lunedì, Settembre 20

Abe mantiene la maggioranza: più vicino il riarmo del Giappone L'analisi di Lorenzo Mariani (IAI) sulla riforma costituzionale giapponese e le sue possibili conseguenze

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Il partito attualmente al Governo con Abe, il Nuovo Komeito, non ritiene tale riforma una priorità, questo complica i disegni del Primo Ministro?

Sicuramente potrebbe essere un elemento di difficoltà. Bisognerà poi vedere quali concessioni il partito di Abe sarà disposto a fare per ottenere dai suoi alleati di Governo l’appoggio alla riforma. La vittoria di Abe alle elezioni del 22 ottobre rappresenta solo l’inizio del lungo cammino per la riforma costituzionale. Si è paventata anche l’ipotesi che la riforma possa ottenere l’appoggio del Partito della Speranza, la formazione politica guidata dall’ex collega di Abe Yuriko Koike, ma la sua reale fattibilità potrà essere verificata solo nei prossimi mesi. In questo periodo vi saranno intense negoziazioni fra le maggiori formazioni politiche per tentare di trovare un compromesso sulla questione e il reale peso del premier Abe in tali negoziazioni avrà un’importanza decisiva. L’obiettivo nel medio periodo di Abe è quello di approvare la riforma alla Camera dei Rappresentanti per poi cercare di superare lo scoglio della Camera Alta dove i numeri per l’approvazione sono sicuramente più risicati.

Qualora l’abbandono del principio pacifista divenisse realtà questo accrescerebbe le tensioni con la Cina?

In questi anni Cina e Corea del Sud hanno sempre guardato con sospetto la volontà del Giappone di riformare il proprio esercito. La Cina in particolare ha dimostrato, quando la Corea del Sud prese la decisione di proseguire l’installazione dello scudo missilistico Thaad sulla penisola, di non voler fare attendere la sua risposta. In quell’occasione infatti sono state prese una serie di misure destinate in particolare a colpire il turismo cinese in Corea del Sud che si sono tradotte in una sorta di boicottaggio del Paese da parte della Cina. Pechino, attraverso questo strumento di pressione, è in grado di esercitare un notevole potere nell’area. Tale strumento potrebbe essere utilizzato anche nei confronti del Giappone, ovviamente sarà necessario vedere in che modo e con quali tempistiche, ma sicuramente in caso di riarmo di Tokyo vi sarà una risposta da parte della Cina. Anche in questo caso non ci ritroveremmo di fronte a delle vere e proprie sanzioni economiche ma ad una campagna di boicottaggio economico e, vista l’estrema rilevanza della Cina nel mondo, un boicottaggio da parte di Pechino non potrà non incidere sull’isolamento del Giappone, già aumentato in particolare dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Trans-Pacific Partnership.

Con uno strumento militare pienamente operativo il Giappone potrà estendere la propria area di influenza nel Pacifico?

Questa ipotesi difficilmente potrà avverarsi. Manovre della flotta giapponese quali l’invio, avvenuto questa primavera, della nuova nave portaelicotteri Izumo nel Mar Cinese Meridionale, sono da considerarsi più delle risposte difensive all’accrescimento navale cinese che il sintomo di una volontà di aumentare l’influenza navale nel Pacifico. Anche in caso di un abbandono del principio pacifista sarà difficile immaginare un’aggressività giapponese per quanto riguarda la questione navale.

Un Giappone riarmato diventerebbe un alleato più energico per la politica statunitense nella regione o al contrario potrebbe esercitare un maggiore controllo delle vie di comunicazione marittime, controllo tradizionalmente esercitato dagli Stati Uniti?

Il Giappone, con o senza esercito, rimane comunque un alleato per Washington. E per gli Stati Uniti, il Giappone rappresenta sempre un garante della sicurezza internazionale nell’area del Pacifico. Pertanto, una riforma dell’articolo 9 non comporterà problemi nel rapporto fra Tokyo e Washington. Al contrario, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump deciderà sicuramente di appoggiare il progetto di riforma di Abe. Lo stesso Trump infatti ha avuto più volte l’occasione di affermare come gli Stati Uniti non siano più intenzionati a farsi interamente carico della sicurezza dei propri alleati in Asia orientale. Questo pensiero è stato espresso anche in riferimento alla questione della divisione dei costi dello scudo missilistico in Corea del Sud fra Seul e Washington con Trump che ha escluso la possibilità di un pagamento integrale dello stesso da parte statunitense. Lo stesso discorso è stato fatto in riferimento al Giappone: Trump spera che anche Tokyo riesca a fare sempre maggiormente a meno della copertura difensiva americana.

Le Nazioni dell’area del Pacifico temono tanto l’assertività della Cina quanto quella del Giappone. Un ritorno della potenza militare nipponica potrebbe quindi complicare la strategia americana di contenimento della Cina?

Innanzitutto occorre precisare come sotto questa Amministrazione non si possa parlare di un vero e proprio contenimento dell’espansione della Cina. Trump sembra infatti aver abbandonato la politica di rebalancing nell’area tenuta dalla precedente Amministrazione Obama e questo è avvenuto a discapito degli alleati statunitensi perché ha aumentato gli spazi di manovra della Cina. Nonostante questo, larga parte dell’Esecutivo statunitense è ben consapevole della necessità di non abbandonare del tutto l’area del Pacifico orientale. Pertanto un Giappone armato, dotato di un apparato militare più energico, tanto dal punto di vista difensivo quanto da quello offensivo, permette agli stati Uniti di fare un passo indietro in Asia orientale lasciando comunque un proprio alleato a gestire la maggiore influenza cinese nell’area.

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