera portata della minaccia del movimento. La forte vaghezza riguardanti le informazioni sull’organizzazione fa sì che ogni notizia riguardante la diffusione della violenza estremista in Tunisia venga accostata all’organizzazione, aumentando l’incertezza e la paranoia del Paese e dei suoi abitanti.

 

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