venerdì, Luglio 30

Abe-Modi, segnali forti alla Cina Nuove prospettive strategiche tra India e Giappone nell’imminente summit di settembre

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abe modi

 

L’incontro tra Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese e Narendra Damodardas Modi, Primo Ministro dell’India, la cui in visita in Giappone è prevista tra il 31 agosto e il 3 settembre, si1 configura come uno tra i meeting bilaterali più significativi della regione Asia Pacifico.

Inizialmente previsto per lo scorso 3 luglio, l’incontro, posticipato a causa della sessione di bilancio del Parlamento indiano (e per varie altre questioni di natura diplomatica), si aggiunge al summit annuale che si svolge regolarmente tra il Giappone e l’India, caso unico nell’ambito della politica estera di entrambi i Paesi. Ciò non deve sorprendere, dal momento che, notoriamente, tra le due grandi democrazie asiatiche esiste «un’alleanza naturale e indispensabile», come affermato dall’ex Primo Ministro indiano Manmohan Singh, che lo scorso gennaio aveva riservato al premier nipponico un posto come ospite d’onore in occasione delle celebrazioni per la festa della Repubblica Indiana; un privilegio riservato solo a pochi altri fedelissimi.

Un’alleanza, quella tra India e Giappone, che negli ultimi anni, complice anche il ‘fattore Cina’ e le problematiche connesse alle dispute territoriali e alla sicurezza nella regione, ha fatto ulteriori passi avanti anche sul versante dello sviluppo delle relazioni strategiche. Nel corso della conferenza stampa in cui si annunciava la visita del Primo Ministro Modi, Yoshihide Suga, il Segretario capo di Gabinetto nipponico, ha sottolineato che «attraverso questa opportunità, il Giappone spera di rafforzare ulteriormente la sua partnership strategica globale con l’India». Un percorso che ha preso l’avvio a partire dal 2006, con la sottoscrizione di una Strategic global partnership, attraverso cui Tokyo e Nuova Delhi avevano suggellato la convergenza dei propri rispettivi interessi e obiettivi politici, economici e strategici.

Un sodalizio che, con tutta probabilità, è destinato a rafforzarsi ulteriormente, considerata anche la personale stima reciproca che esiste tra i due attuali rispettivi leader. Basti pensare che tra i soli tre contatti che il Primo Ministro Abe segue sul social network Twitter c’è proprio il Primo Ministro Modi, con il quale non sono mancati scambi di messaggi di mutuo apprezzamento, in particolare in occasione della vittoria elettorale dello scorso maggio, che ha segnato una svolta nella politica indiana.

L’uomo di ferro e il Falco della politica (così vengono rispettivamente denominati il carismatico leader indiano e l’autoritario e assertivo premier nipponico) condividono certamente alcuni elementi di similitudine; entrambi focalizzati sulla ripresa dei valori tradizionali e patriottici, sulla rivitalizzazione dell’economia e il rafforzamento della sicurezza. Esistono però, d’altra parte, delle differenze sostanziali: Modi, uomo di umili origini, sorta di self-made man emerso dalla militanza nell’organizzazione ultranazionalista hindu legata al BJP (Bharatiya Janata Party), partito di estrema destra di cui Modi è a capo, è un ultranazionalista dichiarato, dalle posizioni tutt’altro che moderate nei confronti del Pakistan e della comunità musulmana. Abe può invece vantare un retaggio politico ‘di famiglia’ (sia il padre che il nonno furono personaggi di rilievo della politica nipponica); il suo Partito Liberaldemocratico non è un partito di estrema destra ma un partito, di stampo conservatore, di centro destra. Tant’è che il premier nipponico (che si dice costantemente aperto al dialogo nei confronti dei suoi interlocutori esterni, in particolare Cina e Corea del Sud), sebbene sia stato oggetto di critiche per alcune sue manovre giudicate ‘pericolosamente revisioniste’ (come le sue visite al santuario Yasukuni, o la reinterpretazione dell’articolo 9 della Costituzione pacifista giapponese, manovra peraltro accolta di buon grado dall’India, nell’ottica di un ruolo maggiormente proattivo del Giappone nel rafforzamento della sicurezza regionale); non è mai arrivato a guadagnarsi la fama di ‘genocida’, al contrario del suo omologo indiano, di cui si sospetta un coinvolgimento, seppure indiretto, nelle feroci azioni di rappresaglia nei confronti dei musulmani del Gujarat, di cui Modi era allora capo del Governo locale, avvenute nel 2002.

Lo stesso modello ‘Modinomics’, incentrato sul ‘miracolo economico’ del Gujarat, ampiamente pubblicizzato agli investitori stranieri e locali attraverso lo slogan-evento dal titolo ‘Vibrant Gujarat’, appare agli occhi di molti come un puro concentrato di retorica; nel migliore dei casi una ‘macchina da Pil’, che trascurerebbe invece altri indicatori sociali rilevanti, quali la mortalità infantile, la salute pubblica o l’alfabetizzazione.

Tra i temi ‘caldi’ dell’incontro non mancherà certamente la questione, ancora appesa, riguardante la cooperazione sul nucleare civile e la richiesta, da parte del Giappone nei confronti dell’India, di implementare il proprio impegno nella non proliferazione.

È probabile inoltre che venga ulteriormente approfondito il dialogo riguardante i progetti di miglioramento infrastrutturale – ambito in cui il Giappone è in forte competizione con la Cina – come testimonia ad esempio uno studio di fattibilità per la realizzazione di un treno modello Shinkansen (il famoso ‘treno proiettile’ giapponese) nell’area del Gujarat.

Sul fronte della difesa, Modi ha dichiarato l’intenzione di aprire tale settore agli investimenti esteri. Esperimento che potrebbe realizzarsi attraverso il raggiungimento dell’accordo sulla vendita degli aerei anfibi ShinMaywa US-2, nel caso in cui l’India concedesse al Giappone la fabbricazione in loco. Operazione che faciliterebbe anche l’unione tra società estere (come ShinMaywa) e privati indiani.

Il meeting tra Abe e Modi rappresenta però anche e soprattutto un segnale forte, dal punto di vista politico, nei confronti di una Cina sempre più assertiva e orientata all’espansione, non più solo economica. L’intensificarsi delle controversie territoriali con il Giappone nel Mar Cinese Orientale e il recente rivitalizzarsi delle mire di Pechino nel Sud-est Asiatico, suscitano la preoccupazione dell’India (anch’essa coinvolta in questioni di confini territoriali con la Cina, in particolare riguardo al Ladakh e all’Arunachal Pradesh); che punta sempre di più sull’appoggio del Giappone e sui contenuti della ‘dichiarazione congiunta’ nippo-indiana (in cui si promuove lo sforzo reciproco contro ogni tipo di avventurismo unilaterale, da parte di qualsiasi Paese, nella risoluzione delle dispute territoriali), per sostenere un’azione di containment nei confronti di Pechino.

Quel che certamente emergerà dal meeting di settembre sarà il concretizzarsi della conclamata strategia della ‘Look East policy’ indiana; a cui fa da contraltare il rilancio del Giappone sulla scena internazionale e la sua apertura verso il continente. Con una Cina, come spesso è accaduto negli ultimi tempi, in qualità di grande convitato di pietra.

 

 

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