mercoledì, Settembre 22

Aborigeni di Taiwan contro lo sfruttamento turistico 40

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Non capita spesso che un ente nazionale per il turismo diventi esso stesso attrazione turistica. Ma questo è ciò che è avvenuto a Taiwan, dove un gruppo di attivisti aborigeni ha organizzato una «gita di gruppo» non autorizzata negli uffici dell’ente pubblico. “Potete vedere lo staff mentre svolge il proprio lavoro” spiegava la guida turista al gruppo durante la loro visita. “Allora è questo quello che indossano all’ente per il turismo. Ma dove sono le vostre giacche cinesi?” ha chiesto un visitatore ai funzionari pubblici. Alcuni impiegati, disturbati dalla presenza degli ospiti inattesi, hanno protestato. “Questo è il luogo dove lavoriamo, non è un’attrazione turistica”.

Anche i nostri villaggi sono il luogo dove viviamo, non sono attrazioni turistiche” hanno risposto gli aborigeni.

Ovviamente, questa visita all’ente nazionale per il turismo di Taiwan da parte degli attivisti era un atto provocatorio. Il loro scopo era di far capire ai funzionari statali che il turismo sta trasformando le comunità indigene in parchi di divertimento per turisti i quali spesso non rispettano la cultura locale e credono che gli abitanti dei villaggi siano lì per servirli.

Alcuni turisti che vengono alle nostre feste tradizionali non hanno alcun rispetto per noi” ha dichiarato  Lisin Tefi, un’aborigena della comunità degli Ami, nella Contea di Hualian, al ‘Taipei Times‘. “Passeggiano, buttano rifiuti per terra, fanno foto, fanno commenti ad alta voce sui nostri vestiti tradizionali, e chiedono agli abitanti dei villaggi di posare per loro”. Alcuni addirittura chiedono che gli aborigeni si tolgano i vestiti e li diano ai turisti perché questi possano farsi fotografare.

Gli aborigeni sono la popolazione originaria di Taiwan, di cui furono gli unici abitanti per circa 15.000 anni. Essi fanno parte della famiglia austronesiana, un gruppo di popolazioni che si estende dal Madagascar alla Nuova Zelanda. Secondo alcune teorie, Taiwan potrebbe addirittura essere il luogo d’origine degli austronesiani. Oggi vi sono 16 popolazioni aborigene ufficialmente riconosciute dal governo taiwanese, fra cui gli Ami, gli Atayal, i Bunun, i Kavalan, i Paiwan, i Puyuma, gli Tsou, e i Sediq. Esse occupano varie pianure e zone montagnose, soprattutto nelle parti centrali e orientali dell’isola. Vi sono circa 500,000 aborigeni a Taiwan, pari a solo il 2% della popolazione complessiva del paese.

Namoh Nofu, nato del villaggio di Pangcah, ha organizzato il tour a sorpresa negli uffici dell’ente per il turismo dopo che una discussione sulla sua pagina Facebook lo aveva convinto che le comunità aborigene dovevano fare qualcosa per attirare l’attenzione di una società in cui la loro minoranza etnica è spesso marginalizzata. “Il 90% dei rituali di Pangcah è ridotto allo stato di attrazione turistica “dice l’attivista. “Le nostre strutture sociali tradizionali stanno morendo, mentre i nostri riti sono diventati articoli turistici. Alla fine dovremo porci la domanda più importante per il nostro futuro in quanto popolo: chi siamo?”.

Di recente le proteste delle comunità aborigene sono state particolarmente numerose. Questo mese, ad esempio, attivisti della popolazione Ami sono riusciti a bloccare una performance organizzata dalla Contea di Hualian. Rappresentanti di una minoranza etnica di Guangxi, una provincia della Cina continentale, erano stati invitati ad esibirsi nei villaggi di Tafalong e Fata’an durante il rito tradizionale dell’Ilsin. Molti aborigeni taiwanesi, però, si sentivano offesi. “L’Ilisin è il rito religioso più importante e sacro dell’anno” ha dichiarato un membro della comunità. “Possiamo invitare persone dai villaggi vicini a partecipare come spettatori, ma non gli permettiamo di prendere parte al rito o alle danze. Se membri del popolo Ami provenienti da altri villaggi non possono esibirsi, come possiamo permettere a gente di un paese straniero di farlo?”. L’Ilisin, infatti, è una festa in onore degli antenati, e solo gli Ami che hanno antenati nel villaggio possono compiere il rito. Namoh Nofu ha messo in evidenza che le date del rito vengono stabilite con una cerimonia di divinazione, e neanche i capi del villaggio possono sceglierle, tanto meno il governo. Egli ha criticato l’atteggiamento delle autorità, le quali commercializzano sempre di più le culture aborigene per la promozione turistica di Taiwan e per motivi economici.

La questione del turismo nelle zone aborigene riflette un problema molto profondo che riguarda i rapporti e i conflitti storici fra gli indigeni e la maggioranza etnica dei taiwanesi han. Vi sono, da questo punto di vista, diverse similitudini fra la situazione degli aborigeni taiwanesi e quella delle popolazioni indigene degli Stati Uniti o dell’Australia. Esse erano un tempo padrone di territori nei quali sono diventate minoranze a causa della colonizzazione straniera.

Il declino delle civiltà indigene di Taiwan iniziò nel 17° secolo, quando gli olandesi della Compagnia delle Indie Orientali occuparono la parte centro-meridionale dell’isola per utilizzarla come base per il commercio col Giappone e la Cina. Gli olandesi vendevano agli indigeni articoli quali il sale, il ferro, porcellana e tessili, e li scambiavano con parti di cervo come pelle, carne, e peni (ingredienti della medicina cinese), malacca, erbe medicinali, zolfo, carbone etc. Gli olandesi, però, volevano aumentare i propri profitti. Dato che gli aborigeni vivevano di sussistenza e non producevano abbastanza surplus agricolo da rivendere, gli europei cominciarono ad incoraggiare l’immigrazione dalla Cina meridionale. I cinesi, infatti, venivano da una società commerciale avanzata, e si misero subito a produrre zucchero e riso che potevano essere esportati.

Il censimento olandese del 1650 contava circa 70,000 aborigeni. Ben presto, però, la configurazione etnica di Taiwan si trasformò a causa dell’arrivo dei cinesi. Nel 1650 ve ne erano già circa 15,000. Le tensioni fra han e aborigeni iniziarono già allora, in quanto la potenza coloniale metteva gli uni contro gli altri in modo da poter dominare entrambi con più facilità. Nel 1652, ad esempio, gli olandesi repressero una rivolta di circa 5,000 cinesi con l’aiuto di 2,000 soldati aborigeni.

Nel 1661, gli olandesi furono sconfitti dal generale cinese Koxinga (Zheng Chenggong) e dovettero abbandonare l’isola. Il regno creato da Koxinga fu a sua volta sottomesso dalla dinastia dei Qing, i quali annessero Taiwan all’Impero cinese. Fino al 1895, quando Taiwan fu poi conquistata dal Giappone, l’immigrazione di cinesi continuò. Alla fine degli anni ’80 del 19° secolo la popolazione di Taiwan era pari a 2,500,000. Secondo James Wheeler Davidson, un giornalista americano che visse a Taiwan durante il periodo coloniale giapponese, agli inizi del 20° secolo vi erano circa 2,700,000 han e solo 114,000 aborigeni. Oggi, Taiwan ha circa 23 milioni di abitanti, di cui solo mezzo milione sono aborigeni.

Dal 1644 al 1895 le autorità imperiali cinesi mantennero un atteggiamento ambivalente nei confronti degli indigeni. Da un lato, essi venivano utilizzati per reprimere rivolte della popolazione han. Dall’altro, essi venivano considerati popoli non civilizzati. Inoltre, come nelle colonie occidentali, vi erano perenni conflitti fra gli aborigeni e i coloni per il controllo delle risorse, in particolare la terra.

I cinesi definivano gli aborigeni fan, cioé barbari. Come il suo equivalente greco-romano, anche fan era un termine che si riferiva a popoli che stavano al di là della civiltà, intesa come civiltà cinese.

I coloni cinesi vedevano gli indigeni come selvaggi, in una maniera che ricorda quella di viaggiatori europei nell’era delle esplorazioni geografiche. Secondo una fonte dell’età imperiale «Gli aborigeni non sinizzati commettono omicidi di continuo. Benché d’aspetto umano, essi non possiedono ragione. Si muovono nelle foreste e nelle macchie come uccelli e scimmie». I cinesi che emigravano a Taiwan dalla Cina continentale dunque portavano con sé il vocabolario e le nozioni che la civiltà sinocentrica nel corso dei secoli aveva sviluppato nei rapporti con i popoli «barbarici» alla periferia dell’impero.

I coloni han suddividevano gli indigeni in due categorie: gli shu fan e gli sheng fan. Questi due termini, che letteralmente significano «barbari cotti» e «barbari crudi», indicavano rispettivamente gli aborigeni sinizzati, cioè coloro che avevano fatto propri gli usi, costumi e valori della civiltà cinese, e quelli non sinizzati.

Un metodo che le autorità misero in pratica per ridurre gli scontri fra gli han e gli aborigeni era quello di «civilizzare» questi ultimi. Già nel 1735 il governo fondò scuole in 48 delle 175 comunità aborigene. In queste istituzioni si insegnavano la lingua cinese, i classici della letteratura e della filosofia, e si inculcavano i valori morali e sociali della società han, soprattutto quelli legati al confucianesimo.  «Uccidi per fermare le uccisioni» recita una fonte del tempo citata in uno studio dell’Academia Sinica. «Usa gli aborigeni per pacificare gli aborigeni. Sottomettili per creare un clima di paura. Sfrutta i loro territori e portavi la nostra gente. Le sofferenze pian piano cesseranno. Col tempo, i non sinizzati diverrano sinizzati. Poi i distretti verranno inseriti nel sistema di registrazione delle famiglie, e produrranno reddito».

La politica di sinizzazione fu intensificata nel 19° secolo, probabilmente perché, con la penetrazione europea a Taiwan, molti aborigeni si convertirono al cristianesimo e speravano di ottenere l’appoggio occidentale contro i cinesi. L’influenza occidentale sugli aborigeni è visibile fino ad oggi, dato che il 70% di loro è di fede cristiana. Liu Mingchuan, governatore di Taiwan dal 1884 al 1891, creò diverse scuole dove venivano mandati giovani aborigeni fra i 10 e i 20 anni affinché divenissero agenti di sinizzazione nei loro villaggi.

Le politiche di sinizzazione ebbero successo. Secondo Melissa Brown, la crescita della popolazione han non fu dovuta solo all’immigrazione dalla Cina continentale, ma anche all’assimilazione degli aborigeni nella civiltà han. Ad esempio, i villaggi di Toushe, Jibeishua e Longtian, visitati da Melissa Brown per le sue ricerche antropologiche, erano in passato comunità aborigene. Ma la lingua austronesiana era stata persa da diverse generazioni, sostituita dal cinese, e gli abitanti ignoravano o non ammettevano la loro origine indigena. Nonostante la loro divinità locale, Thai Tsoo, fosse di origine aborigena, e molti dei loro riti e simboli fossero aborigeni, gli abitanti dei villaggi non si consideravano aborigeni, probabilmente poiché avevano interiorizzato la concezione cinese che gli aborigeni fossero selvaggi. Questo dimostra come la sinizzazione di Taiwan avesse portato ad una quasi totale marginalizzazione delle civiltà aborigene.

Durante il periodo della dittatura del Guomindang, l’identità han veniva propagata dallo stato mentre quella aborigena veniva scoraggiata. Fu solo con la democratizzazione di Taiwan alla fine degli anni ’80 che le comunità indigene cominciarono a fare sentire la loro voce e a riscoprire non solo un senso di identità, ma anche di orgoglio per le proprie tradizioni.

Ma le difficoltà per gli aborigeni sono enormi. Essi sono una piccola minoranza che non possiede né un territorio omogeneo, né delle risorse economiche. Di conseguenza, fanno molta fatica ad adattarsi alla società del loro paese natio, nel quale sono come degli stranieri.

Le difficoltà degli aborigeni erano state notate già nei primi anni ’50. Uno studio determinò un alto grado di alcolismo nella società Ami – 1.6 persone su mille, contro le 0.1 persone su mille della società taiwanese han ne soffrivano. I problemi sociali degli aborigeni divennero più evidenti negli anni ’70 a causa della rapida industrializzazione di Taiwan. Benché la crescita economica avesse in parte beneficiato anche gli aborigeni, il loro reddito rimaneva di circa il 40% al di sotto del livello della classe agricola di taiwanesi han. Vari studi portarono alla luce una delle questioni fondamentali delle comunità indigene: il basso livello di istruzione rispetto a quello degli han. Di conseguenza alla fine degli anni ’70 il 78.9% degli aborigeni lavorava in settori in cui non erano necessarie qualificazioni elevate. Poiché l’industrializzazione tendeva a creare posti di lavoro nelle città, molti aborigeni si spostavano nei centri urbani, dove di fatto erano degli stranieri all’interno di una società cinese. Il 47.8% degli aborigeni «urbanizzati» lavorava come minatori, operai edilizi, e nei trasporti, cioè nelle attività più umili.

Inoltre, l’erosione dei modi di vita tradizionali portò ad una vera e propria crisi esistenziale delle comunità indigene. Secondo alcuni studi, sempre degli anni ’70, gravi problemi sociali si manifestavano fra gli adolescenti: alcolismo, comportamenti violenti, il disfacimento delle strutture familiari, difficoltà a scuola, e tensioni etniche con i taiwanesi han.

A partire dagli anni ’80 il turismo è stato sempre di più visto come un modo per valorizzare la cultura indigena e per sviluppare l’economia dei villaggi. Ad esempio, nel 1986 fu aperto il Villaggio della Cultura Aborigena di Formosa, un mix di parco divertimenti, resort turistico, e di comunità indigena. Nel 2011, il successo del film ‘Seediq Bale‘ portò ad un aumento delle visite nei villaggi aborigeni e ad una maggiore collaborazione fra gli enti turistici e le comunità locali.

Ma come dimostrano le recenti proteste, il turismo non è una panacea che possa risolvere il problema fondamentale degli aborigeni: quello del loro status e della loro identità in una società dominata dalla cultura, la struttura sociale e dalle lingue han, così estranee e, per molti aspetti, incompatibili con le civiltà indigene dell’isola.

 

 

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