venerdì, Settembre 24

Abogados o avvocati? Ecco i nuovi azzeccagarbugli image

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Il confine tra l’esercizio di un diritto e la sua distorsione a proprio vantaggio è sempre molto sottile, specie quando ci si trova in Italia e si ha a che fare con l’avvocatura. G.D.B., 34 anni è un legale che allo studio delle norme e al culto dell’ars retorica, ha sempre preferito la cura dei rapporti umani piuttosto che la concretezza. Eloquio sciolto, simpatia debordante ma soprattutto uno spiccato senso pratico, fanno di lui il perfetto avvocato all’italiana, più azzeccagarbugli che principe del foro.

“Mi chiami pure avvocato anche se tecnicamente io sarei un abogado”. Ecco, ciò che lo differenzia dalla maggior parte dei suoi colleghi italiani è la cornice che pende alle sue spalle nello studio napoletano dove opera. Il documento, a firma del Minestero de Educaciòn certifica l’equiparazione del titolo universitario conseguito presso la seconda Università degli Studi di Napoli e quello previsto dall’ordinamento spagnolo per il rilascio del titolo di abogado. 

L’ordinamento italiano prevede infatti la possibilità di esercitare la professione forense anche per coloro che abbiano conseguito l’abilitazione professionale in uno dei Paesi europei.  “Il problema è che l’Italia sarà pure la patria del diritto e di tutte le belle storielle che si raccontano all’università ma in quanto a senso pratico è totalmente arretrata rispetto agli altri Paesi”.

Ecco allora una soluzione a portata della maggior parte di coloro che vogliono evitare le lungaggini del sistema italiano o magari aggirare le difficoltà dell’esame in patria. I dati al riguardo parlano di un fenomeno divenuto ormai di massa. Sono 3. 452 gli aspiranti legali che al modico prezzo di circa 5 mila euro sono emigrati in Spagna o in Romania per conseguire il titolo abilitante all’esercizio della professione. Il costo si riferisce all’intermediazione di alcune agenzie che si occupano delle pratiche burocratiche e dell’alloggio. A rilevare il numero di chi espatria è un dossier del Consiglio nazionale forense, l’organismo di vertice della categoria. Il dato si riferisce ai registri degli ‘avvocati stabiliti’, tenuti dai consigli territoriali e nati per rispettare una direttiva europea (86 / 5 / CE) sul ‘diritto di stabilimento’.

L’elenco, che dovrebbe riportare i nomi dei professionisti stranieri desiderosi di lavorare in Italia, presenta una ‘particolarità’ tutta nostrana: su 3. 759 iscritti ben 3. 452 sono italiani, il 92%. “Francamente non ci trovo nulla di stupefacente in questi numeri. Se c’è una strada più agevole da seguire rispetto ad un’altra, tortuosa e complessa, perché seguire quest’ultima e non la prima? In Italia conosco colleghi che impiegano decenni prima di conseguire il titolo” . La vera anomalia per G.D.B., è un’altra: “Il nostro ordinamento consente anche a coloro che non hanno il titolo di poter operare, sebbene soltanto per una certa tipologia di cause, costringendo il praticante avvocato in un limbo che spesso dura un’eternità, non è assurdo?”.

Certamente è molto più agevole il sistema spagnolo dove si rivolgono l’82% di coloro che emigrano all’estero. Qui le facoltà di legge, valutato il curriculum e il piano di studi del richiedente stabiliscono quanti e quali esami deve sostenere per ottenere il titolo equivalente all’abilitazione professionale italiana. Spesso trattasi di una decina di prove, scritte e a risposta multipla, che l’aspirante avvocato sostiene in più sedute o addirittura in un solo giorno.

Concluso il percorso gli abogados si iscrivono all’ordine professionale spagnolo e poi chiedono di essere iscritti al registro degli “stabiliti” in Italia. Qui come chiarito da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea dello scorso luglio «I laureati in giurisprudenza in Italia che abbiano acquisito il titolo di ‘abogado’ in Spagna, usando un sistema facilitato di accesso alla professione rispetto a quel che accade in Italia, possono svolgere l’attività di avvocato in patria o in qualsiasi altro Stato membro a patto che facciano uso del titolo professionale acquisito che deve essere indicato nella lingua ufficiale dello Stato membro di origine» Quindi l’avvocato italiano che sia diventato ‘abogado’ in Spagna può esercitare la professione in Italia utilizzando, però, il titolo di ‘abogado’ e non quello di ‘avvocato’.

Nel 2010 quattro consigli degli ordini degli avvocati – Velletri, Civitavecchia, Latina e Tivoli – avevano provato a introdurre criteri più restrittivi per l’iscrizione al registro degli “stabiliti”: test attitudinali, colloquio in lingua straniera, prova dell’esercizio della professione all’estero per almeno un anno. Tutto bocciato nel 2013 dall’Antitrust, l’autorità di garanzia per la concorrenza.

 “Lei crede davvero che una persona quando siede dov’è seduto lei in questo momento faccia davvero caso se io sia un avvocato o un abogado? Il rapporto tra avvocati e clienti è basato esclusivamente sul raggiungimento dell’obiettivo, il come lo si raggiunge in alcuni casi può anche essere relativo”. Chiedergli come definirebbe coloro che all’andare altrove per sostenere l’abilitazione scelgono di rimanere in Italia è un po’ come chiedere ad uno scugnizzo napoletano il perché delle sue marachelle. “Sono senz’altro dei cittadini encomiabili, ma oggi il rispetto ferreo delle leggi in Italia non conduce a nulla. Si rischia di passare per dei tonti ed io francamente, non credo di esserlo”.

In un’altra stanza dello studio un avvocato praticante studia per la prova orale dell’esame, sostenuto in Italia. “Vede lui” dice riferendosi all’altro, mentre ci accompagna all’uscita “è uno di quei bravi italiani nati per studiare e rispettare le regole, io invece sono nato avvocato e per di più a Napoli”. Con buona pace del diritto e di tutto ciò che l’avvocatura è, o dovrebbe essere. 

 

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